Oggi nel consiglio di lega della Premier League si è discussa la proposta avanzata dal Manchester United di accogliere le regole del fair play finanziario della Uefa anche nel massimo campionato inglese. E di inserire così l’obbligo del pareggio di bilancio per tutte le società nella ‘costituzione’ della Premier. Una decisione che lo United non ha maturato sotto la spinta del fiscal compact europeo, bensì scorrendo i bilanci delle sue avversarie per il titolo. A chiusura della stagione 2010-11 il Manchester City ha infatti dichiarato un passivo di 197 milioni di sterline, il Chelsea di 68 e il Liverpool di 49. A fronte del +10 dello United. La mozione non è stata messa ai voti (sarebbe servita la maggioranza di 14 su 20 per farla passare) e il suo destino è stato rinviato, ma ha comunque aperto una discussione che potrebbe sovvertire le regole economiche del calcio, ben oltre il fair play finanziario europeo.

Grosso modo, anche le regole del fair play volute nel 2009 da Platini impongono alle società di non spendere più di quello che guadagnano. La prima stagione presa in considerazione è la 2013-14, dove saranno conteggiati anche i bilanci delle due stagioni precedenti. In questi tre anni le società non potranno dichiarare perdite superiori ai 45 milioni di euro, né potranno avere i passivi ripianati della proprietà. Le pene per chi non rispetta questo regolamento arrivano fino all’esclusione dalle competizioni europee. Ma le società hanno già trovato diversi escamotage per aggirarlo: tra sponsorizzazioni mascherate, finti investimenti nei settori giovanili, ricapitalizzazioni, quotazioni in borsa o addirittura la costruzione di opere pubbliche.

“Molte squadre (Wigan e Arsenal su tutte, ndr) ci appoggiano nella nostra richiesta di introdurre il pareggio di bilancio obbligatorio per i club della Premier, altre sono contrarie – ha spiegato Gill, ad dello United – Simili regole sono già stati approvate a livello europeo, è tempo che lo siano anche in Premier”. Mentre Welhan, presidente del Wigan, è stato più chiaro sul target: “Qualcosa va fatto assolutamente, per evitare nuovi casi come il fallimento del Portsmouth. Ed è ovvio che dopo questa proposta il Manchester City sia preoccupato”. La squadra allenata da Roberto Mancini è infatti l’esempio più calzante di come una società, grazie al denaro dalla proprietà (oltre 1 miliardo di sterline spese da quando nel 2008 lo sceicco Mansour ha rilevato la società, con una media di quasi 3 sterline spese per 1 guadagnata) possa far saltare il banco del calciomercato, razziare tutti i talenti disponibili e, da un giorno all’altro, vincere il titolo.

Una moda lanciata a inizio millennio dall’oligarca russo Abramovich col Chelsea e che in Inghilterra è stata seguita da diverse squadre: dagli americani che hanno rilevato il Liverpool e l’Aston Villa, al triumvirato MittalEcclestoneBriatore del Qpr, dagli sceicchi del City agli indiani del Blackburn. Senza dimenticare che nel 2005 il finanziere americano Glazer acquistò proprio lo United con una spericolata operazione e senza tirare fuori una sterlina. In pratica i 525 milioni di sterline utilizzati furono interamente presi in prestito dalle banche, a interessi piuttosto alti (60 milioni l’anno) che furono poi interamente scaricati – così come la cifra di acquisto – nelle casse societarie del club. Per poi aggiungere un ulteriore passivo di oltre 500 milioni di sterline tra interessi sui mutui, spese bancarie, varie ed eventuali. Fino alla recente quotazione in borsa per ripagare i debiti.

C’è però da dire che la costruzione dello United come squadra dominante avvenne per gradi, dalla fine degli anni ’80, grazie alla maestria di un tecnico come Ferguson (tuttora alla guida del club, con cui ha festeggiato la millesima panchina in campionato) che ha allevato nidiate di ragazzi provenienti a costo zero dal settore giovanile. Ora è proprio lo United, che vede il suo primato attaccato da nuove e facoltose proprietà, a chiedere un passo indietro e il ritorno a un calcio più equilibrato. Impossibile però che la Premier, che ha ottenuto il suo status di campionato più seguito al mondo grazie alle spese folli e ai passivi in bilancio dei nuovi mecenati, accetti di tornare indietro. Magari a quegli anni ’80 in cui in una decade vinsero il titolo ben quattro squadre, tante quante nei venti anni dalla nascita della Premier. Provate a proporre a Van Persie o Aguero un ingaggio in linea con le nuove misure di austerity: sarebbero già in aeroporto con destinazione Parigi.

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