A proposito di Nobel. Mi scrive un amico di Facebook, il linguista Raffaele Simone: Sto leggendo La Fiesta del Chivo (traduzione italiana La festa del caprone, Einaudi 2000) del grande Vargas Llosa. Racconta magistralmente della criminale dittatura di Rafael Trujillo a Santo Domingo negli anni Cinquanta. Fa davvero impressione vedere le somiglianze col nostro uomo e i suoi adepti: rituali, parenti, discorsi, atteggiamenti (una differenza: da noi manca l’assassinio degli oppositori, forse perché ci sono modi meno atroci per farli fuori).

Io invece sto leggendo L’ultimo quaderno di un altro Nobel per la letteratura, José Saramago (Feltrinelli), e faccio un salto sulla sedia quando arrivo alla pagina dedicata ad Alvaro Cunhal. “Il suo nome è stato per anni, per tanti portoghesi, sinonimo di una certa speranza – annota Saramago. – Ha incarnato convinzioni a cui ha riservato un’incrollabile fedeltà, è stato testimone e agente dei tempi in cui esse hanno prosperato, ha assistito al declino delle idee, alla dissoluzione dei giudizi, alla perversione delle prassi…” E cita una dichiarazione dello scrittore (Nobel mancato) Graham Greene: “Il mio sogno, per quanto riguarda il Portogallo, sarebbe conoscere Alvaro Cunhal”.

Per i più giovani e per chi ha perso la memoria di quegli anni, è bene ricordare di chi stiamo parlando: Cunhal (1913-2005) fu a lungo il leader carismatico del partito comunista portoghese, undici anni di carcere sotto Salazar, poi esule a Mosca, rientrato in patria nell’aprile 1974 dopo la rivoluzione dei garofani che aveva abbattuto la dittatura. Un filosovietico di ferro che aveva approvato l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968 e appoggiava i guerriglieri marxisti in Angola. Ministro per un anno nel governo provvisorio di Lisbona, tentò in ogni modo di opporsi alle elezioni democratiche che poi furono vinte dai socialisti di Soares (40%) e dai popolari (27%): “Le elezioni – disse in un’intervista a Oriana Fallacihanno poco o niente a che fare con le dinamiche di una rivoluzione. Le prometto che non ci sarà un parlamento in Portogallo”. Ma non è finita: il partito di Cunhal attraverso il suo braccio sindacale e i tipografi militanti riuscì a mettere il bavaglio a tutta l’informazione, finché nel luglio 1975 Soares fu costretto a lasciare il governo dopo che l’ultima testata indipendente era caduta nelle mani dei filocomunisti.

Ecco, in sintesi, chi era l’uomo che Greene ammirava e di cui Saramago dice di “sentire la mancanza”. Lo stesso Saramago che ha vergato pagine di fuoco contro Berlusconi e il suo impero televisivo in nome della libertà di stampa. Anche Vargas Llosa disprezza il populismo del cavaliere. Ma lui ha le carte in regola per criticare: a differenza dell’altro Nobel, non rimpiange l’Unione Sovietica e non fa sconti a nessun caudillo.

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