A Roma il ministro del Lavoro Elsa Fornero aspetta una telefonata del numero uno di Fiat Sergio Marchionne dopo l’affossamento del progetto “Fabbrica Italia”. A Parigi, alle prese con la crisi di Psa Peugeot-Citroen, l’atteggiamento del governo francese è, utilizzando un eufemismo, un po’ più battagliero. Non passa giorno che François Hollande o uno dei suoi ministri sottolineino che il piano di ristrutturazione della casa automobilistica, che prevede un taglio di 8mila posti di lavoro in Francia, cosi’ com’è non va. E deve essere cambiato. Lo scottante dossier si trova nelle mani del ministro del Risanamento produttivo, Arnaud Montebourg, espressione della sinistra del Partito socialista, da sempre crociato dell’anti-globalizzazione. Ieri, in un’intervista rilasciata alla televisione M6, ha ribadito che «quel piano è inaccettabile: bisogna ridurre l’ampiezza dei tagli».

La drastica cura dimagrante, presentata nel luglio scorso, prevede, tra le altre cose, la chiusura, a partire del 2014, dello stabilimento di Aulnay-sous-Bois, alle porte di Parigi. «Sarà difficile salvare Aulnay – ha ammesso il ministro -, ma ci sono altri stabilimenti, quello di Rennes in particolare, che dobbiamo assolutamente preservare». E’ l’impianto di La Janais, nei pressi del capoluogo bretone, la cui sorte è in bilico. Era stato lo stesso presidente Hollande a promettere ai lavoratori di quella fabbrica, nei giorni scorsi, il suo appoggio, ribadendo che «faremo di tutto per ridurre il numero dei tagli di posti di lavoro previsti». «8mila è davvero troppo – ha rincarato ieri la dose Pierre Moscovici, ministro dell’Economia -: i dirigenti di Peugeot ci devono ascoltare».

Il gruppo Psa, che ha ancora la famiglia Peugeot come azionista di riferimento, si trova in grosse difficoltà finanziarie, prodotto di strategie sbagliate, come sottolineato dal rapporto, commissionato dall’Esecutivo e presentato pochi giorni fa, di un esperto del settore, Emmanuel Sartorius. Che ha puntato il dito sull’incapacità di Peugeot per anni a riuscire a trovare un alleato sullo scenario mondiale (a più riprese si è parlato della possibilità di un matrimonio con Fiat), fino all’accordo raggiunto, ma soli pochi mesi fa, con General Motors. Il rapporto critica anche gli investimenti effettuati nell’impianto di Madrid, che invece comporta diversi problemi e difetti strutturali, mentre quegli stessi interventi avrebbero potuto essere realizzati a Aulnay-sous-Bois. Per Sartorius il piano di ristrutturazione presentato in luglio è «inevitabile» (la produzione in Francia rappresenta il 41% di quella a livello mondiale, una quota decisamente più alta del concorrente Renault, e una “zavorra” considerando i costi produttivi francesi e soprattutto il tracollo delle vendite sul mercato europeo,) ma quanto previsto puo’ essere ampiamente modificato.

Insomma, i tagli messi in conto sono eccessivi. E dove Psa chiuderà, deve prendersi le sue responsabilità e partecipare attivamente alla riconversione. Il ministro Montebourg ha subito preso la palla al balzo: «La battaglia inizia ora con il negoziato: dobbiamo ricalibrare quel piano», ha detto nei giorni scorsi. Dicendo chiaro e tondo che «si devono privilegiare le chiusure di stabilimenti al di fuori della Francia più che all’interno del nostro Paese». Il negoziato (davvero ostico) è già in corso fra la dirigenza Psa e i sindacati, che fra l’altro non sono tutti all’unisono (il principale, la Cgt, equivalente dell’italiana Cgil, non ammette la chiusura neanche di uno stabililento, mentre altri sono già pronti a discutere della riconversione degli impianti che saranno chiusi). Ma ormai, nonostante i vertici di Psa non siano d’accordo, anche il Governo e gli amministatori locali delle aree toccate (praticamente tutti di sinistra) si sono invitati al negoziato.

Psa, a differenza di Renault, è un grupo completamente privato, con nessuna presenza dello Stato nel suo capitale. Ma il Governo non dimentica (e lo ribadisce appena può, con una durezza davvero sconosciuta in quel di Roma) che proprio lo Stato francese ha già salvato il gruppo nel 2009 concedendo un prestito di 6,5 miliardi di euro, a dire il vero già restituito. E poi ci sono i fondi pubblici utilizzati costantemente per la cassa integrazione o i generosi aiuti per la rottamazione, in vigore fino all’anno scorso. Insomma, Hollande e compagnia non vogliono restare confinati al ruolo di spettatori. Intanto un’altra multinazionale francese, la Sanofi, del settore farmaceutico, sta per varare un piano di ristrutturazione, secondo quanto annunciato in luglio. Per i sindacati, sul piede di battaglia, potrebbe portare fino a un taglio di 2.500 posti di lavoro in Francia. Ancora Montebourg ha detto ieri di essere in attesa delle decisioni del gruppo, che, ha voluto sottolineare, «fa cinque miliardi di euro di utili». «Accetterò il loro piano solo se i sindacati diranno di sì», ha detto, esortando le aziende francesi «a comportarsi più da industriali che da gruppi finanziari».

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