Ho dovuto aspettare che sbollisse l’emozione per parlare di The Sugarman. Quando sono uscita dal cinema a Parigi ero talmente entusiasta che avrei scritto con troppa enfasi. Ora sono tornata in Italia e quel documentario si è sedimentato con chiarezza nella mia vita. Metto insieme i pezzi di quell’ardore e vi racconto in breve. E’ una storia vera, molto vicina ai sogni. Una grande lezione umana, proprio perché non ha nessuna pretesa di dare lezioni.

A Detroit nei primi anni Settanta due impresari scoprono in un locale fumoso un cantante dalla voce straordinaria: compone lui i testi e la musica e si chiama Rodriguez, Sugarman è la sua canzone più struggente. Fiutano l’affare e gli propongono di registrare prima uno e poi un altro album. Le musiche e i testi sono bellissimi, parlano di sobborghi, miseria e speranza. Una delle canzoni è talmente triste che l’intervistato racconta di non riuscire ancora oggi ad ascoltarla senza commuoversi. “Era la canzone più triste che avessi mai sentito e lui era un assoluto genio”.

Il documentario è iniziato da 20 minuti ed io sono già innamorata di Rodriguez, di cui si vedono solo alcune fotografie sbiadite: occhialoni neri, fisico asciutto, pantaloni a zampa di elefante. Rodriguez dopo l’insuccesso del secondo album, scompare. Qualcuno dice si sia suicidato sul palco durante un concerto, ma sono solo voci e viene dimenticato.

Da quel momento in poi il documentario mi incolla alla sedia come il miglior Hitchcock.  

Non dirò altro.

Il documentario di Malik Bendjelloul ha vinto il Premio della critica e il Premio del pubblico al Sundance festival 2012.

Prego perché qualcuno lo porti in Italia e anche io sogno il mio sogno: vedere fuori i cinema che lo proiettano le file interminabili di vecchi e giovani che ho visto in Francia.

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