Alcune sere fa ero a cena a Villa Necchi, un bellissimo esempio di architettura razionalista milanese firmato da Portaluppi, ora in capo al Fai (Fondo ambiente italiano). Apparteneva alle sorelle Necchi (quelle delle macchine da cucire), e fu costruita tra il 1932 e il 1935 senza limiti di budget e con tutto l’entusiasmo verso l’innovazione che quel tempo poteva permettere. Negli anni cinquanta le sorelle Necchi, probabilmente esasperate dal ruolo delle innovatrici in un ambiente di conformismo borghese, decisero di ristrutturare con uno stile di ispirazione settecentesca, affidandosi a tale Buzzi.

Credo che la nostalgia sia una fuga dal presente e che tutta l’arte sia stata “contemporanea”. Ogni grande capolavoro del passato ha avuto un contesto storico di riferimento che lo ha percepito come una sfida al gusto corrente, come un attentato ai valori tradizionali.

Il clamore suscitato dalla nona sinfonia di Beethoven a Vienna nel 1824 è paragonabile a quello di Anarchy in the UK dei Sex Pistols nella Londra del 1976, ma la sequenza temporale ci porta a definire classico Beethoven e non ancora i Sex Pistols.

Qualsiasi rivendicazione di “classicismo” viene invocata da chi non riesce a sintonizzarsi con il proprio tempo.

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