L’annuncio è una sorpresa che nel tumulto della festa italiana anche l’Avvenire (il giornale dei vescovi) per il momento trascura. In primavera Papa Ratzinger va all’Avana. Incontrerà Raul, fratello presidente. Incontrerà Fidel, grande malato, incontrerà l’ingegner Payà e altri cattolici ai quali è concessa la libertà di un’opposizione propositiva. Possono parlare anche se le parole si sciolgono nel vento. Benedetto XVI celebrerà messe solenni nelle piazze di ogni città, trasmesse in diretta tv come per Giovanni Paolo II. Dodici anni fa il viaggio di Wojtyla cambia i rapporti tra la costituzione avvolta nell’ateismo di Stato ispirato da una Mosca sepolta nei brutti ricordi, e la Chiesa non proprio clandestina ma rinchiusa nella definizione di “istituzione privata”, ai margini di ogni interesse pubblico.

Fino al 1998 giornali e televisioni non potevano parlarne. Il peregrinare di Woytyla suscita l’illusione di un’apertura che subito impallidisce: concessioni marginali, niente di più anche se la commozione di Fidel accompagna il pontefice alla scaletta dell’aereo per Roma. Piove e il leader maximo sussurra: “Cuba piange perché il Papa se ne va”. Quattordici anni dopo l’Avana e il Vaticano sono alle prese con realtà più complicate dei dogmi armati l’uno contro l’altro. Cuba resta il lampadario fioco di una rivoluzione delusa non solo politicamente: povertà, isolamento insopportabile, illusioni che invecchiano mentre i latini dell’America accanto marciano col passo di democrazie realizzate. Anche i protagonisti esercitano ruoli diversi: il cardinale Ortega (internato negli anni del dominio sovietico nei campi di lavoro forzato) è il mediatore scelto da Raul Castro nel dialogo difficile con oppositori nutriti dalle lobby di chi a Miami insegue da mezzo secolo la distruzione “del regime comunista” in sintonia con le politiche delle famiglie Bush. Soffiano su rabbie e frustrazioni, scioperi della fame di politici (non sempre e solo politici) oscurati in prigioni impossibili. Soffiano su madri e mogli che hanno copiato frettolosamente il velo bianco delle madri dell’Argentina della dittatura, 30 mila desaparecidos.

Ortega ha l’incarico di sanare gli errori con lentissime sfumature consuete alle abitudini cubane. Di trattare scarcerazioni, di provare dialoghi. E attraverso la Chiesa il regime si apre a una normalità che dovrebbe acquietare inquietudini ormai complicate da contenere. Il Papa che arriva non deve rimettere il cardinale agli occhi del mondo, come è successo a Giovanni Paolo II. Entrato nell’ufficialità, Ortega è punto di incontro di due concezioni di vita così lontane e per necessità ormai vicine. Sarà curioso capire come Miami e Washington interpreteranno i risultati del viaggio papale. Ma Benedetto va all’Avana forse col proposito di rilanciare l’immagine di una Chiesa umiliata dagli scandali e preoccupata per l’invasione delle sette protestanti “fai da te”, ormai significative anche nell’isola. “Missionari” colombiani, messicani hanno goduto del permissivismo di una politica che apriva ponti con realtà esterne segmentate per non rimpicciolire l’autorità dello Stato. Perfino la massoneria ha privilegi insospettabili: permesso di un ospedale privato per fratelli anziani. Il viaggio di papa Ratzinger può avere anche lo scopo di rimettere ordine nella priorità dei rapporti con i portatori di pace. Non solo: sia pure meno importante del passato, Cuba resta un megafono che apre le orecchie al continente cattolico più popoloso del mondo, ma in crisi per perdita di fedeli e vocazioni. Da protagonista, la Chiesa allunga la mano al regime appeso alla rielezione di Obama. E il governo sembra felice. Vedremo perché.

da Il Fatto Quotidiano del 15 novembre

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