Grand Theft Auto, un fenomeno che trascende il piccolo mondo dei videogiochi. Stamattina milioni di persone in tutto il mondo, dagli studenti dodicenni fino ad attempati dirigenti di banca, si sono messi diligentemente in coda nei negozi per acquistare la loro copia di GTA V, l’ultima produzione di Rockstar North nonché quinto episodio della saga creata da DMA Design nell’ormai lontano 1997. Chissà se Dan e Sam Houser, i due fratelli fondatori di Rockstar e creatori della saga, avrebbero mai pensato, in quegli anni, che nel 2013 il loro gioco sarebbe diventata una megaproduzione da oltre 200 milioni di euro di budget (giusto per fare un paragone, poco meno di quanto è costato il blockbuster cinematografico Il Cavaliere Oscuro – il Ritorno) con preordini che, da soli, hanno superato quelli di Call of Duty: Ghosts, Battlefield 4 e Assassin’s Creed IV messi insieme.

Al netto dei dati economici, GTA V è il maggiore evento videoludico dell’anno, se possibile ancora più grande del lancio delle nuove console (Xbox One e PlayStation 4 arriveranno a fine novembre). Nel nuovo titolo di Rockstar, da sempre incentrato sul mondo del crimine, potremo esplorare Los Santos – una fittizia metropoli americana ispirata ai grandi centri urbani della California – nei panni di tre personaggi uniti dalle rispettive vite illegali ma estremamente diversi l’uno dall’altro: Michael è un noto rapinatore di banche desideroso di godersi la sua ricca (e poco lecita) pensione, Franklin, invece, lavora per un concessionario di auto e svolge il curioso lavoro di “recupero autoveicoli” quando il cliente tarda troppo con i pagamenti; infine Trevor è uno psicopatico ex militare tossicodipendente e sociopatico.

Inutile dire che violenza e soprusi sono ingredienti fondamentali di GTA V. Tuttavia, e qui sta la grandezza degli sviluppatori, il gioco non si compiace mai degli spargimenti di sangue né rende desiderabile alcun comportamento antisociale. L’intera produzione è pervasa da una straordinaria ironia rispetto al sogno americano e alle sue mille zone d’ombra: il feticismo per le armi, i tanti (forse troppi) culti pseudoreligiosi, la pochezza dei politici, l’onnipresenza della tecnologia. Tutto questo in GTA diventa una smaccata satira sociale che amplifica la potenza narrativa del gioco molto più di qualsiasi sparatoria o omicidio. Forse è proprio per questo che la saga dei fratelli Houser ha tanto successo: gli altri giochi ritraggono l’occidente come vorrebbe essere, forte, battagliero, eroico. GTA V, invece, ci mostra la faccia grottesca della nostra società, senza nascondersi dietro a perbenismi e buon costume. E pazienza se nei prossimi giorni i soliti personaggi bravi a dare buoni consigli quando non possono più dare il cattivo esempio si scaglieranno contro il gioco “che insegna ai nostri figli come rubare le auto”.

A cura di Nicolò Carboni

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