È una critica, ma anche un invito a non dividersi su posizioni individuali dato che in gioco c’è uno obiettivo superiore: fare fronte unito perché, davvero, l’istruzione pubblica sia difesa come bene comune e non venga trasformata in merce da vendere (o, peggio, da svendere) alle ragioni del mercato. Lo lanciano quattro docenti e intellettuali, Stefano Bonaga, Maurizio Matteuzzi, Ambrogio Vitali e Franco Berardi “Bifo”, a valle della due giorni bolognese in cui, tra il 23 e il 24 marzo scorso, si è discusso della nuova “primavera della scuola .

Si è trattato di un appuntamento per discutere della “Carta dell’urlo della scuola-bene-comune”, decalogo per ribadire che questo settore non può diventare oggetto di qualunque tipo di commercio. “La scuola pubblica statale”, si legge in apertura del documento in discussione a Bologna, “è un bene comune, come l’acqua, è il primo e massimo presidio democratico in grado di assicurare uguaglianza di opportunità nella formazione delle nuove generazioni”. Di certo, convengono i quattro docenti bolognesi, non può essere vittima dell’“inerzia governativa rispetto alla questione della Conoscenza, che vede l’Italia agli ultimi posti in Europa per investimenti in rapporto al Pil”.

Fin qui tutti d’accordo. Ma allora dove sta il problema per firmatari dell’appello-invito ai sottoscrittori della “Carta dell’urlo”? A fronte delle le realtà che hanno aderito, il nodo della questione si articola intorno alla necessità di non danneggiare un’esperienza in crescita e di lasciare in secondo piano le specificità di gruppo. In questo modo, secondo loro, si può davvero concorrere a un rinnovamento solido dell’ambito scolastico.

I quattro docenti spiegano con queste parole la loro opinione: “Di fronte a una iniziativa di carattere nazionale, era lecito, auspicabile, anche se evidentemente ingenuo, aspettarsi un ampio convergere fisico di soggetti ed esperienze diffusi, votati a rendere più visibile, più forte, più efficace possibile una lotta a contenuto universalistico e di interesse trasversale rispetto a ogni ruolo svolto o atteso nella società. Salta invece sempre più agli occhi che l’arcipelago dei movimenti di cittadinanza attiva (la resistenza antifinanziarista, i comitati per i beni comuni e gli insolventi, la pletora di studenti genitori e professori anti-Gelmini) soffre di una situazione cui vogliamo dare il nome di Jimby, ovvero Just in my Backyard, solo nel mio cortile”.

Per gli intellettuali, il pericolo è quello di separarsi a causa dei “tratti caratteristici” di realtà divise in “microderive identitarie, eccesso di enfasi nell’autovalorizzazione, autoreferenzialità delle prassi, autolocalizzazione” salvando da queste forme di sofferenza solo il movimento delle e per le donne “Se non ora quando” e quello No Tav. Dunque che fare?

Secondo Bonaga, Matteuzzi, Vitali e Bifo, “con questo documento […] intendiamo formulare un appello preoccupato e allarmato, seppure animato da una qualche speranza, alla moltitudine di realtà e soggetti che stanno lottando in questo Paese per renderlo più giusto e vivibile, per invitare tutti ad alzare il tasso di attenzione, di cooperazione politica e di responsabilità generosa. Senza questo sforzo soggettivo e collettivo difficilmente le innumerevoli, ma sottili crepe che il sistema socio-politico vigente mostra saranno allargate abbastanza per intravederne la fuoruscita”.

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