torino film festivalA dar retta ai comunicati stampa, sembra che in Italia i festival siano come i film: ogni settimana ne escono di nuovi. E dopo il primo weekend danno gli stessi numeri: biglietti staccati, abbonamenti e accrediti. Non è solo l’interessata solerzia degli addetti della comunicazione, ma la realtà: il settimo festival di Roma ha chiuso il 18 novembre, cinque giorni più tardi ha inaugurato il 30° Torino Film Festival. Una follia, con una Capitale responsabilità: Marco Müller ne ha fatto una questione di vita e di morte, ma l’inedita collocazione “su” Torino non ha pagato.

Meno 15 per cento di incassi rispetto al 2011 all’Auditorium di Renzo Piano, e sotto la Mole la vendetta si serve calda: +12,6% di incassi, +10% di accrediti nel primo weekend. Addirittura ci sono file per entrare alle proiezioni. Banale? Tutt’altro. Il direttore Gianni Amelio ride sotto i baffi: nessun trionfalismo, nessun proclama, ma nonostante il clamoroso forfait di Ken Loach la sua Torino tiene, anzi, si supera.

Nella generale crisi del settore – anche l’ultima Mostra di Venezia ha staccato meno biglietti del 2011 – la positiva controtendenza piemontese è merce rara: Amelio se ne andrà (e ha scoperto sui giornali che il suo successore è Salvatores), ma a esigere un trattamento migliore non è solo la buona educazione. Il suo TFF a quattr’occhi con Emanuela Martini funziona. Festival metropolitano, con sale in pieno centro e Berlino e Toronto per faro-guida: impossibile trascurarlo, mentre Roma non è cambiata dal 2006, quando della creatura di Walter Veltroni in via Tiepolo (200 metri di distanza dall’Auditorium) se n’erano accorti in pochi. Il segreto della differenza? Il TFF è a misura di cittadino e ha qualche idea ferrata in tema di bene comune. Sul celodurismo dell’anteprima mondiale che siano altri a scannarsi, qui i film si prendono come le macchine: un occhio al contachilometri (quanti festival l’hanno già avuto?) e uno allo specchietto retrovisore (gli spettatori gradiranno?).

L’usato sicuro al festival paga: da Cannes arrivano Holy Motors di Leos Carax e No di Pablo Larrain, dagli archivi la seguita retrospettiva di Joseph Losey, da Toronto la tragedia nucleare di Fukushima firmata Sion Sono, The Land of Hope. E l’Italia? Non convince troppo il divertissement salutista di Gipi, Smettere di fumare fumando, ma sempre in Concorso è alta l’attesa per il Vangelo “secondo” Giovanni Columbu, il sardo Su Re, e Noi non siamo come James Bond di Mario Balsamo, uno 007 dell’anima con il cancro sotto lo smoking e Sean Connery al telefono.

Il Fatto Quotidiano, 27 Novembre 2012

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