Carpi, bar evade 95 centesimi: chiuso per tre giorni e multa da 2400 euro

Tre giorni di chiusura forzata per un’evasione fiscale da 95 centesimi di euro. Sarà costretto a tenere la serranda abbassata dal 25 al 27 febbraio Paolo Brofferio, titolare del Romeo cafè restaurant di Carpi, in provincia di Modena, colpevole, secondo l’Agenzia delle Entrate, di aver commesso un’evasione fiscale da 95 centesimi. Secondo quanto racconta Brofferio al Resto del Carlino, infatti, il provvedimento è arrivato pochi giorni fa, dopo che la Guardia di Finanza aveva segnalato al fisco la mancata emissione, da parte dell’attività, di 4 scontrini fiscali, tra il 2007 e il 2012. E siccome, secondo la normativa vigente, 4 irregolarità in cinque anni corrispondono a uno stop forzato, con sospensione della licenza e dell’autorizzazione a esercitare, per un periodo di tempo che va da un minimo di 3 giorni, a un massimo di 6 mesi, Brofferio dovrà tenere chiuso, con tanto di sigilli alla porta, fino al 27 febbraio prossimo. E inoltre pagare una sanzione pari a 2.400 euro: circa 600 euro a scontrino.

“Io  ho sempre rispettato le regole – sottolinea Brofferio a ilfattoquotidiano.it – non ho mai commesso irregolarità in 23 anni di attività. Ora invece mi trattano come fossi Al Capone, o una di quelle persone che nascondono chissà quali capitali in un paradiso fiscale. Capisco la lotta all’evasione fiscale e sono d’accordo, ma chiudere un locale per tre giorni con tanto di sigilli alla porta che precludono l’ingresso anche per lo staff è una pena troppo alta rispetto a quello che è successo. Se avessi voluto veramente evadere le tasse avrei fatto ben altro, non mi sarei certo messo in difficoltà per pochi centesimi su qualche colazione”.

Brofferio, con il verbale della Guardia di Finanza tra mani, aveva provato a fare ricorso per quegli scontrini. “Un paio erano di clienti che li avevano lasciati sul bancone, un altro di un cliente uscito a fumare durante la consumazione, ma l’ho perso. Perché, secondo la legge, il cliente deve sempre prendere scontrino quando lascia un locale, e conservarlo finché non si allontana di diversi metri dall’attività. Altrimenti, se si verifica un controllo, e ne viene trovato sprovvisto, la responsabilità è del titolare, anche se lo ha regolarmente emesso. Quindi è la normativa a essere sbagliata, perché impone sanzioni spropositate, e non c’è modo di spiegare le proprie ragioni”. E infatti, così, come previsto dalla legge, per Brofferio sono scattati sia la multa, sia la chiusura forzata. “E’ una situazione assurda, specie quando sui giornali si parla di milioni di euro di evasione fiscale trasferiti in Svizzera”.

“L’Agenzia delle Entrate – spiega il direttore regionale Antonino Di Geronimo – è tenuta ad applicare quanto prevede la legge, e in questo caso ha adottato la sanzione minima. Sulla vicenda, poi, è intervenuta anche la Commissione tributaria provinciale di Bologna che, nel caso della sanzione relativa alla prima violazione, l’unica contro la quale il contribuente ha presentato ricorso, ha approvato in pieno l’operato dell’Agenzia. La nostra azione è volta a tutelare la collettività, e non certo a bloccare le imprese e tutti gli operatori economici, verso i quali rinnoviamo la nostra disponibilità al dialogo”.

Quello del Romeo Cafè, del resto, non è l’unico caso di sanzioni simili scattate per la mancata emissione di qualche scontrino. Carlo Mazzoli, barbiere modenese con 40 anni di attività alle spalle, appena due mesi fa, ad esempio, si era visto apporre i sigilli al negozio sempre per non aver emesso 4 ricevute fiscali. “Un errore, lo ammetto – dice – e non contesto la multa, però arrivare a mettere i sigilli alle porte mi sembra esagerato, sono stato trattato come un disgraziato nel vero senso della parola”. E sempre di questi giorni è la vicenda capitata all’artigiano di Riccione Emilio Ravagli, idraulico, a cui era stato negato il Durc, il documento unico di regolarità contributiva, fondamentale per poter lavorare in cantiere, a causa di un problema fiscale. “Quando c’è da pagare, pago”, spiega Ravagli, e infatti dal 2012 al 2014 di guai con l’Inps non ne aveva mai avuti. Finché, il 12 febbraio scorso, l’Istituto gli ha negato il Durc per non aver versato, in tutto, 37 centesimi di contributi. Che sommati ai 18 centesimi evasi dal suo socio, che si era trovato nella medesima situazione, fanno 55 centesimi non pagati. La multa, 29,30 euro, Ravagli l’ha pagata subito, per poter ottenere il documento il prima possibile. “Alla fine ho avuto il Durc, quindi è finita bene – spiega Ravagli a ilfattoquotidiano.it – ciò che da fastidio è essere trattato come chi evade decine di migliaia di euro, e tutto questo per mezzo euro”.

