C’è la Lega di Umberto Bossi e c’è quella di Roberto Maroni. La prima è quella che sbadiglia a Montecitorio (guarda il video) e anche oggi garantisce il sostegno al governo Berlusconi, la seconda è quella dei militanti, che hanno scelto da tempo il nuovo leader: Bobo. Lo hanno chiesto a Pontida, gridato a Venezia e ribadito in ogni occasione utile. Hanno sperato che il Capo passasse il testimone. E invece Bossi ha scelto la prova di forza, imponendo Maurilio Canton segretario provinciale di Varese. E scatenando così una vera e propria rivolta interna. Perché per quanto il fantomatico ‘cerchio magico’ usi il bavaglio chiudendo i forum, eviti le critiche cancellando i comizi e vieti il voto ai delegati dei congressi per non far contare i maroniani, minacciandoli con delle presunte liste nere ed espulsioni, ottiene un unico risultato: far crescere il malessere nella base e avvicinarla sempre di più al titolare del Viminale. E basta andare a Varese per capire che ormai il Carrocio non è più roba di Bossi. Il Capo è ormai troppo legato a Berlusconi, quello che un tempo chiamava il “mafioso di Arcore”, a cui oggi appare sottomesso e accondiscendete. Troppo. Sono talmente indispettiti i leghisti della base da questa “sottomissione politica” da tenere la bandiera di Forza Italia nei bagni della sezione numero uno del Carroccio: a Varese.

Qui il partito è nato vent’anni fa. E qui due anni fa è nata la fronda di Maroni. Era il luglio 2010. Dal sacro prato di Pontida Bossi aveva cacciato dal partito Andrea Mascetti, fondatore di Terra Insubre. Il giorno dopo Bobo passeggiava sottobraccio nella centrale piazza del Podestà con Mascetti. Proprio sotto le finestre della sezione numero uno della Lega. Quella da cui tutto è nato. Dove sono affisse alle pareti le immagini che ripercorrono i venti anni del Carroccio. I primi manifesti elettorali, le foto di Manuela Marrone, la moglie del Capo, che a questa sezione è rimasta iscritta fino al 2010. Poi tutto è cambiato. Fino ad arrivare a oggi. “Qui ormai l’unico che salviamo è Maroni, non ce ne sono altri: da qui la Lega è nata nel 1984 e da qui ora riparte”, spiega con assoluta disinvoltura Giulio Moroni, capogruppo della Lega nel Comune guidato da Attilio Fontana, sindaco supermaroniano caduto sul campo colpevole di essersi schierato contro i tagli del governo agli enti locali e costretto al silenzio dal Cerchio magico. Che però ha ormai perso ogni potere. Neanche le minacce di epurazioni contano più. Anzi, nella Lega in fermento, il gadget più ricercato è la tessera firmata da Roberto Maroni e l’appellativo “barbaro sognatore”.

Malgrado il titolare del Viminale abbia più volte smentito l’esistenza di una corrente a lui ispirata (“L’unico maroniano è Roberto Maroni”, sostiene), da qualche tempo, i suoi sostenitori nel movimento sostenitori, militanti e dirigenti locali – hanno cominciato a fare outing. E’ un vero e proprio esercito a cui giorno dopo giorno si arruolano sempre più leghisti. Definirsi “barbari sognatori” sembra essere diventa quasi una moda. Molti lo scrivono su facebook, come firma nei messaggi, o addirittura nelle lettere pubbliche (come ha fatto l’ex segretario provinciale di Varese, Stefano Candiani, nel testo dell’intervento che non ha potuto leggere al congresso di domenica). Il riferimento è ai “barbari sognanti” citati da Maroni, in chiusura al suo intervento, nel giugno scorso, a Pontida (dove i suoi avevano issato un enorme striscione “Maroni presidente del consiglio”). “Il popolo di Pontida è per noi un sostegno enorme, io vi voglio ringraziare davvero alla faccia di tutti i ‘gufi’ romani che dicevano a Pontida non verrà nessuno: guardateli, inquadrateli – disse – questo popolo è il popolo di Pontida, è il popolo della Lega è un popolo di barbari, ma di barbari sognanti. Noi abbiamo un grande sogno: la Padania libera e indipendente”. A Settembre “barbaro sognatore” è apparso su un manifesto a Venezia, accanto alla faccia del ministro dell’Interno.

L’altra moda diffusa è quella di farsi autografare la tessera di sostenitore o militante. Anche martedì sera, nella sezione cittadina di Varese, dove Maroni è iscritto e dove è andato per partecipare alla prima riunione dopo il congresso-choc, vi erano militanti che la esibivano, spiegando che ormai è diventato un segnale distintivo dell’esercito maroniano. Gli stessi che ormai criticano apertamente Bossi. Che definiscono il cerchio magico un di Soviet. Che si ritrovano a Varese in piazza del Podestà parlando come dei Carbonari in attesa che il governo cada. Quell’esecutivo che invece Bossi sostiene passerà indenne dal voto di fiducia. Molti guardano a Maroni in aula e sperano che i deputati legati al ministro dell’Interno diano un segnale, come avevano fatto con Alfonso Papa, mandandolo in carcere a Napoli. Altri lo vedono Bobo già presidente del Consiglio. L’entusiasmo aiuta nella militanza, ma anche i dati certi rassicurano: i 12 sbadigli di Bossi a Montecitorio confermano che l’Umberto è da pensionare.

di Lorenzo Galeazzi e Davide Vecchi

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