Una celebrazione interreligiosa a porte chiuse che ha unito nella preghiera quattro confessioni. Cattolici, musulmani, ortodossi e indù, i 180 operai dell’Atlantis, azienda piacentina conosciuta per la propria produzione di motoscafi e yacht, si sono radunati all’interno di quella che ancora per poco sarà la loro fabbrica. E hanno pregato tutti assieme, ognuno a modo suo. “Ne avevamo bisogno, in questo momento ci sentiamo impotenti”, spiega Mara Bertocchi , rsu di uno stabilimento che chiuderà i battenti entro Natale.

Nessuno striscione, niente slogan. Solo la compostezza e la dignità di chi si è visto piombare addosso la disoccupazione. Una decisione presa dalla casa madre, il gruppo  Azimut-Benetti, e comunicata agli operai da un giorno all’altro, con una semplice lettera ai sindacati. Nessuna prospettiva e pochissima voglia di trattare da parte di un’azienda che sembrava poter affrontare la crisi economica, e che invece ha scelto la chiusura definitiva dello stabilimento di Sariano di Gropparello. Dopo la comunicazione i 180 operai hanno indetto uno sciopero di 4 ore e si è aperto un tavolo di trattativa tra sindacati, azienda e Istituzioni. “Siamo sotto choc – raccontano un operaio – Abbiamo scoperto di aver perso il lavoro leggendo i giornali. Di fronte a noi non vediamo prospettive”.

Da qui la reazione, forse inusuale, ma che ha unito tutti. Una preghiera comune che ha portato in fabbrica un sacerdote e un imam. “Vogliamo stare assieme di fronte alle difficoltà – racconta  Mohammed Shemis – Al di là della nostra provenienza e del nostro credo, in questa fabbrica cattolici, ebraici, ortodossi e musulmani sono uniti”. “L’uomo si agita ma Dio lo conduce – aggiunge il parroco di Sariano di Gropparello, Don Gianpietro Gassinari. “La preghiera non è alternativa a qualsiasi altra azione che certamente bisogna fare – conclude Don Illica, che ha condotto la preghiera per i cattolici – Penso però sia importante riscoprire tutti assieme la preghiera, perché questo ci fa avvicinare non a quel Dio che risolve i problemi, ma a quel Dio che ci resta vicino anche dove finisce il lavoro. Altrimenti, se in lui cercassimo delle soluzioni ai problemi degli uomini, penso che finiremmo per lasciarlo a casa”.

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