Ferrari, elezioni sindacali. Fiom: “Minacce dai capireparto ai lavoratori per il voto”

“Qualcuno è stato invitato a votare, altri hanno subito pressioni, minacce, e c’è chi, perfino, è stato accompagnato fisicamente alle urne”. Parla “di un clima di forte tensione” e accusa l’azienda “di ingerenza nelle operazioni di voto”, la Fiom Cgil, nei giorni in cui, alla Ferrari Auto Spa, sia nello stabilimento di Maranello, sia nello stabilimento di Modena (Scaglietti), si scelgono i nuovi rappresentanti sindacali aziendali. Il 16 e il 17 febbraio, infatti, in fabbrica si è votato per eleggere le rsa di Cisl, Fismic e Uil, firmatarie del contratto Fiat che invece la Fiom scelse di non siglare, al prezzo dell’espulsione da tutti gli stabilimenti del Gruppo, fino al reintegro imposto da una sentenza della Cassazione. “Siccome l’affluenza è bassa, perché molti lavoratori non vogliono votare né per la Cisl, né per la Uil, né per Fismic – spiega Paolo Ventrella, delegato Fiom e operaio Ferrari – l’azienda ha iniziato a fare pressioni sui suoi dipendenti, per cercare di cambiare la situazione”.

Un quadro, quello descritto dalla Fiom, che però Cisl e Uil smentiscono categoricamente. “Io non intendo prendere le distanze – replica Claudio Mattiello, segretario della Fim di Modena – perché non siamo all’asilo. Nessuno è stato accompagnato a votare, ma, come sempre è successo, l’azienda, tramite i propri preposti, cioè i dipendenti i più vicino alla linea sindacale, ha invitato i lavoratori a votare capendo l’importanza del voto. Ma questo accadeva anche prima del nuovo accordo sulla rappresentanza sindacale, firmato peraltro anche da Cgil. Era normale. La Fiom non ha accettato le regole, è un problema loro. Ciò che dicono è falso e tendenzioso, e per di più la partecipazione al voto è in linea con gli ultimi anni”. “I lavoratori Ferrari sono adulti e vaccinati che non sentono assolutamente pressione – è la risposta anche di Alberto Zanetti, segretario della Uilm di Modena – dipingerli come automi al comando dell’azienda è una responsabilità che si assume la Fiom. Io non seguo queste illazioni. Che nei reparti si discuta delle elezioni è probabile, ma non c’è stata nessuna forzatura”.

Da quando le tute blu rifiutarono di sottoscrivere il contratto Fiat, siglato invece da Cisl e Uil, secondo la Fiom “la situazione in tutti gli stabilimenti del Gruppo è tesa”: motivo per cui i tre sindacati non eleggeranno le loro rsa lo stesso giorno. Per Fim, Fismic e Uilm si è votato il 16 e il 17 febbraio, per la Fiom il 19 e il 20 febbraio. “A operazioni di voto iniziate, però – continua Ventrella – le prime proiezioni preannunciavano una bassa affluenza per i sindacati firmatari dell’accordo, così l’azienda ha mandato in giro per lo stabilimento i suoi capireparto affinché sollecitassero i lavoratori, in orario di lavoro, ad abbandonare le loro postazioni per recarsi a votare”. Il risultato, attaccano le tute blu, “è che qualcuno è semplicemente stato invitato ad andare alle urne, altri hanno subito pressioni, minacce, con i capireparto che tornavano ogni cinque minuti a verificare che avessero votato, e c’è chi è stato addirittura accompagnato fisicamente al seggio. E’ più di un’ingerenza, tanto che stiamo valutando, con i lavoratori che hanno subito queste pressioni, di presentare denuncia”. La Fiom il 19 e il 20 febbraio, quando i lavoratori saranno chiamati a scegliere le rsa tra le tute blu, ha detto che posizionerà un’urna all’interno della fabbrica e una all’esterno, davanti ai cancelli, così che tutti si sentano liberi di votare in tranquillità. “La nostra preoccupazione, tuttavia, è che l’azienda in quel caso tenti di indurre gli operai a non votare, per cercare di indebolirci”.

