Ottantotto miliardi di euro. L’equivalente di quattro manovre finanziarie. Il grande scandalo delle slot machine arriva alla svolta. Lunedì alla Corte dei Conti comincia l’udienza decisiva. Entro sessanta giorni il giudice stabilirà se nelle casse dello Stato dovranno rientrare 88 miliardi o pochi spiccioli. O addirittura nulla. In ballo la mega penale che, secondo la Procura della Corte dei Conti, le società concessionarie delle slot dovrebbero allo Stato per non aver rispettato le condizioni delle concessioni.

Il condizionale è d’obbligo. Non solo perché la Corte deve ancora decidere. Il punto è un altro: intorno al mondo dei giochi ruotano interessi immensi e non sempre confessabili. Quelli delle società concessionarie, ma anche dei partiti che sui giochi hanno scommesso molto. E poi, convitato di pietra, c’è la criminalità organizzata che vede nelle macchinette una nuova miniera d’oro. La grandezza della somma è inversamente proporzionale alla pubblicità che la vicenda ha avuto. È il 2005 quando il Gat (Gruppo Antifrodi Tecnologiche) della Finanza comincia a occuparsi della storia. Decine di migliaia di slot machine non sono collegate alla rete che registra le giocate. Addirittura in un locale di Riposto (Catania) risultano depositate 26.858 slot in 50 metri quadrati. È solo l’inizio. Quando gli agenti tentano una stima della penale non credono ai loro occhi: si sfiorano i novanta miliardi.

Intanto una commissione di esperti guidata dall’allora sottosegretario all’Economia, Alfiero Grandi (Pd), e dal generale delle Finanza Castore Palmerini produce un documento: una bomba che però non esplode. In troppi sono interessati a disinnescarla. È soltanto grazie all’opinione pubblica, alle inchieste giornalistiche, se il lavoro della Commissione, del Gat e di alcuni magistrati coraggiosi della Corte dei Conti non finisce sotto silenzio. Le slot sono una miniera per tanti. E le conclusioni dei pm sono un terremoto per un settore senza controlli. La Procura inizialmente parla di penali per 31 miliardi e 390 milioni per il concessionario Atlantis World. A seguire Cogetech con 9 miliardi e 394 milioni, Snai con 8 miliardi e 176 milioni, Lottomatica con 7 miliardi e 690 milioni, Hbg con 7 miliardi e 82 milioni, Cirsa con 7 miliardi e 51 milioni, Codere con 6 miliardi e 853 milioni, Sisal con 4 miliardi e 459 milioni, Gmatica con 3 miliardi e 167 milioni e infine Gamenet con 2 miliardi e 873 milioni. In totale, 88 miliardi.

Emergono i contatti di alcune società con la politica. A cominciare da quella che fu An, proprio con i finiani.  Amedeo Laboccetta, ex plenipotenziario di Fini a Napoli era amministratore di Atlantis Italia (oggi è in Parlamento, vicino a Berlusconi e giura di non avere più niente a che fare con le slot). Già, proprio la Atlantis di cui ha parlato nei giorni scorsi Il Fatto. La Atlantis World Nv, con base alle Antille olandesi, è controllata da una lunga catena di off-shore e trust che sarebbe riferibile a Francesco Corallo, figlio di Gaetano, condannato a sette anni e mezzo per associazione a delinquere. Ma nell’universo dell’Atlantis si trovano altri nomi: come James Walfenzao che compare anche nelle società off-shore dell’appartamento di Montecarlo. Come ha ricordato Il Secolo XIX, a occuparsi degli affari di Atlantis in Italia ci sarebbe stato anche Giancarlo Lanna, già commissario napoletano di An scelto dal ministro Adolfo Urso come presidente della Simest – finanziaria a controllo pubblico – e oggi è approdato a FareFuturo.

Ds e Lega a suo tempo si erano buttati, senza fortuna, nel Bingo, mentre An aveva puntato sulle slot. Non è un caso che la delega per i giochi nei governi berlusconiani sia andata a uomini di An. Una delle poltrone chiave dei Monopoli dello Stato era andata a Gabriella Alemanno, sorella del sindaco di Roma. Così, mentre la Procura della Corte dei Conti conduceva in solitudine l’inchiesta, i Monopoli guidati all’epoca da Giorgio Tino non esigevano le penali. I pm hanno chiesto 1,3 miliardi di danni a Tino, nel frattempo nominato vicepresidente di Equitalia Gerit.

Intanto lo Stato rinegoziava le convenzioni stabilendo nuove penali irrisorie. Dagli atti parlamentari dell’audizione di Tino emergono le posizioni degli onorevoli. Gianfranco Conte (Forza Italia) disse: “Chi è esperto del settore si è accorto della stupidità della Commissione (gli esperti che denunciarono lo scandalo, ndr). Romano Prodi, sommerso da migliaia di mail, promise: “Non ci sarà un colpo di spugna”. Silvio Berlusconi ha sempre taciuto.

Nel frattempo, il Consiglio di Stato in un parere dei giorni scorsi accenna a una “rimodulazione” delle penali. Bisognerebbe tenere conto delle nuove concessioni che sono infinitamente più indulgenti delle precedenti per la gioia dei privati. E poi ci sarebbe il rischio di mettere in ginocchio un settore economico. Insomma, da 88 miliardi si scenderebbe a un millesimo. Ma davvero i concessionari che hanno incassato 15 miliardi nei primi 6 mesi del 2010 non possono pagare la penale?

Un membro della Commissione che sollevò il velo sullo scandalo slot commenta amaro: “Un cittadino che non rispetta un contratto deve pagare la penale. Altro che “rimodulazione”, gli vanno a pignorare la tv”.
Lunedì sarà il momento della verità. Le concessionarie presenteranno istanze di nullità, di rinvio. Ma la Procura non farà un passo indietro: chiederà oltre 80 miliardi di euro.

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