Il ricorso per l’ineleggibilità di Roberto Formigoni è stato respinto dal tribunale civile di Milano. Vengo ora dal presidio davanti al palazzo di giustizia. La decisione era prevedibile ed è una buona notizia anche per Vasco Errani, presidente della regione Emilia Romagna, sulla cui elezione pende un analogo ricorso. Leggeremo le motivazioni del verdetto, ma una riflessione  di carattere politico si può giù fare. L’ambiguità delle leggi (il punto in questione è la retroattività della norma che stabilisce l’ineleggibilità alla presidenza di una regione di chi abbia già svolto due mandati) affida le risoluzioni dei conflitti ai cavilli e dunque fa il gioco di chi vive le regole come un inutile intralcio. Senza contare che spesso negli ultimi anni le leggi sono state fatte apposta per sanare gli illeciti e di fatto legalizzare o condonare l’illegalità: “eversione quotidiana”, la chiama Stefano Rodotà.

Tuttavia, sottesa al ricorso proposto dal Movimento a Cinque Stelle c’è una questione sostanziale, che riguarda lo spirito della norma sull’ineleggibilità: venti anni di potere ininterrotto (e nel caso di Formigoni, di potere pressochè assoluto, senza un’opposizione adeguata, con una forte investitura personale, la gestione “in house” dell’informazione che conta e il progressivo svuotamento dell’assemblea elettiva) definiscono un modello più vicino alla signoria elettiva che non a una seria democrazia rappresentativa. Qualcuno chiama questo modello “democratura”, una crasi fra democrazia e dittatura. Contrastare questo modello – che in Lombardia trova uno delle sue applicazioni più avanzate, ma non riguarda soltanto la Lombardia – non è lavoro da avvocati civilisti. Semmai da leader e movimenti politici di autentico spirito democratico.

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