‘Ndrangheta Emilia, “Via il sindaco”. Gip: “Rapporto clientelare su appalti”

Nonostante i cartelli con la scritta “dimissioni” e le proteste dei cittadini, il sindaco Fernando Ferioli di lasciare la carica non vuole proprio saperne. E anche se l’inchiesta ha travolto la sua cittadina come un secondo terremoto, non arretra: “Che cosa ho fatto per dovermi dimettere, oltre a essermi fatto un ‘mazzo’ così per la ricostruzione?” Il primo cittadino di area Pd di Finale Emilia, uno dei comuni simbolo del sisma del 2012, ha affrontato mercoledì 4 febbraio il primo consiglio comunale dopo che Giulio Gerrini, il responsabile dei lavori pubblici del comune, è finito ai domiciliari perché coinvolto nell’indagine sulla ‘ndrangheta della procura di Bologna, che ha portato all’arresto di 117 persone. Vincendo l’ora tarda e il freddo, un centinaio di cittadini, molti dei quali rimasti fuori dall’aula piena, hanno voluto sentire la versione di Ferioli, che – va precisato – non è tra i 200 indagati nella maxi-inchiesta. Il tutto mentre l’opposizione e alcuni attivisti del Movimento 5 stelle chiedevano apertamente le sue dimissioni anche con slogan urlati ad alta voce. Alcuni manifestanti sono stati allontanati dalla polizia municipale.

Il funzionario Gerrini è accusato dal procuratore Roberto Alfonso e dal sostituto Marco Mescolini di abuso d’ufficio perché avrebbe favorito, nonostante fosse al corrente dei rapporti della ditta con le ‘ndrine, la Bianchini Costruzioni. Il padrone dell’azienda di San Felice sul Panaro, Augusto Bianchini è ora in carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Le carte dell’inchiesta per il resto parlano chiaro: il rapporto tra l’amministrazione finalese e Bianchini, si legge nell’ordinanza di arresto del gip Bruno Ziroldi, si era “saldamente incardinato su categorie di tipo clientelare”.

Al dibattito infuocato in consiglio comunale hanno preso la parola i consiglieri della Lega nord Maurizio Boetti, Lorenzo Biagi e Maurizio Poletti del centrodestra, che hanno ricordato di avere chiesto invano fin dal 2012, quando nelle scuole di Finale dove aveva lavorato Bianchini era comparso l’amianto, di escludere la ditta dalla ricostruzione. E quando Poletti durante il consiglio comunale cita un passaggio delle carte dell’inchiesta, in aula scende il gelo. Il punto è quello di una intercettazione ambientale avvenuta sull’auto di Augusto Bianchini. A dicembre 2012, nel pieno della ricostruzione, l’imprenditore fa salire sulla sua auto l’allora assessore ai lavori pubblici della giunta Ferioli, Angelo D’Aiello (anche lui non indagato). Bianchini teme che Ferioli possa “mettersi di traverso” nell’assegnazione di lavori alla sua ditta. L’assessore fa presente che, in linea con il proprio profilo, Ferioli aveva evitato di prendere impegni a riguardo: “Lui impegni non se ne prende con nessuno”. Ma poi D’Aiello rassicura Bianchini: “No!… di traverso non si mette nessuno… perché… nessuno mette il naso in quelle faccende lì… anche perché poi… eh… sono sempre andate bene… eh… quindi… quindi secondo me adesso… il punto… è che voi troviate un equilibrio insomma… senza spaccare il mondo… capito?”. Ma Ferioli non ci sta a passare per uno che favoriva alcune aziende e davanti ai suoi concittadini in consiglio difende a spada tratta il suo operato: “Io non sono mai entrato personalmente nelle gare per l’affidamento dei lavori”.

