Non può essere proprio definito un sussulto di legalità, ma una scelta forzata. La prefettura di Reggio Calabria non ha concesso il certificato antimafia alla società mista Multiservizi e il Comune l’ha sciolta perché infiltrata dalla cosca Tegano.

Le motivazioni, in sostanza, sono quelle contenute nell’inchiesta “Archi-Astrea” nell’ambito della quale erano stati arrestati alcuni soci privati della municipalizzata tra cui il direttore operativo Giuseppe Rechichi, ritenuto dagli inquirenti uomo del boss Carmelo Barbaro, a sua volta pezzo da novanta della famiglia mafiosa Tegano. Lo stesso Rechichi che, nei mesi a cavallo tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012, avrebbe tentato, attraverso la moglie, di entrare in contatto con un magistrato della Cassazione per ottenere un annullamento della decisione del Tribunale della Libertà che aveva confermato il suo arresto.

La decisione di sciogliere la Multiservizi è dettata dall’articolo 3 dello statuto dell’azienda, che prevede, in caso di accertata infiltrazione mafiosa, la messa in liquidazione della stessa società. La giunta comunale, guidata da Demetrio Arena, non ha potuto fare altro che prenderne atto e, in qualità di socio di maggioranza (con il 51% delle quote), ha avviato le procedure.

L’inchiesta “Archi-Astrea”, coordinata dal sostituto procuratore della Dda di Reggio Giuseppe Lombardo, ha dimostrato come attraverso un sistema di scatole cinesi la cosca Tegano aveva i tentacoli sulla società mista. La famiglia mafiosa, guidata dal boss ex latitante Giovanni Tegano, grazie a una serie di passaggi societari, predisposti da noti professionisti, e avvalendosi di prestanome, è riuscita a controllare una parte del capitale privato della municipalizzata Multiservizi Spa. Un controllo che era possibile grazie alla sostanziale titolarità della “Rec.Im. Srl” che deteneva il 33% del capitale sociale della Gestione servizi territoriali srl (il socio privato) che a sua volta aveva il 49% della Multiservizi.

Ricostruendo le composizioni societarie delle due imprese, la squadra mobile e la guardia di finanza sono riuscite a scoprire che gli «insospettabili» non erano altro che «prestanome» ai quali veniva attribuita la titolarità, solo formale, di importanti attività economiche socie del Comune di Reggio Calabria. La Multiservizi si era rivelata, di fatto, una “zona franca” dove i politici, i colletti bianchi e la ‘ndrangheta sono “titolati” a intrattenere rapporti. L’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia ancora non è finita. Proprio in queste settimane si sta arricchendo della collaborazione dell’ingegnere Luigi Angelo Bellusci, amministratore delegato della “Ingest Facility Spa”, una società di proprietà al 100% della Fiat.

La “Ingest” era il socio capomandatario dell’Ati (composta anche dagli ingegneri Pietro Cozzupoli e Michelangelo Tibaldi) che ha vinto il bando al momento della costituzione della Multiservizi. Le aspettative di trasparenza che nutriva la Fiat, però, sono state disattese per cui la “Ingest” dopo appena un anno ha deciso di lasciare improvvisamente Reggio e la società mista diventata sempre di più uno strumento “per fare clientele politiche e no”.

É questa la ricostruzione fatta al pm Lombardo che, in un filone dell’inchiesta “Breakfast”, ha interrogato come persona informata sui fatti l’ingegnere Bellusci il quale ha addirittura riferito di un elenco di persone che dovevano essere assunte dalla Multiservizi. Un elenco che gli era stato consegnato da un alto dirigente del Comune di Reggio Calabria del quale ha riferito il nome al magistrato della Dda. Un nome che, per ragioni di indagini, è coperto da omissis ma che potrebbe far tramare dalle fondamenta più di un palazzo della politica.

Andata via la “Ingest” (l’unica a possedere i requisiti tecnici ed economici previsti dalla gara), le quote dell’Ati “Gst srl” sono state rilevate prima dagli altri soci e poi dall’impresa di Rechichi, in odor di mafia, che faceva capo ai Tegano. Il tutto sotto gli occhi del Comune, guidato all’epoca dal sindaco Giuseppe Scopelliti, oggi governatore della Calabria.

Lo scioglimento della Multiservizi arriva in un momento storico importantissimo per la città di Reggio, a poche settimane dall’aut aut della Corte dei Conti che ha chiesto agli amministratori di risolvere il problema della voragine di quasi 180 milioni di euro nelle casse di Palazzo San Giorgio dove, da sei mesi, ci sono i commissari nominati dal ministro dell’Interno per verificare eventuali infiltrazioni mafiose. Un’estate che molti vorrebbero non finisse mai.

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