A inizio novembre, in vacanza a Torino, sono tornato al mio vecchio liceo per parlare di Europa ad alcune classi quinte. L’avevo già fatto in maggio e gli argomenti di discussione non mancano mai: a maggio Maroni aveva appena fatto la sua boutade sull’uscita dall’Unione; a inizio novembre la crisi aveva già riportato l’Europa (e l’euro) sulla bocca di tutti.

Uno dei ragazzi mi ha chiesto se non sarebbe vantaggioso “essere fuori dall’Europa, come l’Inghilterra. A suo modo di vedere l’Inghilterra se la passa meglio di noi e degli altri, e soprattutto è indipendente, non ha cioè “bisogno” degli altri. Ho risposto che, in effetti, l’Inghilterra – o meglio il Regno Unito – è membro dell’Unione sin dal 1973 e quindi ha sottoscritto tutti i successivi Trattati fino a quello di Lisbona, ma ha ottenuto una deroga all’obbligo di adesione all’Euro. Ho poi risposto che il Regno Unito, da sempre tradizionalmente contrario ad ogni forma di Unione che vada al di là del mercato unico, si trova in una situazione paradossale: governato dai conservatori di Cameron, il cui elettorato sarebbe più che lieto di uscire dall’Ue, si è visto offrire un’occasione unica e inattesa con la crisi dell’euro. Ma, anziché fare un bel referendum e uscire (il tutto tra l’altro possibile e pianificato dal Trattato di Lisbona), Cameron si ritrova a calmare i suoi e farsi sgridare da Sarkozy: tu che hai sempre odiato l’euro, adesso stai zitto e lasciaci lavorare in pace.

So benissimo che la domanda dello studente non è affatto stupida e la risposta non è così semplice. Gli elementi fondamentali restano però, a mio avviso, due: 1) non basta essere fuori dall’euro (o dall’Ue) per non sentire gli effetti della crisi; 2) chi è fuori non può influenzare le soluzioni.

Sul primo punto, vediamo alcuni indizi sulla situazione del Regno Unito (fonte: Financial Times a partire dal 18 novembre, e altri giornali specializzati sull’Europa come European Voice): la Banca Centrale Uk (sì, loro ce l’hanno ancora, non sono sudditi della famigerata Bce!) segnala ulteriori manovre di quantitative easing, cioè immissione di liquidità per contrastare la crisi. Sembra che la tattica funzioni perché il Regno Unito finanzia il suo debito con uno spread abbastanza costante rispetto alla Germania. Insomma, i mercati si fidano. Al tempo stesso, però, i timori che il sistema finanziario del Regno Unito (cioè la principale fonte di ricchezza e crescita del Paese) vada incontro a serie difficoltà nei prossimi tre anni sono al massimo livello dal 2008. Inoltre, nelle previsioni di autunno la Commissione europea dice che il tasso di recupero Uk è ben minore di quello dei colleghi continentali, soprattutto a causa dei bassi consumi privati. Per finire, i giovani disoccupati nel Regno Unito superano la quota un milione. Il grafico del Ft fa un’impennata impressionante ed è il picco massimo da 17 anni a questa parte. Il governo Cameron dice che è colpa… della crisi dell’Euro!

Sul secondo punto, direbbero forse gli studenti del mio liceo, gli inglesi almeno non si fanno umiliare da diktat franco-tedeschi! E’ vero. Ed è una fonte di preoccupazione notevole per Cameron e soci. Perché, in questo caso, stare fuori vuol dire rischiare di essere lasciati in disparte. Gli inglesi non sono nella sala in cui si prendono le decisioni su come risolvere la crisi nell’eurozona. Non sono nella sala quando si parla di integrazione fiscale ed economica tra gli Stati dell’area Euro. Nessun diktat quindi, ma gli altri decidono e loro ne subiscono semplicemente le conseguenze.

Allora è meglio essere fuori o essere dentro? Per rispondere bisogna chiarire alcuni elementi fondamentali. Innanzitutto, l’Euro non è la causa della crisi, che è nata dal sistema finanziario (ricordate i mutui subprime?) e si è trasferita a quello economico obbligando gli Stati a spendere per stimolare l’economia e quindi ad indebitarsi di più.

E’ quindi meglio avere i conti a posto e una struttura competitiva: a quel punto, fuori o dentro l’Euro non importa troppo. Infatti, nel rapporto di autunno sopra citato, la Commissione dipinge un quadro piuttosto roseo in Scandinavia: sia in Finlandia (area euro) che in Svezia (senza euro). Anche l’Estonia, appena entrata nella moneta unica, fa segnare performance straordinarie, soprattutto nelle esportazioni. Se la passa male invece l’Ungheria, fuori dell’Euro ma bisognosa delle attenzioni del Fmi. Persino chi è fuori dell’Ue come la Svizzera ha problemi, paradossalmente causati dall’eccessivo apprezzamento della moneta (nota: problemi che si estenderebbero probabilmente alla Germania se l’Euro esplodesse). Chi poi non è considerato credibile dai creditori (cioè: chi non dà fiducia sulla capacità di ripagare il debito secondo i patti) se la passa malissimo. Come l’Italia.

Con tutta probabilità, se avessimo approfittato dell’ingresso nell’Euro per continuare il risanamento delle finanze pubbliche nel decennio passato oggi saremmo tra i firmatari e non tra i destinatari dei cosiddetti diktat.

Facciamo però attenzione alle cattive idee come quella dell’Euro-causa-di-tutti-i-mali. Uno spettro si aggira per l’Europa e si concentra sull’Italia: lo spettro del populismo. Mischiato alla paura del futuro e all’impoverimento dovuto alla crisi è uno spettro che mette i brividi.

Ps: Per la cronaca, alcuni Stati (Germania, Polonia e Spagna ad esempio) organizzano regolarmente e, al minimo, quando hanno la presidenza rotante del Consiglio dell’Ue, quello che va sotto il nome di “back to school“: i loro funzionari che lavorano nelle varie istituzioni Ue sono incoraggiati a tornare nelle loro scuole di origine in veste di “ambasciatori dell’Ue”. Manco a dirlo, l’Italia non l’ha mai fatto e a mio avviso mai lo farà. Allora lo faccio io, come volontariato durante le vacanze, con l’appoggio di qualche insegnante che accetta di ‘devolvere’ una o due ore per una lezione un po’ sui generis. Ho incontrato ragazzi desiderosi di capire ciò che succede in Italia e sul legame con ciò che succede in Europa e nel mondo. Ho avuto purtroppo la netta impressione che nessuno sia in grado di spiegarglielo. Chiusa la parentesi.

Disclaimer: Come riportato nella bio, il contenuto di questo e degli altri articoli del mio blog è frutto di opinioni personali e non impegna in alcun modo la Commissione europea.

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