Durante l’assemblea il primo cittadino ha voluto esporre anche la portata dei lavori affidati alla famiglia Bianchini: “Parliamo di una minima parte degli appalti per la ricostruzione. Per esempio in quella parte dei lavori nota come Allegati 3 – ha spiegato Ferioli – parliamo, per la Bianchini Costruzioni, dell’1,48% degli appalti, per l’altra ditta, la Ios di Alessandro Bianchini, di appena il 2%”. Poi Ferioli spiega: “La cosa che mi spaventa è che tutto il lavoro della ricostruzione venga fermato”.

Eppure, per l’amministrazione il quadro delineato dall’inchiesta dei magistrati è complicato. Secondo il gip Ziroldi, la Bianchini Costruzioni “non soltanto ha intrattenuto consapevolmente stretti rapporti con affiliati della cellula criminale ‘ndranghetista, ma gode di ottime relazioni con l’amministrazione finalese, in prima persona con il sindaco Ferioli”. “Come facevo a sapere che Augusto Bianchini, come sembra, si fosse venduto l’anima alle ‘ndrine?”, ribatte Ferioli intervistato da ilfattoquotidiano.it a margine del consiglio. “Bianchini per 40 anni aveva lavorato per i comuni della zona ed era di San Felice, a pochi chilometri da qui. Io avevo lui davanti, non il boss di Cutro”.

Secondo il gip, già quando nel 2013 la Bianchini era stata esclusa dalla White list (l’elenco delle ditte ritenute dalla prefettura non infiltrate dalle mafie), nel provvedimento di esclusione era riportata anche la presenza nei cantieri delle scuole di Finale di operai assoldati dal ’ndranghetista Michele Bolognino. Ferioli spiega però di non avere mai saputo di queste infiltrazioni: “Sinceramente no”. Poi il primo cittadino precisa: “La White list non è una condanna penale e neanche adesso c’è una condanna penale, c’è un’inchiesta”. Il gip Ziroldi nella sua ordinanza di arresto cita anche alcuni pagamenti a favore alla Bianchini Costruzioni autorizzati da Ferioli nel luglio 2013, quando già la ditta era stata esclusa dalla White list: “Il sindaco Ferioli – scrive il Gip – decise ugualmente di liquidare la somma in favore della Bianchini Costruzioni, ignorando di fatto le irregolarità evidenziate e avallando l’operato del geometra Gerrini”. Ma Ferioli sul punto si difende: “A me non interessava pagare Bianchini, mi interessava pagare le ditte perché avevano dei dipendenti”.

di David Marceddu e Giulia Zaccariello

Sisma, casa demolita anche se intatta. Ex sindaco e vigili verso il processo

“Palazzo Paltrinieri non avrebbe dovuto essere demolito”. Si conclude con quattro avvisi di fine indagine per altrettanti indagati, l’ex sindaco di Cavezzo in quota Pd, Stefano Draghetti e i vigili del fuoco Massimo Bortot, caposquadra esperto e coordinatore del Gruppo operativo speciale di Belluno, Michele De Vincentis, comandante del Comando operativo avanzato di San Prospero, e Giovanni Nanni, direttore generale e Comandante del Cratere, l’inchiesta condotta dalla Procura di Modena sulla demolizione di casa Paltrinieri, abbattuta dalle ruspe a giugno del 2012 mentre la famiglia si trovava sfollata in seguito ai terremoti del maggio di quell’anno. I quattro, per i quali sono in arrivo anche le richieste di rinvio a giudizio, sono accusati di falso e di rifiuto d’atti d’ufficio, “non solo – spiega al fattoquotidiano.it Nicoletta Tietto, legale della famiglia Paltrinieri – per aver prodotto e firmato atti falsi utili a postdatare la demolizione dell’edificio di 24 ore rispetto alla data in cui le ruspe hanno effettivamente iniziato ad abbattere il palazzo, ma per aver non dato risposta adeguata alla richiesta di documentazione da noi avanzata”.

Un’indagine “lunga e complessa” quella condotta dal sostituto procuratore Luca Guerzoni, e partita proprio da un esposto presentato dalla famiglia Paltrinieri, che sin da subito presentò una perizia tecnica per dimostrare che il palazzetto antico, di quelli che fanno la storia di un piccolo paese come Cavezzo, collocato nella piazza centrale del comune, in un’area transennata e quindi chiusa alla popolazione, “non avrebbe dovuto essere demolito”.

