Il settore culturale è il fattore principale dell’industria del benessere che, nei prossimi venti anni sarà, secondo il Better Life Index dell’Ocse, il settore dominante dell’economia.

L’ineguagliabile patrimonio culturale italiano e la nostra indiscussa creatività, se finalmente accompagnati da politiche volte a investire e innovare i processi produttivi e a valorizzare i talenti invece che a umiliarli, riporterebbero velocemente il sistema-Italia in una posizione senza uguali nel mondo.

A campagna elettorale ormai calda c’è da chiedersi se di grave miopia o assoluta cecità si debba parlare considerando che la nostra intera classe politica non ha ancora posto come prioritaria l’esigenza di una strategia di lungo periodo per l’Industria Culturale e Creativa.

Sarebbe non solo ragionevole e lungimirante ma anche furbo se il prossimo governo, quale esso sarà, si assumesse il compito di rilanciare l’industria culturale italiana. Si tratta infatti di un settore che, nonostante i tagli feroci e un crudele aumento della disoccupazione, ha dimostrato, avvalendosi anche della rivoluzione informatica, di saper tenere botta alla crisi in modo sorprendente e, ancor più importante, di saper rispondere al bisogno di benessere identitario, estetico e spirituale che si dimostrano, a dispetto delle esigenze dei mercati, sempre più vitali per la tenuta dell’equilibrio sociale nel nostro paese e nel nostro continente.

Il silenzio della politica su questo tema non è più tollerabile !

L’appello promosso da Federculture, Aib, Icom, Legambiente, Italia Nostra e Anci sul sito www.ripartiredallacultura.it crea un patto fra le migliaia di firme di cittadini convinti che la cultura, oltre ad essere un diritto, sia il principale motore di sviluppo e le decine di sottoscrizioni di candidati che si impegnano, una volta eletti, ad un’azione ispirata a questa priorità.

Più firme vi saranno più attenzione faranno a mantenere il loro impegno. Firmiamo?

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Articolo Precedente

Elezioni 2013, Bersani: “Se c’è rissa sull’art. 18, dialogo con Monti difficile”

prev
Articolo Successivo

Mafia, legale Dell’Utri chiede prescrizione anche per contatti fino al 1986

next