Hai un manoscritto. Ti dicono che no, non è pubblicabile, non convince. E ci stai male, tu: perché in quel manoscritto ci sono storie di vita e di morte in un lager. Non sono storie. Sono Storie. E tu vuoi che vivano, che ri-vivano. Ma non sei uno di quelli che insistono, tu. Sei un mite. E forse forse tu stesso metti in dubbio il tuo talento (tanto che, anni dopo, dirai: Sono approdato alla qualifica di scrittore perché, catturato come partigiano, sono finto in un lager, come ebreo).

Siamo nel 1947, a Torino. Primo Levi ha tra le mani il suo manoscritto, bocciato da Einaudi. E’ stata Natalia Ginzburg a dare il parere negativo.

Del resto Primo Levi non era una figura di spicco tra gli intellettuali torinesi. Certo, era ebreo come lo erano tanti scrittori legati ad Einaudi; ma era soprattutto un chimico, che a scuola non si era affatto distinto (tanto da essere rimandato, e proprio in Italiano).

E comunque: non sarà solo la Ginzburg a bocciare un manoscritto di Primo Levi. Nel 1986 anche Gallimard, lui l’editore in persona, dirà di no alla traduzione in francese del libro «I sommersi e i salvati».

Primo Levi, di quest’altra stroncatura, non saprà nulla: perché nel frattempo si era tolto la vita.

Camon dà una spiegazione a queste illustri bocciature: «La risposta che mi viene è che c’è troppo in quelle opere».

Ma torniamo al 1947. Levi, reduce da Auschwitz, ha ricevuto il primo no da Einaudi. La storia a questo punto è nota: «Se questo è un uomo» viene pubblicato dalla casa editrice De Silva, di Torino, ne vengono stampate 2500 copie, il venduto, forse anche grazie a una recensione di Calvino su L’Unità, è di 1500. E 11 anni dopo, nel 1958, Einaudi ci ripensa. In realtà, prima ancora che il libro fosse dato alle stampe dalla De Silva, ora defunta, Levi consegnò il manoscritto a un suo caro amico, un ebreo comunista trasferitosi a Vercelli, Silvio Ortona, che pubblicò – lui per primo – «Se questo è un uomo» su un settimanale locale, L’Amico del Popolo, organo della Federazione comunista vercellese. Sfogliando le vecchie raccolte dell’Amico del Popolo troviamo infatti il primo capitolo di «Se questo è un uomo» che, però, Levi aveva titolato in altro modo: «Sul fondo».

Sull’Amico del Popolo, per gentile concessione dell’autore, comparvero i primi cinque capitoli. Poi De Silva – un piccolo editore – vide in quel manoscritto quel che Einaudi non aveva visto. Succede, si sa, che la piccola editoria faccia da battistrada ai colossi.

Ma i primi veri editori di «Se questo è un uomo» erano stati i comunisti vercellesi. I primi lettori dei celebri versi di Levi, impaginati in un riquadro, furono quindi operai e soprattutto mondine. Accanto ai comunicati della Camera del Lavoro, all’elenco di scioperi e assemblee, un mattino – è il 31 maggio del 1947 – lessero: Voi che siete sicuri/ nelle vostre tiepide case/ voi che trovate a sera/ il cibo caldo e visi amici:/ considerate se questo è un uomo…

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te.

In queste settimane di pandemia noi giornalisti, se facciamo con coscienza il nostro lavoro, svolgiamo un servizio pubblico. Anche per questo ogni giorno qui a ilfattoquotidiano.it siamo orgogliosi di offrire gratuitamente a tutti i cittadini centinaia di nuovi contenuti: notizie, approfondimenti esclusivi, interviste agli esperti, inchieste, video e tanto altro. Tutto questo lavoro però ha un grande costo economico. La pubblicità, in un periodo in cui l'economia è ferma, offre dei ricavi limitati. Non in linea con il boom di accessi. Per questo chiedo a chi legge queste righe di sostenerci. Di darci un contributo minimo, pari al prezzo di un cappuccino alla settimana, fondamentale per il nostro lavoro.
Diventate utenti sostenitori cliccando qui.
Grazie Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

A Roma la mostra “A piedi scalzi”: l’opera d’arte nata da una scatola di scarpe

next
Articolo Successivo

Scuola, i genitori e il branco

next