Gf sta per Grande Fede, almeno per Luciano, il personaggio di “Reality”. La fede assoluta e laica della fissazione televisiva, riscatto delle miserie individuali e ambientali. Luciano e famiglia vengono seguiti dalla telecamera come in un docufiction su un reality, dallo sgarrupato palazzo barocco come i loro vestiario della cermonia al pacchiano matrimonificio dove coppie si sposano in serie con comparsata di chi dal Grande Fratello ha ricevuto la fama e ha come slogan “never give up”, non mollare mai, un coro da stadio.

Luciano non molla no, anzi: visto che è stato mollato dal reality lo insegue in ogni sguardo, in ogni gesto di chi gli sta attorno e s’inventa la realtà allucinatoria, mostrata con uso di grandangolo che deforma il protagonista e le visioni della sua realtà. Attorniato da un’umanità
animata in scenette-vignette riprese dai film anni ’60, e con caratteri abbozzati, che transumano in pellegrinaggio nei luoghi-simbolo della contemporaneità triste e vuota dell’hinterland partenopeo: il centro commerciale, l’acquapark e anche la processione pasquale.

E il délabré dei luoghi e delle esistenze arrabattate, si contrappone  al mondo fintamente perfetto della casa del Grande Fratello. Tra sogno e realtà il film scorre fino in fondo con immagini reiterate, e alla fine quello che entra nelle orecchie, con la musica lieve, insistita e ironica, è meglio di quello che resta nello sguardo. La ricetta del successo è: “Non abbandonate mai i vostri sogni”. La regola di vita sarebbe: “Mai scambiare i propri sogni per realtà”.

E nemmeno la rappresentazione della loro ossessione per un buon film.

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