A maggio del 2012, del resto, nemmeno il terremoto, che tutto intorno aveva accartocciato case, negozi e chiese, era riuscito a buttarlo giù. Dopo le due scosse infatti la casa non presentava crepe strutturali e le perizie ordinate dalla famiglia dimostravano che con opportuni interventi la struttura avrebbe potuto tornare agibile. “Il materiale con cui la casa era stata costruita nel 1912 era eccellente e grazie alle catene perimetrali avrebbe resistito anche a scosse di intensità superiore”. Eppure l’8 giugno l’allora sindaco di Cavezzo, Stefano Draghetti, decise di apporre la sua firma a un’ordinanza di demolizione e autorizzò una squadra dei vigili del fuoco a buttare giù l’edificio. Il via alle ruspe venne dato però all’insaputa dei proprietari, che lo scoprirono guardando le immagini di un servizio televisivo. Ma non solo: un video pubblicato su You Reporter, datato 7 giugno, riprendeva le ruspe al lavoro, 24 ore prima, quindi, della data iscritta nell’ordinanza firmata da Draghetti. “Le foto e le riprese dei giornali sono state fondamentali per le indagini – spiega Tietto – perché collocano la demolizione un giorno prima degli atti amministrativi. A quel punto, il Comune aveva due scelte: dichiarare che era stato commesso un errore, o produrre un apparato documentale per dire che era stato tutto legittimo. Hanno scelto la seconda strada, e ora si andrà a processo. Per prima cosa vedremo se ci sarà la possibilità di avviare una trattativa per un risarcimento”.

Anche perché ai proprietari di Palazzo Paltrinieri, quattro piani di edificio capaci di resistere a due guerre e a quasi un secolo di storia, che hanno visto l’alternarsi di almeno quattro generazioni, i rimborsi pubblici, quelli stanziati dallo Stato per chi aveva subito danni in seguito al terremoto, sono stati negati. “Visto che la demolizione è avvenuta senza alcun verbale – spiega la famiglia – ma solo con il prospetto riepilogativo d’intervento che si rifà alla proprietà a fianco, e che la casa l’hanno demolita le ruspe senza che fossimo avvertiti, non possiamo nemmeno accedere agli aiuti”.

Insomma, una beffa nella tragedia, che toglie il sonno ai proprietari. Da qui la battaglia, combattuta su più fronti. Non solo quella legale. La famiglia, infatti, decise di scrivere anche all’allora presidente della Regione e commissario straordinario, Vasco Errani, per chiedere di far luce sulla vicenda. E, allo stesso tempo, inaugurò un blog, dove la storia in questi anni è stata aggiornato passo dopo passo. Fino all’ultima svolta di questi giorni. “E’ chiaro che i Paltrinieri hanno perso tutto – sottolinea l’avvocato Tietto – a partire dalla memoria storica familiare, e purtroppo nessuno potrà mai restituire loro ciò che è stato distrutto. La casa non doveva essere demolita, invece è successo, speriamo però che ora sia fatta giustizia”.

di Annalisa Dall’Oca e Giulia Zaccariello

Crisi, a Mirandola ferie forzate per operai Smalteria Italia: ‘Senza certezze su futuro’

Prima le ferie forzate, e poi lo stabilimento chiuso anche quando gli operai sarebbero dovuti tornare al lavoro. E’ un inizio d’anno dal sapore amaro quello dei 45 dipendenti della Smalteria Italia di Mirandola, azienda situata nel cuore dell’Emilia terremotata, che il 22 dicembre scorso ha deciso di costringere alle ferie i suoi lavoratori, per poi comunicare loro che i cancelli sarebbero rimasti serrati a tempo indeterminato. Senza alcun preavviso. “Siamo molto preoccupati – spiega Alessandro Gamba della Fim Cisl di Mirandola – da un giorno all’altro la proprietà ha messo in ferie gli operai, 30 assunti e 15 somministrati, e a fine anno ci ha comunicato che non avrebbe riaperto. Per quanto tempo? Non si sa”.

