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Da Avola a New York, inseguendo i sogni

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Ci sono giorni a New York in cui la pioggia sembra non dover finire mai. E con la pioggia il vento che ti strappa via il decimo ombrello di un inverno che non vuole diventare primavera. Conviene allora, se è di strada, fermarsi finalmente a salutare un vecchio amico, in uno dei pochi ristoranti italiani in cui, sebbene raramente, mi piace mangiare. E così Ivano mi presenta Giorgio (Manzio), manager e sommelier, il cui destino è stato segnato sin dalla nascita: Avola è ciò che si legge sul suo passaporto.

Dalla stretta di mano al confronto sulle ragioni che ci hanno portato a New York, il passo è brevissimo. Cresciuto “in mezzo al vino” che, soprattutto, suo nonno gli fa conoscere sin da bambino, Giorgio decide presto di voler diventare un sommelier, ma non uno qualsiasi, uno bravo, anzi eccellente, anzi “di qualità straordinarie”. Con il primo certificato di sommelier in tasca, a 18 anni, Giorgio inizia il suo vagabondaggio fra ristoranti italiani ed europei. Dopo cinque anni, la prima grande svolta con quei lavori sulle navi da crociera importanti, come la Princess e la Queen Elizabeth 2. In uno di quei viaggi, Giorgio trova la sua casa: New York. Sistemarsi non è semplice ma la volontà c’è e le qualità pure. E la caparbietà di vedere il proprio nome affiancato a quello dei santoni della cucina della grande mela come Mario Batali, Lidia Bastianich, Donatella Arpaia e Sirio Maccioni, gli fa ingoiare persino la malinconia degli anni passati senza mai rimettere piede a casa.

E’ una sfida difficile ma galvanizzante. “Ero da solo – mi dice Giorgio – eppure non me ne accorgevo. I newyorchesi sono persone splendide, aperte, pronte ad accoglierti e a farti sentire a casa”. Negli anni, Giorgio è diventato “straordinario” come desiderava, tanto da vincere il premio “Miglior Sommelier di New York” nel 2007 e permettersi il lusso di diventare pilota di Piper, per hobby. Oggi la sua quotidianità è divisa fra l’attività di sommelier e quella di consulente per ristoranti di tutti gli Stati Uniti, oltre agli innumerevoli wine tasting e wine seminar ai quali è invitato. Intanto, ha pubblicato anche tre libri, tutti sul mondo del vino e sui suoi segreti. “Ci è voluto del tempo, ma sono dove volevo essere – dice Giorgio, che sta lavorando anche ad un progetto televisivo – e, sebbene conservi un legame fortissimo con l’Italia, non credo che restando lì tutto ciò sarebbe stato possibile.

Parlando, ad entrambi, viene in mente la storia, tratta dall’autobiografia di Chris Gardner, raccontata nel film di Muccino La ricerca della felicità, quel pursuit of happiness che qui è persino scritto, come diritto inalienabile dell’uomo, nella Dichiarazione di indipendenza. E che in Italia, appare, troppo spesso, come un peccato mortale o un’ illusione per sognatori incalliti.

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