La settimana scorsa, i lettori di questo blog si sono un po’ lamentati perché nei consigli di lettura per l’estate non compariva nessun thriller e nessun classico. Eccomi qui per recuperare, come promesso.

In realtà, anche il thriller di cui vi voglio parlare è un classico. Un uomo da niente (Einaudi, traduzione di Luca Briasco) è un noir raffinato degli anni ‘50 di uno scrittore davvero grande, Jim Thompson, che non si può certo considerare un autore di genere, perché è molto di più. Nel ’77, mentre moriva a Hollywood, povero e alcolizzato, tutti i suoi libri fuori stampa, disse alla moglie: «Abbi pazienza. Dieci anni dopo che sarò morto diventerò famoso». E così fu. Molti dei suoi romanzi sono diventati film di successo (L’assassino che è in me, Getaway, Colpo di spugna) e Thompson è considerato un maestro.

Raccontare la storia di Un uomo da niente non si può, perché è un romanzo fondato sulla sorpresa. Il narratore stesso, Clinton Brown, un giornalista alcolizzato di Pacific City, reso impotente da una ferita di guerra, non sa cosa sta raccontando fino alla fine. Il suo continuo borbottare, fra un whiskey e l’altro, delitto dopo delitto, tende a sviare il lettore. In realtà, dietro c’è un’architettura perfetta, degna di Agatha Christie. E sotto c’è una complessa visione del mondo, come in Simenon.

Per chi invece ha voglia di ragionare sulla storia, propongo due grandissimi romanzi, entrambi usciti per Adelphi, che in modo molto diverso raccontano la stessa tragedia e la stessa epoca e si possono leggere contemporaneamente: La famiglia Karnowski di Istrael J. Singer (fratello del famoso Isaac) e Addio a Berlino di Christopher Isherwood.

E’ incredibile com’è moderno, Addio a Berlino (traduzione di Laura Noulian): pubblicato per la prima volta nel ’39, sembra scritto oggi. Stessa scelta di Emmanuel Carrère o di Walter Siti, intanto: autofiction dichiarata, come piace adesso («Benché abbia dato il mio nome all’io narrante, i lettori non devono immaginare che queste pagine siano puramente autobiografiche… “Christopher Isherwood“ è solo il comodo fantoccio di un ventriloquo», annuncia l’autore, nella premessa). Personaggi nevrotici degni dei tempi nostri, aspiranti attricette che poi fanno le prostitute, giovani coppie gay, precari di una Berlino sull’orlo del collasso, pronta a farsi inghiottire dal nazismo. Persino l’odio per gli ebrei che porterà alla Shoah è talmente contemporaneo da suonare come un banale razzismo, di quelli che viviamo tutti i giorni: sembra appena una meschinità, basso e latente, non lascia presagire un olocausto. Almeno fino a quando, nell’escalation, non ci si accorge di colpo che la violenza ha avuto il sopravvento su tutto e su tutti. E che non si può fermare più.

La stessa sensazione si prova leggendo La famiglia Karnowski (traduzione di Anna Linda Callow): l’antisemitismo all’inizio è solo un basso continuo che accompagna la storia di una famiglia ebrea in Germania. Poi Singer, lentamente, orchestra uno spaventoso crescendo per raccontare in modo davvero potente e indimenticabile la tragedia del suo popolo.

Chi pensa di aver letto anche troppi libri sul tema, sbaglia. Senza Isherwood e senza Singer, non si conosce davvero questa storia. E poi sono libri magnifici, e questa resta una ragione sufficiente. La vera letteratura non ha bisogno di raccontarci qualcosa di nuovo: il suo dovere è raccontarci qualcosa meglio, e basta.

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