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Il comitato centrale di Dalemesku e Veltronesku

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Tutti insieme appassionatamente:  il duo di punta del Pd, gli invincibile Dalema e Veltroni sembra abbiano trovato la quadra e superato ogni divisione. Per costruire una forza progressista e democratica, rispettosa della volontà di quella parte di Italia che non si arrende a Berlusconi e soci? Per rimettere al centro un processo civile di scelta dei propri leader?

No. Al contrario,  per opporsi a elezioni primarie che potrebbero vederli sconfitti nell’eventualità che Vendola si presenti.  Siamo, anche a sinistra, alle comiche finali. Veltrone l’africano aveva salutato l’era delle primarie, importate direttamente dall’America,  come un cambiamento radicale della politica in cui le scelte finali dovessero essere dovere e diritto dei cittadini. A questi ultimi  la scelta del leader, e  la scelta dei programmi che una forza democratica come il PD, pluralista e democratica, deve necessariamente mettere in campo. Alla pari della scelta conseguente: con chi ci si allea.

Questa forzata intuizione delle primarie non ha seguito i desiderata di quel frammento di nomenclatura che sopravvive al vecchio partito comunista. Frammenti che in Dalema e Veltroni ripercorrono i fasti di un partito che fu in assenza della capacità, centralista e vagamente staliniana, di riuscire ad imporre una scelta calata dall’alto.

Colpa dei tempi che cambiano, dei simpatizzanti che si evolvono, ma si teme che  l’american dream venga sconfitto dall’italica narrazione in uno scontro in cui uno straccio di idee per risolvere i problemi del paese pare non le abbiamo né gli uni, né gli altri.

Ma Vendola almeno sa coinvolgere,  elemento essenziale nella politica avara di emozioni di oggi. Dalema e Veltroni, al contrario, sanno sconvolgere:  per errori fatti, per decisioni non prese, per lacerazioni create e unità perdute.  Non ultimo per l’attaccamento ad un’idea della politica che, nella poltrona e nel potere ad essa correlata, esaurisce ogni  loro contributo fattivo.

Uno avrebbe l’Africa e l’altro la fondazione: ma l’Africa non è giochetto per chi sarà ricordato, al massimo, per avere pubblicato con l’Unità gli albi delle figurine Panini. Mentre  la fondazione dalemiana, nel marasma di fondazioni createsi successivamente, rischia di essere un nulla di cui non si avvertiva il bisogno.

Forse è giusto che le primarie diventino secondarie e, forse, anche terziarie. Se il rischio è quello di perdere, nella nostra memoria, brandelli di nomenclatura.  Il futuro non può prescindere dal passato.

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