Una situazione “anomala” sia per le tute blu, sia per la Fim, “anche perché, per quanto telefonassimo in fabbrica in cerca di spiegazioni, nessuno rispondeva. Quindi siamo andati in azienda di persona”. Le risposte avute dalla direzione però, non sono state rassicuranti. “Ci hanno dato informazioni vaghe – racconta Gamba – pare che il proprietario dello stabilimento voglia venderlo, ma che Smalteria Italia non sia intenzionata a comprare, almeno da ciò che ci è stato riferito. Quindi lo scenario è più che mai allarmante: che succederà ai lavoratori? Il timore è che la proprietà abbia già stabilito, senza comunicarlo a nessuno, di chiudere definitivamente la fabbrica, oppure di delocalizzare altrove la produzione, anticipando la scadenza del contratto d’affitto dell’azienda, prevista per giugno 2015”.

Eppure, almeno secondo i sindacati, il fatturato di Smalteria Italia, nonostante i costi di affitto (terreno e capannone), gestione e ristrutturazione siano elevati, è triplicato negli ultimi anni, e il 2014 si è chiuso con un bilancio dal segno positivo. “Abbiamo sollecitato un confronto con la proprietà sulla riapertura al più presto della fabbrica e sulle sue prospettive  – spiega anche Alessandro Cambi della Fiom – e se necessario si dovrà parlare anche di ammortizzatori sociali per i lavoratori, ma il futuro non è affatto roseo. Non vorremmo che si ripetesse quanto successo 3 anni fa, quando l’azienda è fallita dopo diversi passaggi di proprietà e cambi di nome (prima Zodiac, poi Risorse Tre Spa), mettendo in costo all’Inps le spettanze di mancati stipendi, ferie, tredicesime”

I 45 operai di Smalteria Italia, infatti, a dicembre non hanno ricevuto la tredicesima, né da tre anni a questa parte sono riusciti a farsi pagare in toto le differenze salariali maturate per l’errata applicazione del contratto nazionale, circa 450 euro una tantum, previste per chi, metalmeccanico, percepisce il compenso minimo sindacale per la propria professione. “Tra loro ci sono anche terremotati, persone che a maggio del 2012 erano dovute fuggire dalle loro case per le scosse e che ora sono alle prese con la ricostruzione. Sono quasi tutti giovani, l’età media è di 40 anni, con una famiglia a carico, dei figli, le bollette da pagare. E’ inaccettabile che un’azienda si comporti in questo modo, chiudendo la fabbrica senza dire nulla a nessuno, senza nemmeno comunicare se tale chiusura sia definitiva, così che si possa avviare un percorso di ammortizzatori sociali per chi ci lavora. La situazione è gravissima”.

Fim e Fiom hanno dato alla proprietà 24 ore di tempo per fornire le risposte richieste, “e nel frattempo abbiamo preso contatti con le istituzioni locali e con il sindaco di Mirandola, per essere sicuri di riuscire a coinvolgere Smalteria Italia in una trattativa sul futuro dello stabilimento”: “Se non ci verranno fornite garanzie concrete, i lavoratori sono pronti alla mobilitazione. Questo territorio non può permettersi di perdere un’altra fabbrica, di vedere altri operai finire disoccupati da un giorno all’altro – sottolinea Gamba – Non con la crisi che da anni indebolisce tutta l’Italia, e non con la recessione causata in Emilia dal terremoto. Vogliamo certezze, o inizieranno le manifestazioni”.

Modena, accuse all’ex su pagina Facebook del comandante Finanza. Procura indaga

Le foto dell’ex fidanzata in momenti intimi sono comparse sulla bacheca Facebook del colonnello Alberto Giordano l’ultimo dell’anno. Insieme alle immagini anche una lettera, scritta dallo stesso Giordano, con offese e ingiurie a lei e alle madre: “Siete false come i vostri bilanci”. Così per alcune ore, la rottura tra la coppia molto nota a Modena, lui ex comandante della Guardia di finanza in città (dal 2011 in servizio a Trento) e lei stilista affermata dell’azienda di moda Mgs Formigine, ha fatto il giro di social network e mezzi di informazione. Le immagini sono state cancellate in tutta fretta da Giordano, ma la denuncia della Severi era ormai già partita. Per questo il 5 gennaio la Procura ha aperto un fascicolo a carico di ignoti per stalking e diffamazione. Già prima del 31 dicembre, la stilista aveva fatto denuncia, anche in questo caso contro ignoti, per il danneggiamento della sua auto e per la comparsa di alcuni volantini dai contenuti offensivi davanti all’azienda di famiglia. I pm di Modena dovranno ora capire se tra questi fatti e la pubblicazione online di quelle foto ci sia una relazione.

