La homepage del sito "Iva sei partita"

Tra tagli a enti locali e aumento dell’Iva, c’è un’altra misura inserita nella manovra finanziaria che a molti non piace. E’ l’abolizione del regime dei minimi delle partite Iva e colpisce i già semivuoti portafogli dei giovani professionisti che lavorano sotto questo regime fiscale. Lo denunciano Paola, Laura e Giulia, due architetti e un ingegnere trentenni che hanno creato “Iva sei partita”, un sito nato con l’obiettivo di “mettere insieme questo variegato mondo per fare fronte comune, dato che si tratta di lavoratori che non possono contare su un sindacato che li rappresenti, e dunque si ritrovano ciascuno solo con i suoi problemi”.

Per il popolo delle partite Iva la manovra rischia di essere un salasso, visto l’aumento di tasse che colpirà molti. Prima le partite Iva che guadagnavano meno di 30mila euro l’anno pagavano, oltre agli oneri previdenziali, un’aliquota forfettaria del 20% dell’incasso lordo, ed erano dispensati dall’Irap. “Ora – spiega Paola – la maggior parte di loro, circa 500mila lavoratori, sarà costretta a un regime ibrido: niente Irap e scritture contabili, ma Iva al 21%, Irpef al 20% e addizionali locali (che con i tagli ai Comuni sono destinate ad aumentare, ndr)”. Un vantaggio ci sarà solo per chi ha aperto la partita Iva dopo il 31 dicembre 2007, guadagna meno di 30mila euro e ha meno di 35 anni: per 5 anni potrà accedere a un regime fiscale con aliquota al 5%. “Ma sotto questo regime sono solo 50mila persone tra gli ex minimi”, denuncia Paola.

I giovani in partita Iva rischiano poi di subire conseguenze negative dagli studi di settore, che dovrebbero combattere l’evasione. Un enorme numero di professionisti che lavorano come autonomi, di fatto svolgono attività per una sola azienda (o per un solo studio professionale), seguendo orari e direttive del capo come dei dipendenti a tutti gli effetti. Salvo, ovviamente, non godere delle tutele che spettano a questi ultimi. Nessuna indennità per malattia o altro: se ti ammali, o se sei una donna e resti incinta, è un problema tuo. Con la sottoposizione agli studi di settore la situazione peggiora perché, spiegano le ragazze di “Iva sei partita”, “se guadagni troppo poco per il tipo di professionalità che hai, si presume che tu sia un evasore, quindi sei passibile di verifiche”. E con le tabelle delle tariffe professionali dimostrare di non avere evaso perché si guadagnano solo mille euro al mese non è facile. Così “per non avere problemi con i controlli e non dover pagare un surplus di tasse dovuto a una dichiarazione di guadagno ‘non congrua’, si dichiara magari di lavorare solo 8 ore a settimana a fronte delle 40 reali, sempre che non si facciano straordinari”, racconta Paola. Che si sfoga: “Per una ‘finta’ partita Iva questa è la beffa estrema, come se non bastassero il salasso in termini di tasse e la concorrenza imbattibile di chi apre partita Iva ora e paga solo il 5%”.

Se è così poco conveniente, perché tante persone (oltre 7 milioni, secondo la Cgil) decidono questa modalità di prestazione lavorativa? Qualche volta è una scelta di vita, ma “quasi sempre sei obbligato. Nella stragrande maggioranza degli studi professionali ti dicono: se vuoi lavorare con noi, devi aprirti la partita Iva. Sei giovane, magari sei uscito da poco dall’università e per fare esperienza accetti anche una condizione palesemente svantaggiosa”. Anche perché, fa notare Paola, “le tasse si pagano a fine anno, quindi inizialmente molti neanche si rendono conto del reale ammontare dello stipendio mensile netto”. Al datore di lavoro, invece, conviene: arriva a risparmiare quasi il 50% sui compensi, e ha un “dipendente di fatto” licenziabile in qualsiasi momento. I contratti collettivi nazionali per i dipendenti degli studi professionali non tutelano i finti autonomi a partita Iva: diritti e compensi sono frutto di una trattativa privata, il che li rende ricattabili. Il resto lo fa lo stallo del mercato del lavoro. “Siamo una categoria poco coesa e questo ci rende ancora più deboli”, chiosano le tre mamme virtuali di “Iva sei partita”.

All’inizio era solo un blog rivolto ad architetti e ingegneri, ora è diventato un vero sito aperto a tutte le categorie professionali: avvocati, giornalisti, traduttori, psicologi, solo per fare qualche esempio. L’obiettivo, spiegano le creatrici del sito, è “scambiarsi informazioni per districarsi nella selva dei regimi fiscali e previdenziali, di tutti gli oneri che il libero professionista deve sbrigare in proprio”, ma soprattutto “gettare le basi per un clima culturale diverso, dove si prende atto che questa situazione è anomala. Non piangersi addosso, ma cercare soluzioni, studiare nuovi modelli possibili, avanzare proposte”.

E una voce nei palazzi di chi decide l’hanno fatta sentire: hanno scritto una lettera al vicepresidente del Senato Vannino Chiti, uno dei pochi che tempo fa aveva sollevato il tema in un intervento in Aula. La risposta del parlamentare Pd è arrivata, e con questa il riconoscimento del fatto che le cosiddette ‘finte partite Iva’ “si possono definire a pieno titolo” una forma di “precariato fraudolento”. “Il diritto del lavoro in Italia, garantito da leggi approvate in pagine importanti della nostra storia, si applica soltanto a nove milioni e mezzo di lavoratori”, ha scritto ancora Chiti, assicurando che il suo partito si sta impegnando per cambiare le cose. Intanto però la manovra è stata approvata, e l’abolizione dei minimi è passato sotto silenzio.

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