Altro che blitz di Cortina. C’è gente che un certo tenore di vita può permetterselo veramente. E non si tratta né di veline e calciatori, né di vip in naftalina. Perché i veri ricchi non cercano pubblicità e spesso il loro nome neanche lo conosciamo. L’ho pensato dopo aver visitato il nuovo ed esclusivo club parigino di David Lynch, il Silencio”. Inaugurato lo scorso settembre nel cuore della capitale francese, è già un crocevia irrinunciabile per la crème intellettuale della città. Diventarne membri appare un’impresa: non basta pagare fino a 1.500 euro all’anno, ma bisogna anche “certificare un’esperienza riconosciuta nell’ambito artistico e creativo internazionale”. A me, invece, basta dire che faccio il giornalista: per una volta ci guadagno, anche se un drink lo pago 15 euro.

Varcato l’ingresso, al 142 di rue Montmartre, inizia una sorta di discesa negli inferi: sei piani di scale sotterranee immerse nella penombra e, progressivamente, nel silenzio – quando si dice “la coerenza”. È come se lo psicoterapeuta ti stesse chiedendo di chiudere gli occhi e di svuotare la mente per far riaffiorare i ricordi, i sogni, gli incubi. Provare per credere. Poi, arrivati a meno sei, ci si imbatte nella vera porta d’ingresso. Giusto accanto c’è una campana di vetro al cui interno fluttua un batuffolo di cotone. Non è un caso: una volta entrati, sembra che le persone e le cose abbiano la leggerezza dei sogni, dell’immaginazione. Il soffitto è basso, il decoro è minimale e il personale di servizio sembra scomparire nella tappezzeria. La discrezione è forse la vera parola d’ordine: mentre sono in coda per dare il mio nome alla “reception”, il signore giusto davanti a me lo fa avvicinandosi all’orecchio dell’inserviente, dopo essersi ben guardato intorno.

I clienti, tutti rigorosamente vestiti di nero – anche se in maniera informale, – sono perlopiù giovani, talvolta eccentrici, ma mai volgari. Come il batuffolo di cotone, sembrano fluttuare da una sala all’altra del locale con il loro cocktail in mano. Parlano poco e rigorosamente sottovoce, si guardano intorno, fumano in sale che non sono a norma di legge. Tutto contribuisce a darti la sensazione che ci sia qualcos’altro oltre ciò che vedi, che un alone di mistero si sia posato su quel luogo claustrofobico. Che il bello debba ancora arrivare. Ma non ora. L’interazione tra persone che non si conoscono sembra essere vietata; non c’è traccia del rumore dei bicchieri che si toccano per un brindisi e le foto sono vietate. Il controllo degli inservienti è certosino: l’impressione è che tutti siano degli attori, e che il locale sia il set di Twin Peaks.

La musica che fa da sottofondo appena arriviamo è interpretata da un pianista in carne ed ossa – accompagnato da una base electro-pop – che però suona dietro le quinte (mah!). Il suo nome viene annunciato, ma quando il si apre il sipario al piano non c’è nessuno. Poi inizia il concerto: Jef Barbara, un giovane ed eccentrico cantautore canadese, ipnotizza la platea avvinghiandosi attorno al microfono sulle note psichedeliche della sua musica elettronica. Il pubblico, tra cui un uomo con barba, basco e tacchi a spillo, apprezza molto. Anche per Jef Barbara – come il personaggio che appare nel Silencio del film di Lynch “Mulholland Drive – “no hay banda“. Sul palco c’è solo lui.

Pur essendo tutto molto originale, il rischio è però che in questo posto ci si annoi a morte, cosa che nei sogni (belli o brutti che siano) accade raramente – ma che in effetti può succedere quando si guarda un film di David Lynch. Così, passo rapidamente in rassegna il piccolo angolo del locale adibito a biblioteca, in cui si trovano libri di demonologia e di tarocchi accanto a una monografia su Le Corbusier, e ricomincio la mia risalita dall’Ade, scappando via dall’incubo lynchiano. Appena torno sulla strada e il vento gelido ricomincia a fischiarmi nelle orecchie e a tagliarmi gli zigomi, un barbone, disperato e infreddolito, mi chiede uno spiccio. Così, a bruciapelo. Dopo aver visto cosa c’è sei piani sotto i suoi piedi ghiacciati, come fai a non pensare che la vita è ingiusta?

Federico Iarlori

parigi@ilfattoquotidiano.it

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