A fare discutere più di tutto nella vicenda è stata la pubblicazione delle fotografie che riproducono una lettera scritta a mano, apparentemente proprio dall’ufficiale delle Fiamme gialle. Due pagine indirizzate alla stilista piene di rancore, insulti, parole scurrili e offese personali riguardanti la vita privata della ex e di tutta la sua famiglia. In più, nella stessa lettera, ecco l’accusa alla azienda di presunte (e mai emerse) irregolarità fiscali: “Siete false come i bilanci della Mgs”. In poche ore, complice Facebook, la notizia delle foto online è arrivata a Severi che il 31 dicembre stesso è andata a fare denuncia. Nel pomeriggio Giordano, che in quei momenti avrebbe ricevuto telefonate da persone vicine alla sua ex, ha subito cancellato le immagini dalla sua pagina social. Ma oramai il danno era fatto, anche perché il giorno successivo, il primo gennaio, un quotidiano online riporterà il contenuto della lettera stessa.

“Non so come possa essere accaduta una cosa simile – ha spiegato il colonnello Giordano al Resto del Carlino del 2 gennaio – Mi stanno chiamando tutti, qualcuno si è introdotto nella mia pagina Facebook, non c’è dubbio. Nominerò un perito, farò una denuncia contro ignoti, è una faccenda incredibile. Ormai la privacy non esiste più, ma una cosa del genere non è tollerabile”. Peraltro, se mai fosse dimostrato che l’autore di quelle righe e della loro pubblicazione online è lui, il colonnello Giordano potrebbe dover spiegare perché non abbia fatto nulla contro le presunte irregolarità fiscali che sarebbero state commesse e di cui si parla nella lettera.

“La condotta del colonnello Giordano, considerando anche l’alto incarico che ricopre, non merita commenti – ha scritto in una nota l’avvocato della Severi Alessandro Sivelli – Le affermazioni ingiuriose riportate nella lettera a firma del colonnello oltre a essere false, appartengono comunque a rapporti e vicende private che non hanno alcuna rilevanza e interesse pubblici. Conseguentemente la loro diffusione configura ipotesi di diffamazione ed è per questo che vi chiedo di rispettare il diritto alla riservatezza della mia cliente e non diffondere ulteriormente il contenuto di tali affermazioni”. Anche la azienda Mgs si è difesa dalle accuse contenute in quelle lettere: “I riferimenti a presunte irregolarità contabili sono falsi e la società ha già dato mandato all’avvocato di agire giudizialmente per tutelare la propria immagine”.

Il colonnello si era cancellato da Facebook il 31 dicembre stesso. Il 6 gennaio il suo profilo utente è tornato attivo e sulla bacheca sono comparse le foto di una lettera autografa di scuse: “Francesca”, ha scritto Giordano, “voglio manifestarti pubblicamente le mie profonde e sincere scuse per quanto accaduto con delle modalità che non appartengono alla mia cultura e al mio modo di essere che tu conosci, sebbene in un momento di sconforto per la consapevolezza che il nostro rapporto era ormai finito”.

aggiornato dalla redazione web il 6 gennaio alle 19.53

Sisma Emilia, appello imprese: ‘Ancora emergenza: governo sospenda tasse’

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi li ha definiti “eroi”, ma più che una medaglietta da appuntarsi sul petto per aver ricostruito la propria azienda buttata giù dal terremoto, gli imprenditori emiliani vorrebbero che lo Stato riconoscesse i loro sforzi. “La sospensione per la restituzione delle tasse arretrate concordata dopo i fenomeni sismici del 2012 scadrà il 30 giugno 2015, e le aziende non hanno i soldi per pagare le imposte arretrate – racconta Gianmarco Budri, titolare della Budri Srl di Mirandola, ditta specializzata nella produzione di intarsi di marmo, rasa al suolo a maggio di due anni fa dalle scosse – ciò che chiediamo al governo è molto semplice: un piano di ammortamento di almeno cinque anni a interessi zero. Perché nell’Emilia del terremoto molte realtà produttive sono ripartite con le loro sole forze, riuscendo a mantenere l’occupazione senza gravare sullo Stato, ma le casse sono vuote e i rimborsi pubblici stanziati per la ricostruzione molti di noi non li hanno ancora visti”.

