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La fine del governo
della paura

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E se fosse la fine, prima ancora che del berlusconismo, del governo della paura? La paura come elemento irrazionale, contrabbandato in questi anni come sentimento naturale dell’animo umano su cui costruire carriere e fortune politiche.

Per molti anni così è stato: l’immigrazione, comunitaria e extracomunitaria che crea disoccupazione, i rom che rubano i bambini e violentano le nostre donne, l’economia cinese che razzia la nostra ricchezza, il komunismo che ci vuole tutti più poveri, il terrorismo della porta accanto. Bombardati per anni dalla destra priva di programmi ma ricca di immaginazione, ci siamo assuefatti all’immagine di un paese incapace di razionalizzare i fenomeni e preda di incubi e timori arcaici.

Assuefatti a tal punto dall’iniziare a parlare la stessa lingua, immaginare le stesse soluzioni, contribuire ad aumentare le paure. Innaffiare le città di ordinanze contro tutto e tutti.

Il gioco si è rotto all’interno di un paradosso che ci aiuta a comprendere e, forse, a ridimensionare, il fenomeno Lega. Nelle grandi città la Lega rimane al palo. Ed è un evidente paradosso perché proprio nelle grandi città le contraddizioni sociali dettate da fenomeni quali l’immigrazione o la criminalità assumono dimensioni statisticamente più rilevantii. Al contrario, nei centri piccoli o nei paesi dove la Lega si afferma, l’immigrazione è maggiormente integrata e la violenza criminale è pressoché inesistente.

L’anima gentile di Pisapia o la dimensione più leggera di Merola hanno ridimensionato le paure: il niet alle ordinanze o la semplice verità ripristinata, sul fatto che la cannabis non è il diavolo, hanno sciolto nel vento la pesantezza di una destra rapace che solo negando la realtà si afferma.

Sotto le macerie di questa negazione la destra rischia di rimanerci secca e di questo ne trarranno beneficio le singole città e la convivenza civile.

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