Miele è il nome in codice di Irene, trentenne che ha scelto di aiutare i malati terminali mediante la pratica illegale del suicidio assistito. Chiede per l’ultima volta al “paziente” se è veramente deciso a compiere il gesto definitivo e poi gli somministra del Lamputal, un farmaco letale per uso veterinario che, in dosi massicce, ha effetto anche sull’uomo.

Per togliersi di dosso la morte che porta in giro, conduce una vita divisa tra fugaci rapporti sessuali e sfiancanti allenamenti fisici. Sarà l’incontro con l’ingegner Grimaldi a far vacillare le sue sicurezze. Dopo il sensibile corto Armandino e il madre, Valeria Golino esordisce nel lungometraggio con un’opera difficile e riuscita – da domani nelle sale – su un tema generalmente rimosso: «L’argomento è un tabù più per le istituzioni e la politica che per le persone, spesso costrette a vivere questi dilemmi» ha spiegato la regista durante la conferenza stampa di presentazione. Il film doveva chiamarsi Vi perdono, stesso titolo con cui Mauro Covacich pubblicò nel 2009 l’omonimo romanzo sotto lo pseudonimo di Angela Del Fabbro (cognome che è la traduzione italiana di Covacich; dal 2011, invece, il libro si chiama A nome tuo), ma poi gli è stato preferito Miele, forse per sottolineare la centralità assoluta del personaggio di un’ottima Jasmine Trinca, pronta a darsi senza pudori alla macchina da presa della regista-collega.

Su sceneggiatura della stessa Golino, Francesca Marciano e Valia Santella, si tratta di un film severo e sofferto, capace di trovare un equilibrio davvero ammirevole tra quello che dice e il modo in cui lo dice: «è come se quello che raccontavamo fermasse l’inutile e seccasse il linguaggio». Con immagini asciutte, ma sempre personali, servite dalla fotografia dell’ungherese Gergely Pohárnok, seguiamo il percorso di Miele, scrutandone il corpo, i movimenti irrequieti e scontrosi, l’atteggiamento schivo verso tutto e tutti. Nella prima parte, la più difficile per lo spettatore, Irene non ha alcun dubbio sull’attività che svolge: con metodo e determinazione, entra nelle case dei malati e si occupa di tutto, persino del tappeto musicale scelto per l’ultimo viaggio.

Ma l’incontro con Grimaldi mette in crisi il suo fragile sistema interiore, perché sposta su un piano completamente diverso quel concetto di “responsabilità” che ha sempre sentito di avere nei confronti del prossimo. La depressione di questo settantenne nauseato dalla contemporaneità – che si stupisce perché l’invisibilità della propria malattia finisce col rendere il desiderio di morire un capriccio o un’eresia – non rientra nel suo codice: «Io aiuto i malati, non sono un sicario» gli dirà. Aggressioni verbali e fisiche, avvicinamenti, distacchi e ricerche: tra la giovane donna e il raffinato ingegnere affiora un rapporto di credibile e soffocata intesa che ha pochi uguali nelle storie  raccontate di recente nel cinema italiano. Selezionata per “Un certain regard”, la pellicola sarà a Cannes il 17 maggio.

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