Ha forse avuto un iniziale ripensamento Maurizio Cevenini prima di gettarsi nel vuoto. Il consigliere regionale del Pd, che si è tolto la vita martedì sera lanciandosi dalla torre della Regione, avrebbe, secondo l’ipotesi degli inquirenti, tentato di gettarsi prima dalla finestra, ma poi ridisceso per un motivo ignoto, uscito dall’ufficio e salite le scale che portano alla terrazza, si sarebbe lanciato. È questo quello che ipotizzano i magistrati dopo le indagini svolte sul posto, e durate circa sette ore.

Un tempo lungo, ma utile per chiarire un elemento inizialmente inspiegabile: cioè che la finestra dell’ufficio del Cev al settimo piano era chiusa con la maniglia al momento in cui la polizia era entrata nel suo ufficio, ma erano presenti impronte che avrebbero fatto supporre che proprio da lì Cevenini si sarebbe buttato.

L’ipotesi conclusiva del pm Domenico Ambrosino e del procuratore aggiunto Valter Giovannini, è che Cevenini martedì sera, dopo aver scritto il biglietto d’addio per la famiglia, avrebbe aperto la finestra. Appoggiati gli occhiali su uno dei mobiletti vicino alla finestra, sarebbe salito con un piede sull’altro mobile. È stata infatti trovata un’impronta di scarpa, così come sugli infissi della finestra ci sono segni delle mani; l’altro piede invece era poggiato sul davanzale. Probabile quindi che dopo aver aperto la finestra, salito sul mobiletto e aggrappatosi agli infissi, abbia fatto retromarcia, chiudendo d’istinto la vetrata.

 Il motivo non si saprà mai, ma gli inquirenti ipotizzano che Cevenini sia sceso dalla finestra per la difficoltà nella torsione da compiere per buttarsi nel vuoto, evitando anche la zanzariera scorrevole alla finestra chiusa a metà, o ancora a causa di un ripensamento. Ma una volta ridisceso, senza occhiali, sarebbe uscito dall’ufficio lasciandosi la porta chiusa alle spalle, per salire la scala alla sua destra e dopo pochi gradini raggiungere il terrazzo da dove, verso le 21,15, si sarebbe lanciato con maggiore facilità da un’altezza di circa trenta metri.  

L’unica persona ad essere entrata nell’ufficio dopo la morte di Cevenini e prima dell’arrivo della squadra mobile è stata la donna delle pulizie, entrata alle sei del mattino di mercoledì. Riscontri possibili grazie ai badge utili per entrare in tutti gli uffici della Regione. Sentita dagli inquirenti ha dichiarato di non aver chiuso la finestra, né di essersi accorta della presenza della giacca, degli occhiali e del bigliettino sulla scrivania.

 

La famiglia di Maurizio Cevenini, intanto, ha nominato come avvocato di fiducia Paolo Foschini, coordinatore cittadino del Pdl e amico di famiglia da vent’anni. Foschini ha condiviso per molto tempo l’esperienza politica con Cevenini in Consiglio comunale. “La mia nomina – ha dichiarato – è dovuta essenzialmente all’amicizia fraterna che mi lega a Maurizio, mi è sembrato giusto in questo momento fare la mia parte”.

 L‘autopsia sul corpo di Cevenini ha dato una precisa risposta: è morto sulcolpo per le lesioni interne. La famiglia non ha voluto nominare i propri consulenti, dando piena fiducia all’operato della procura di Bologna. I consulenti nominati dal pm, incaricati di svolgere accertamenti che sono di rito in questi casi, sono il medico legale Eva Montanari, la biologa Susi Pelotti e la tossicologa Elia Del Borrello. Probabilmente, già da oggi, dalla Procura arriverà il nulla osta per la salma di Cevenini. La camera ardente sarà dalle 14,30, mentre il funerale domani mattina, alle 11,30, nella basilica di San Francesco. Il corpo poi verrà tumulato a San Lazzaro.

 

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