La prima domanda che ti salta in mente quando vieni a sapere che un nuovo libro sugli Who è uscito in libreria è scontata: “Cosa si potrà mai scrivere di nuovo su una band su cui sono stati versati già ettolitri di inchiostro, che ha fatto la storia del rock e che non ha più segreti da nascondere?”. La diffidenza – lo ammetto – cresce quando ti accorgi che a scriverlo è una donna.

Perché gli Who non facevano musica per “femminucce”, anzi con un sound aggressivo caratterizzato dai pesanti riff di Pete Townshend, la tempesta di note che uscivano dagli strumenti di John Entwistle e Keith Moon uniti alla voce stridula di Roger Daltrey e la costosa abitudine di distruggere gli strumenti al termine di ogni concerto, l’effetto che se ne ricavava era fragoroso, aggressivo e ipermascolino. E poi, è cosa nota, il quartetto londinese è passato alla storia per essere esponente di punta della Cultura Mod… non proprio roba da ragazze.

Poi, però, sfogli il libro, inizi a leggerlo e ogni pregiudizio cade quando ti rendi conto che tra le mani hai una grande opera, che ogni amante del rock ‘n’ roll non può che apprezzare: perché The Who – Pure and easy di Eleonora Bagarotti, edito da Arcana, è un volume che in oltre 500 pagine ti proietta in un’altra dimensione e in un’altra epoca, perché racconta fedelmente il mito, la leggenda, il desiderio, la ribellione, la passione, la disperazione, in una parola, la vita del rock.

Privilegiata Eleonora Bagarotti, perché ha lavorato come addetta stampa degli Who, è stata spesso in tour con loro e li ha seguiti in decine di concerti, diventando amica di Townshend, “Windmill Pete” (per via delle rotazioni ‘a mulinello’ del braccio che il chitarrista faceva tra un accordo e l’altro durante le esibizioni) che non ha mancato di darle in questa occasione una robusta e decisiva mano.

Non poteva che uscirne un libro che è un vero e proprio  atto d’amore per questo gruppo e per la musica rock. The Who – Pure and Easy è un testo che analizza brano per brano l’opera omnia della grande band inglese (oltre che la produzione solista di Pete Townshend). Perché “i testi sono sempre importanti. Nel caso di Townshend e degli Who, non è possibile cogliere la bellezza di un loro brano senza la comprensione dei testi. Chi ascolta Baba O’Riley senza sapere tutto ciò che c’è dietro, mi spiace, ma allora non ha mai veramente ascoltato Baba O’Riley”, confessa l’autrice.

Eleonora cos’è che ti ha spinto a scrivere questo libro sugli Who?
Da sempre amo il rock, in particolare quello degli anni ’60 e ’70, così come la musica classica. Gli Who sono stati la band che più ho amato e seguito sin da ragazzina, arrivando a conoscerli, in particolare Pete Townshend. In Italia avevo già pubblicato qualcosa su di loro, ma mai un libro completo, che mancava. Grazie ad Arcana e in particolare alla sensibilità dell’editor Chiara Veltri, è stato possibile pubblicare questo volume esaustivo sulla band.

Come nasce la tua passione per gli Who?

La mia passione per gli Who nasce a 10 anni. All’epoca ascoltavo già i Beatles e mi capitò di vedere Tommy in tv: il film, ma soprattutto la musica, mi emozionò all’inverosimile. E così, in un anno, ascoltai e lessi quasi tutto ciò che esisteva sugli Who.

Quanto tempo hai impiegato per scriverlo?
Il libro l’ho scritto in tre mesi, ma ce l’avevo dentro da parecchio. E le dichiarazioni di Pete hanno dato una grossa spinta.

Cos’è che più ti ha colpito scavando a fondo nella storia del gruppo?
La storia degli Who è straordinaria, nella sua intensità e nella sua drammaticità, come ben sottolinea Ernesto Assante nella sua prefazione, ricordando le morti del batterista Keith Moon e del bassista John Entwistle. Per quanto riguarda l’aspetto umano, colpiscono il sapersi narrare senza veli di Townshend e l’apertura che gli Who hanno nei confronti dei fan, che considerano una ‘famiglia’.

Ernesto Assante nella prefazione al tuo libro scrive che basta ascoltare Won’t Get Fooled Again per farsi un’idea sulla grandezza di questa band. E tu quale canzone indicheresti e perché?
Per amare gli Who, bastano un orecchio sensibile e una buona cultura British. Le canzoni che porto nel cuore hanno a che fare con il mio rapporto con Pete, quindi sono recenti e meno note, ma per me significative dal punto di vista personale (su tutte, Now and then). Poi scelgo Quadrophenia perché è la dimostrazione più intensa del fatto che Townshend stia al rock come Beethoven alla ‘musica colta’.

Potresti raccontarmi qualcosa del tuo incontro con Pete, come l’hai conosciuto?
Ho conosciuto Pete da ragazzina, la prima volta nel 1982: avevo 14 anni e lo aspettavo per ore, giorno dopo giorno, fuori dai suoi studi di registrazione a Twickenham, cosa che ho replicato anno dopo anno, durante le vacanze estive a Londra. Il primo contatto ‘intimo’ risale al 1992. L’aneddoto, forse, riguarda quell’antica timidezza di entrambi. La mia, in quanto ragazzina e fan che non voleva risultare fastidiosa. La sua, in quanto persona introversa, gentile e un po’ stupita per la mia determinazione.

Come vedi l’attuale panorama musicale italiano e internazionale?
Non seguo molto la musica italiana, però di sicuro ho goduto della bellezza delle canzoni di Ivano Fossati e Vinicio Capossela. Per quanto riguarda il panorama internazionale, forse le ultime band che mi hanno affascinato sono stati i Nine Inch Nails e i Massive Attack (che però devono moltissimo al grande David Bowie). La discografia è in crisi un po’ ovunque, ma la storia insegna che ciclicamente arrivano nuove ondate di creatività. Resto speranzosa in attesa.