L’attenzione dei media, per il momento, è concentrata sulla violazione dei diritti civili dei cittadini americani (e non) finiti nel sistemone di controllo Prism. C’è un altro aspetto del Datagate, però, che sarebbe bene considerare. La pesante ingerenza governativa nei confronti dei big players dell’Internet made in Usa, infatti, rischia di avere conseguenze devastanti anche e soprattutto sul piano commerciale. Le nove aziende arruolate dall’Nsa sono fornitori di servizi a livello globale, provider di infrastrutture critiche (archiviazione dei dati e gestione delle comunicazioni) per migliaia di aziende di tutto il mondo. Quale potrà essere la reazione di queste ultime?

Il ruolo di primo piano che sta acquistando la cyberwarfare, la “guerra cibernetica” che vede in prima linea Stati Uniti e Cina, si gioca esattamente sul piano commerciale, tecnologico e produttivo. Gli attacchi informatici degli scorsi mesi, attribuiti alla Repubblica Popolare Cinese, avevano in gran parte come obiettivi aziende americane e come oggetto la sottrazione di segreti industriali, brevetti e informazioni sensibili che potessero garantire un vantaggio economico e commerciale. Qualcuno crede che gli Stati Uniti non stiano giocando la stessa partita? E se lo fanno, non utilizzeranno tutti gli strumenti a loro disposizione?

Dopo le rivelazioni dell’ex tecnico Cia Edward Snowden, porsi il problema è per lo meno legittimo. Se gli Stati Uniti obbligano gli operatori telefonici a fornire informazioni sui cittadini americani, se si sono garantiti un “accesso diretto” ai server di nove colossi del web, siamo certi che l’attività di intelligence si limiti al controllo dei cittadini? Perché su quei server c’è un po’ di tutto. Skype è ormai usato come strumento di comunicazione in molte aziende, per non parlare dei servizi email e dei documenti memorizzati nella famigerata cloud, che altro non è che uno spazio sui server (gestiti dai colossi americani) in cui potenzialmente finiscono progetti, relazioni, rapporti, bozze di contratto e informazioni strategiche. Tutta roba a cui i servizi segreti americani avrebbero libero accesso. Ma c’è di peggio. Come abbiamo letto su tutti i giornali, la “gola profonda” Edward Snowden non lavorava più direttamente per il suo governo, ma per un contractor privato al soldo dell’Nsa. Per uno Snowden che viola le regole allo scopo di denunciare l’esistenza di Prism, è realistico pensare che ci siano altre decine o centinaia di persone che possono violarle con altri obiettivi.

Il crollo di credibilità dell’amministrazione Usa può avere ripercussioni politiche e diplomatiche, ma se travolgerà anche l’idea di “fair trade” a livello globale, può trasformarsi in un colpo fatale per la Rete come l’abbiamo conosciuta fino a oggi. Non è un caso che la classificazione della presentazione Power Point divulgata dal Guardian riportasse “Top Secret with no distribution to foreign allies” (massima segretezza con divieto di comunicazione agli alleati stranieri). L’idea su cui si regge l’attuale sistema è che Google, Microsoft, Apple e soci siano delle semplici “imprese”. Magari avide, spietate nelle loro strategie di crescita, ma comunque inserite in quella competizione globale che secondo alcuni rappresenterebbe una garanzia di neutralità e correttezza: tutti contro tutti alla ricerca del profitto. La vicenda di Prism ci ricorda che anche le imprese del terzo millennio sono sottoposte all’autorità di un governo. Forse, influenzati dal processo di globalizzazione del terzo millennio, ci si è dimenticati troppo presto che sullo scacchiere giocano ancora quelle entità novecentesche chiamate “nazioni”, che hanno interessi, obiettivi e strategie che vanno oltre il controllo del terrorismo. Non è escluso che le “nuove rivelazioni” annunciate dal Guardian riguardino proprio questi aspetti. Teniamoci forte. Turbolenze in arrivo.

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