Ebbene sì, l’ho fatto anch’io: la sera in cui a Roma si festeggiava la sconfitta di Berlusconi al cospetto dei Mercati, sia chiaro, non di altro o altri, io sono andato a vedere I soliti idioti. Volevo farmi due risate, in un momento in cui non c’è niente da ridere, tale e tanta è la disfatta del nostro Paese e tanto doloroso sarà il nostro domani. Ma dicono che è proprio in questi momenti che il cinema comico, ancor più se irriverente, tiri di più. Io non ci sono andato solo per distrarmi, ma perché mi sembra giusto, per uno che fa il mio lavoro, andare a vedere tutti i film italiani, senza preclusioni e senza preconcetti.

Devo dire però, a proposito di preconcetti, di essere entrato al cinema temendo di vedere un film ancora peggiore di quello che ho visto: due risate me le sono fatte, anche se non ho capito proprio perché la coppia di omosessuali facesse ridere così tanto la ragazza accanto a me, quella bionda tinta che masticava la gomma a bocca aperta. A me la coppia di omosessuali mi ha indignato, la sceneggiatura non esiste, il film è veramente sciatto, il “continua” sparato prima dei titoli di coda non lascia dubbi: ci sarà un ennesimo seguito all’idiozia. Ma i due attori, gli idioti, sono bravi e qualche momento del viaggio con papà non ti fa ridere solo se hai deciso che non devi ridere.

Me ne sono tornato a casa a piedi, triste e solitario, infastidito dai suoni delle macchine in festa. A casa sono entrato nella stanza dei miei figli, che dormivano, tutti e tre in un letto diverso dal proprio, cosa che, chissà perché fanno ogni tanto. Li ho guardati sapendo che tra qualche anno anche loro perderanno la testa per un nuovo idiota pescato chissà dove trascinandolo d’autorità al cinema, sempre che esisterà ancora il cinema, pensando anche che alla fine è giusto così. Ogni epoca ha il suo idiota e non è assolutamente detto che gli idioti dei tempi miei, fossero Franco e Ciccio o Totò e Peppino, fossero meglio di questi. Poi sono andato sul terrazzino. Mi sono seduto sulla sdraio e ho respirato forte l’aria amara della mia città. Dopo un po’ è arrivato Davide, il più piccolo dei miei figli, che si sveglia sempre di notte. “Papà, facciamo la battaglia?” “E’ notte, e di notte non si fanno le battaglie”. Davide mi ha guardato con lo sguardo assonnato e vitreo dei suoi occhi azzurri che tanto mi mettono a disagio. “E allora vieni a dormire. Dai, cazzo!”

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