Il primo turno delle elezioni del 23 ottobre in Bulgaria, che ha portato l’imprenditore Rossen Plevneliev (il candidato sostenuto dal governo conservatore) e il socialista Ivaylo Kalfin al ballottaggio di domenica prossima, si sono svolte sotto la stretta sorveglianza dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) per il pericolo di compravendita di voti e di intimidazioni degli elettori.

Il partito di centrodestra Gerb, al potere dal 2009, ha fatto molto discutere a fine luglio di quest’anno per aver respinto un disegno di legge che prevedeva la confisca dei patrimoni superiori a settantacinquemila euro sospettati di avere origini criminali. Il giorno delle votazioni, 47 deputati del Gerb non si sono presentati in aula.

La scelta del parlamento bulgaro arriva dopo un mese dal rinvio a Bruxelles dell’adesione della Bulgaria allo spazio Shengen per la libera circolazione. I ministri degli esteri europei hanno chiesto al paese di perfezionare il sistema giudiziario e i controlli ai confini.

Nell’estate di due anni fa ho soggiornato a Sofia insieme al fotografo Marco Belli per realizzare un romanzo fotografico sugli ambienti della mafia nella capitale bulgara. In quei giorni la città era tappezzata di manifesti elettorali per le elezioni che avrebbero portato al potere il partito che due mesi fa ha detto no alla confisca dei soldi che puzzano di mafia e che, con tutta probabilità, vincerà anche la prossima tornata elettorale.

La nostra guida nei meandri della città è stata la docente universitaria Nora Goleshevska. Più volte, sia Goleshevska che le persone che tramite lei abbiamo consultato, hanno affermato che nessun governo futuro, nonostante tutti, da destra a sinistra, avessero promesso una spietata lotta alla corruzione, avrebbe mai fatto nulla per combattere realmente la criminalità organizzata. Troppe connivenze fra potere politico e mafia. Un rapporto consolidato nel tempo. Tutti i proclami democratici di lotta alle oligarchie del paese sarebbero caduti nel nulla.

Chi in Bulgaria ha tentato di parlare di rapporti fra potere e mafia è stato ucciso. Il 5 gennaio del 2010 Boris Tsankov, autore di un libro sui legami tra mafia bulgara, élite economica e politica, è stato assassinato in via Stamboliyski, una delle strade più frequentate della capitale. In passato, Tsankov aveva collaborato con diverse stazioni radio di Sofia ed era noto il suo legame con la malavita.

Il 7 aprile del 2008 lo scrittore Georgi Stoev è stato freddato, in pieno giorno, nel centro di Sofia, da due colpi alla schiena e da un colpo alla testa. I killer si sono allontanati camminando. Nessuno dei numerosi testimoni ha provato a fermarli. Stoev negli anni ’90 era stato un gangster e aveva lavorato per i boss Vasil Illiev e Poli Pantev, a capo di potenti società del racket delle assicurazioni. Poi era passato dall’altra parte della barricata e aveva iniziato a scrivere libri sulla malavita bulgara, pubblicando tra il 2006 e il 2007 una decina di libri di successo, farciti di dettagli di conversazioni scomode, nomi di mafiosi, aneddoti della vita del narcotraffico e del contrabbando di auto, affari sporchi, vizi personali dei boss. Non ho mai letto niente di Stoev. So che da ragazzo aveva fatto parte della nazionale di sambo, una disciplina simile alla lotta libera. Molti uomini della malavita sono ex atleti, lottatori e sollevatori di pesi che si sono riciclati come moderni uomini d’affari o come guardie del corpo di questi.

Il quotidiano Sega ha svelato che la Bulgaria, durante e dopo il conflitto in Kosovo, è stata una delle destinazioni predilette dai soldati della KFOR (la forza internazionale dell’ONU) durante le proprie licenze. Visto l’alto potere d’acquisto dei militari, vennero sviluppati una serie di esercizi commerciali intenti a fornire servizi: dai negozi, ai ristoranti, ai bordelli. Un vero e proprio business della guerra gestito da società mafiose con la connivenza del governo, allora presieduto dal Movimento Nazionale per la Stabilità e il Progresso, capeggiato dall’ex monarca Simeone II.

Ma oltre ad essere protagonista di coraggiosi reportage locali, la misteriosa e potente mafia bulgara viene ampiamente analizzata anche nel libro del giornalista Misha Glenny, McMafia (Mondadori, 2008). Glenny afferma che, come ogni altro stato dell’area balcanica, la criminalità organizzata bulgara si è specializzata in un settore particolare del contrabbando: le macchine.

Nonostante la crisi che continua a colpire larghe fasce sociali con uno stipendio medio fermo da due anni intorno all’equivalente di 360 euro, il prezzo dell’energia che continua a salire e la disoccupazione che oscilla intorno al 10%, Sofia appare come una città mite, vivibile, con una qualità della vita notevole. Il rapporto con il proprio passato comunista è meno teso rispetto ad altre nazioni dell’est Europa e l’atmosfera che si respira, almeno all’apparenza, è molto rilassata. Sofia non ha l’aspetto di città del crimine. Nemmeno nella sua periferia, i quartieri dove, a quanto dicono i quotidiani, i musi (i mafiosi) detengono il potere, traspira la corruzione. A prima vista sembrano tristi agglomerati urbani di un’epoca conclusasi malamente. Caseggiati tristi, blok anonimi, luna park architettonici del socialismo reale ormai in disuso.

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