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Madrid, Buenos Aires e la giustizia universale

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La chiamano “giustizia universale” l’azione svolta da procuratori e tribunali contro crimini commessi – sotto i regimi dittatoriali – a migliaia di chilometri di distanza dal luogo di apertura delle indagini, spesso all’altro capo del mondo. Giustizia universale che mette in discussione il vecchio principio del locus commissi delicti.

Iniziò, negli anni Novanta, il procuratore del tribunale di Madrid Baltasar Garzón con l’ordine di arresto del generale Pinochet suscitando clamori a livello mondiale. L’iniziativa aveva un chiaro fondamento giuridico: i reati contro cittadini spagnoli residenti in Cile, vittime della repressione dittatoriale, potevano essere perseguiti in Spagna.

Seguendo lo stesso criterio Baltasar Garzón avviò indagini anche sulle vittime spagnole dei regimi argentini guidati, negli anni bui che vanno dal 1976 al 1983, da Jorge Videla e Reynaldo Bignone.

Ad oltre venti anni dall’introduzione della “dottrina Garzón”, la giustizia universale si è rimessa in moto seguendo percorsi inversi. Stavolta è il tribunale di Buenos Aires l’epicentro di un’iniziativa singolare che crea imbarazzi diplomatici: il giudice María Servini de Cubría ha aperto un fascicolo penale sui crimini commessi durante la dittatura franchista.

In pochi mesi sono state raccolte centinaia di denunce di parenti delle vittime, migliaia di pagine che contengono crude testimonianze su fucilazioni, torture, sottrazioni di minori, sparizioni nel nulla di oppositori politici.

Cittadini spagnoli che reclamano ad un giudice dell’altro emisfero la giustizia che sentono negata in patria. Proprio come le madri di “plaza de Mayo”, le donne che a Buenos Aires per anni hanno chiesto verità ai governi argentini sui desaparecidos, riposero in Baltasar Garzón le loro speranze contro gli arbitrii di un oscuro passato.

Il giudice Servini de Cubría appare quanto mai determinata: su sua istanza il ministero degli Esteri argentino ha aperto le sedi consolari di tutto il mondo per raccogliere denunce e testimonianze, una videoconferenza da lei disposta presso il consolato di Madrid è stata sospesa dopo le rimostranze diplomatiche del governo centrale di Mariano Rajoy. Tensioni accresciutesi nelle ultime settimane, un ordine di arresto con richiesta di estradizione per quattro dei nove imputati – tra essi anche tre ex ministri e due ex giudici – ha messo in imbarazzo il governo di Madrid e il ministro di Giustizia Alberto Ruiz Gallardón.

I giudici spagnoli prendono tempo non considerando urgente l’istanza di estradizione di quattro ex funzionari di polizia dell’antico regime. Inoltre obiettano la prescrizione dei reati di tortura e l’operatività dell’amnistia concessa nel 1977, due anni dopo la morte di Francisco Franco.

Delitti non soggetti a prescrizione secondo il tribunale del Paese che nel 2006, sotto la guida di Néstor Kirchner, ha abolito la vecchia legge sull’amnistia che proteggeva i militari delle giunte argentine. Abrogazione che ha favorito l‘avvio del processo per crimini contro l’umanità nei confronti dei protagonisti della “operazione Condor”. È così che il tribunale federale argentino diventa il nuovo simulacro della “giustizia universale”, con buona pace per il locus commissi delicti

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