Nella vita succedono delle cose che non ti aspetti. Come piangere, da sola, sul letto perché gli anni ’70 non torneranno mai più. Oppure come andare in menopausa prima della propria madre.

Adele Giorgia Sarno, fotografa e giornalista di Repubblica.it e Huffington Post, le ha vissute entrambe. Due anni fa, a 30 anni, si è ritrovata ad avere a che fare con un fibroma all’utero e una menopausa arrivata in anticipo. Ha chiamato la madre e, per sdrammatizzare, le ha annunciato: «Mamma, vado in menopausa prima di te». Poi, per allontanare la paura, ha cominciato a scattare fotografie. Quelle immagini, un anno dopo, si sono trasformate in un video, “Menopausa di riflessione”.

Come è possibile essere in menopausa a trent’anni?
Nel mio caso si è trattato di una cura per guarire da un fibroma all’utero che mi è stato diagnosticato più di due anni fa. Oltre all’intervento chirurgico, necessitavo di una terapia che sospendesse l’ovulazione. Per mesi ho assunto un farmaco che inibisce tutto e ti trasforma davvero in una signora di sessant’anni.

Quando ha deciso che un periodo così delicato della sua vita privata andava condiviso con un pubblico?
Quando è arrivata la diagnosi frequentavo la Scuola romana di fotografia. Dovevo preparare un lavoro conclusivo al corso e, allo stesso tempo, ero molto in ansia per quanto mi stava accadendo. Così, un’insegnante della Scuola mi ha suggerito di raccontare me stessa in quel lavoro.

Come si racconta una malattia attraverso le immagini?
Io fotografavo quello che vedevo. Raccontare la menopausa è raccontare l’assenza di qualcosa. L’assenza delle proprie abitudini di donna, perché in quel momento sei una donna che vive in maniera diversa rispetto alla sua età, hai le vampate, gli sbalzi ormonali. Un giorno la mia coinquilina mi ha trovata che piangevo sul letto ascoltando David Bowie e dicevo che gli anni ’70 non sarebbero tornati mai più. Prima non avevo idea di quanto gli ormoni ti condizionino le giornate e la vita.

Portava sempre la macchina fotografica con sé?
Sì. Ho scattato le prime foto in ospedale subito dopo l’operazione, avevo ancora l’anestesia. In una di quelle foto sono in bagno e si vede il tubo della flebo.

Teneva anche un diario?
No. Sono troppo discontinua per tenere un diario. I miei appunti erano le foto. Poi, nel multimedia abbiamo deciso di dare al lavoro la forma di un diario, con le fotografie e alcune riflessioni a lato.

“Abbiamo”?
Parlo al plurale perché non ho fatto tutto da sola. Lina Pallotta ha curato il lavoro e mi ha aiutata a crescere professionalmente. In quel momento sei molto fragile. Sei stata 4 mesi e mezzo in menopausa, devi affrontare un’operazione e non hai la forza né la lucidità per organizzare un progetto del genere in totale autonomia.

Ha intitolato il lavoro “Menopausa di riflessione”, alludendo non solo alla malattia, ma anche alla possibilità di prendere una sorta di pausa dalla vita. Che cosa ha imparato?
In quel periodo mi sono sentita molto più consapevole di quello che sono fisicamente. Ciò che ti sciocca è che per la prima volta entri davvero a contatto con il tuo corpo. Si rompe una barriera.

In una delle ultime clip del video lei scrive: “Alla fine tutto passa. Ma ti chiedi se riuscirai davvero a prenderti di nuovo cura di te stesso”. Lei ora riesce a prendersi cura di sé?
Non proprio. Magari vado più volte dal ginecologo, fumo meno, ma ammetto che non mi sforzo al cento per cento per avere una vita sana. Quando l’operazione diventa un ricordo si torna a vivere come prima. E io sono tornata quella di due anni fa.

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