Justine (Kirsten Dunst) si sposa. Il giorno delle nozze, il giorno della festa, il giorno in cui deve essere felice, è il giorno in cui qualcosa in lei si rompe definitivamente. Claire (Charlotte Gainsbourg), sua sorella, cerca in ogni modo di impedirlo. Senza riuscirci. La sera del matrimonio, la sposa nota una stella molto luminosa. Il marito di Claire (Kiefer Sutherland) le dice che si tratta di Antares, ma non è così. Poco tempo dopo, Justine – caduta in uno stato di totale depressione – raggiunge Claire e il marito per essere accudita. Nel frattempo, la stella è stata riconosciuta: si tratta di un pianeta, Melancholia, che si sta avvicinando alla Terra.

Diviso in due parti con un’assoluta unità di luogo (la casa delle nozze è la casa di Claire) e preceduto da un prologo sulle note di Tristano e Isotta di Wagner, Melancholia è, prima di tutto, un film compatto e stilisticamente misurato. Parla di morte, smarrimento del senso, depressione, fino a una simbolica apocalisse, e lo fa senza andare mai fuori tono. Melancholia non è involuto, debordante e – a tratti – ridicolmente forzato come il precedente Antichrist. Con lui condivide solo il momento cupo del regista, che depresso lo è stato sul serio. Von Trier realizza con Melancholia il suo Sussurri e grida e un film che non stonerebbe nella filmografia di Bergman. Un film rigoroso e severo.

La Dunst e la Gainsbourg sono due volti della stessa donna o forse sono davvero due donne: poco importa. Un po’ come le tre sorelle di Bergman (o le due protagoniste di Persona), che erano certo tre persone differenti, ma anche tre aspetti, stili, caratteri, di ogni essere umano. Justine (nome forse non casualmente legato a De Sade) sa e capisce tutto: per questo crolla. Ma il suo nipotino, dall’inizio alla fine, la chiama “Zietta Spezza-acciaio” e non sbaglia: la disperazione di Justine, che non può fondare razionalmente l’emotività, è talmente forte da annientare ogni regola. Forse, invece, Justine e Claire sono la stessa persona. Forse è il matrimonio di Claire, quello che vediamo nella prima parte del film. Forse la Dunst non è altro che l’ombra repressa della Gainsbourg, che cerca in ogni modo di aderire alla formalità/normalità della vita. Ma che dentro di sé contiene e soffoca, nutre e conserva, l’inesprimibile terrore legato al cambiamento. O alla distruzione. Claire ha paura, Claire ha l’ansia. Claire obbedisce. Justine è depressa, animalesca. Justine fa quel che le pare. Costellato dall’ironia che non ha mai abbandonato il regista danese, Melancholia è ineccepibile nella prima parte, ma lievemente lento nel finale dove un paio di scene di cui si poteva fare a meno (la tintarella di Melancholia di Justine) sfilacciano un po’ la tensione. Che poi, comunque, si rivela molto potente.

Ma un grande film si valuta anche dai particolari. E Von Trier qui ne offre un’infinità. Fin dalla scena iniziale, con quella limousine troppo grande per quella minuscola stradina, o con quell’impetuoso “cambio” di quadri nella libreria di casa. Lo spegnersi inesorabile di Justine, in tutto il primo tempo, è una partitura encomiabile di temi, ritornelli, stonature, sprofondamenti. I genitori sono le figure primitive che devono essere: la madre, Charlotte Rampling, è un cerbero di cinismo; il padre, John Hurt, un magnifico cazzone amorale. Lo strumento di misurazione del pianeta Melanchonia, chiaramente opposto al telescopio, è arcaico, segno di un’altra dicotomia nascosta: intuizione contro ragione, spirito contro forma prestabilita (l’oggetto di legno si punta al petto, è a contatto con il cuore, è di uso immediato e facilmente maneggevole). Nelle dicotomie ovunque presenti è quindi fondamentale l’unità di luogo e la precisione dell’ambientazione: nella casa tutto è perfetto. Importanti perciò le figure degli “organizzatori”: quello del matrimonio (il grande Udo Kier) e quella del maggiordomo della casa, il “piccolo papà”, come lo chiama Justine. È lui che si occupa che siano mantenute forma, pulizia, ordine: tutto deve essere sotto controllo. Nel darsi puro dell’esistenza, tutto deve convergere per nascondere la morte, la fine, l’abbandono, i profondi timori.

Von Trier, con Melancholia, scrive però anche la sua Ginestra. Sbagliatissimo vedere solo il lato nero (nerissimo) della faccenda. La speranza che esista un Dio, una salvezza è del tutto assente. Ma l’umanità esiste e l’amore anche. Il rapporto tra Justine e il nipote è un altro elemento notevole. Nel secondo importante dialogo tra Justine e Claire, la prima dice con ferocia alla seconda che nel trapassare (di qualunque condizione dell’esistenza) non c’è niente di piacevole. Lo dice con la freddezza di un’assassina. E un minuto dopo si apre all’accudimento dolcissimo verso un bimbo. Ciò che è intollerabile, in fondo, è la menzogna dei “grandi”. Ciò che è inaccettabile è che questa menzogna diventi cristallizzazione di senso e tolga immaginazione. Justine è bambina e crudele. Claire adulta e fragile. Ma alla fine la solidarietà tra le due parti e una forte pietas per la comune condizione esistono eccome.

Melancholia
è certo un film durissimo. “Cinema come sfregio”, ha scritto qualcuno. Chi ama farsi sfregiare dall’arte troverà un capolavoro. Assieme a Idioti, di certo il film più emotivo e struggente di Von Trier.

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