“È finita. È proprio finita. Hanno tagliato la testa alla regina e non c’è più niente da fare”. A cadere non è stata la testa di Maria Antonietta d’Asburgo, ma la grande insegna rossa Malaguti che campeggiava sulla autostrada A14 tra Bologna e Imola. L’hanno staccata lunedì 19 dicembre, per un motivo banale: non pagare la tassa per le insegne pubblicitarie. Eppure per le centinaia di migliaia di automobilisti che ogni giorno passano da quelle parti, quella scritta sfavillante ammainata che oggi non c’è più era il simbolo, l’ultimo, della motor valley emiliana che fu.

“Per noi è un colpo al cuore, una cosa che ci ha fatto molto male, non ci aspettavamo che anche l’insegna venisse portata giù in così poco tempo”, racconta Sabrina Franchini, ex operaia della Malaguti. “È come se con quella scritta avessero portato via una parte di noi, come se avessimo capito che davvero non c’è più nulla da fare”, spiega Franchini, che in fabbrica era anche delegata Fiom.

La vicenda della crisi e della chiusura della Malaguti, l’azienda nata 80 anni fa leader mondiale nella produzione degli scooter, era iniziata nella seconda metà del decennio scorso. Prima c’era stato il licenziamento dei lavoratori a termine e degli interinali già dal 2009-2010. Poi ad aprile scorso c’era stato il fermo della produzione con la cassa integrazione. I battenti del grande stabilimento hanno chiuso definitivamente il 31 ottobre scorso e 170 persone hanno perso definitivamente il lavoro, ognuna con 30 mila euro di buonuscita. Nello stabilimento di Castel San Pietro terme, quello dell’insegna, sono rimasti pochi dipendenti, per occuparsi del settore ricambi e smantellare tutta la catena produttiva. Presto, questione di settimane, andranno via. Andranno in un locale più piccolo a pochi chilometri di distanza e si occuperanno del settore ricambi ancora per qualche tempo, giusto per onorare i contratti con i clienti Malaguti. Lavoreranno come costrette in un polmone artificiale destinato a spegnersi in pochi anni: la ditta è ormai clinicamente morta.

La decisione della famiglia emiliana degli scooter era ormai irrevocabile da tempo: la crisi e probabilmente la mancanza di una volontà di stare in mezzo al mare in questo momento di tempesta hanno fatto il resto. I signori Malaguti sono esponenti di quel capitalismo familiare made in Italy e, fino a quando hanno voluto, sono stati degli ottimi padroni, tanto che l’azienda chiude con i conti apposto. A disposizione della famiglia Malaguti ci sarebbero 40 milioni di capitale, un capannone gigantesco e un centro ricambi, un marchio che se ben sfruttato potrebbe valere una fortuna. Tuttavia senza la volontà di continuare da parte dei padroni c’era poco da fare. Gli operai, anche contro i desideri del sindacato, dopo diverse proteste e presidi, alla fine hanno preferito accettare i 30 mila euro, convinti che, a tirare la corda, si sarebbe arrivati a perdere anche quelli.

A poco era servita l’opposizione della Fiom-Cgil, che chiedeva di lottare per proseguire la produzione nello stabilimento giallo e blu alle porte di Bologna. La fabbrica degli scooter era diventata l’ultimo baluardo, una bandiera da difendere per salvare la produzione in una motor valley emiliana diventata, più che altro, una valle di lacrime. La crisi economica negli ultimi anni ha demolito un settore che per sopravvivere sta facendo ampio ricorso ad ammortizzatori sociali, lunghe trattative e a dolorosi tagli. Verlicchi, Moto Morini, Motori Minarelli, Breda Menarini Bus, sono solo alcuni tra i nomi bolognesi delle fabbriche di due o quattro ruote che in questo travagliato 2011 hanno conosciuto cassa integrazione, fallimenti, aste giudiziarie, licenziamenti, delocalizzazioni all’estero e, nel migliore dei casi, timide riprese della produzione o riassunzione solo di una parte di lavoratori.

Così, l’impero dei motori nella pianura del socialismo reale rischia di sgretolarsi. Tanto che quasi come la bandiera sovietica esattamente 20 anni prima, in silenzio, anche questo vessillo del motociclo è venuto giù senza troppe proteste e senza guerriglie da parte degli operai. E poi di fronte a una crisi economica e alla recessione, 30 mila euro di buonuscita sono stati un silenziatore potente.

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