Tra i mille problemi che ingolfano una ricostruzione che ancora procede al rallentatore, infatti, non c’è solo la burocrazia a complicare la vita di chi deve riedificare ciò che i fenomeni sismici hanno distrutto. Dopo i terremoti del 2012 lo Stato aveva siglato un accordo con la Cassa depositi e prestiti e l’Abi per concedere alle imprese una sospensione delle imposte di 14 mesi. Scaduti i termini, quindi, le aziende hanno ricominciato a pagare regolarmente i tributi. “Il problema – spiega Andrea Tosi, responsabile delle politiche economiche del Cna di Modena – è che entro il 30 giugno dovranno iniziare a restituire gli arretrati, cioè quei 14 mesi di tasse non versate, e dovranno farlo in soli due anni, versando due maxi rate all’anno”. Secondo i dati del Cna, però, circa il 70% delle imprese dell’area terremoto non ha ancora visto un solo euro dei contributi pubblici stanziati per la ricostruzione, né li riceverà entro giugno. “Quindi non solo le aziende non hanno soldi in tasca perché hanno dovuto reinvestire tutta la liquidità che avevano per ripartire con le proprie forze, ma oltre a dover pagare, come tutti, tasse superiori al 50% del loro fatturato, dovranno restituire in un anno altri 7 mesi di tributi arretrati, e così nel 2016”. Tra imposte sul reddito, contributi, Irap, Inps, Inail (per titolari e dipendenti), eccetera, si calcola che la pressione fiscale per le imprese terremotate, per i prossimi 2 anni, sarà pari al 120% del fatturato. “Non so come potranno pagare cifre simili – sottolinea Tosi – o lo Stato decide di concedere un altro anno di proroga e un piano di ammortamento quinquennale, invece che biennale, o sarà un disastro”

“Bisogna che a Roma capiscano che non possiamo farcela”, scuote il capo Budri. La sua azienda trova a Mirandola, a pochi metri dalla Bbg, che il 29 maggio di due anni fa crollò sotto i colpi del terremoto seppellendo 3 operai. Prima del sisma era un fabbricato di 4.300 metri quadrati che dava lavoro a 30 persone, poi il terremoto ha raso al suolo tutto e il titolare, per tentare di salvare la ditta, scelse di delocalizzare temporaneamente a Verona. Ad oggi i contributi dello Stato Budri non li ha ancora visti, e tuttavia in due anni ha ricostruito la sede di Mirandola. Ora però le casse sono vuote e il pensiero di dover pagare entro breve 14 mesi di tasse arretrate desta più di qualche preoccupazione.

Il 29 novembre scorso a Mirandola c’è stata l’assemblea della Confederazione nazionale dell’artigianato, ospite il ministro del Lavoro Giuliano Poletti. “Bisogna dilatare nel tempo il pagamento delle imposte – aveva chiesto Mai a nome di tutte le imprese terremotate – molti hanno già utilizzato il denaro a loro disposizione per ricostruire, ma non hanno visto tornare indietro neanche un euro”. Un appello che Poletti aveva raccolto: “Credo che sia una posizione giusta perché credo che chi fa uno sforzo come questo deve essere aiutato”. “Ma alle parole, ora – dicono gli imprenditori – devono seguire i fatti”.

“Non pretendiamo di non pagare le tasse – sottolinea Paolo Preti, titolare della Meta di San Felice sul Panaro, il cui crollo, in seguito al terremoto, costò la vita a 3 operai – però qui siamo ancora in piena emergenza”. Preti il prossimo anno vorrebbe riportare la produzione nella cittadina modenese, dopo che nel 2012 si era trovato costretto a delocalizzare a Bomporto (Mo), salvo subire i danni dell’alluvione del gennaio 2014. “Lo Stato non mi ha ancora rimborsato i costi della ricostruzione e, oltre ai danni, ho diverse spese extra rimborso da sostenere. In più devo anticipare 1 milione di euro di Iva per ricostruire la fabbrica e ricomprare le macchine, quindi devo accendere un mutuo con la banca, perché quel denaro non ce l’ho. Come faccio, a giugno, a pagare 200 mila euro di tasse arretrate, e così per i successivi 2 anni?”. “Renzi ci ha definiti eroi? Io di mestiere faccio l’imprenditore e gli eroi li lascio ai fumetti – commenta Budri – invece di elargire complimenti il governo dovrebbe rispettare le imprese e i lavoratori. Altrimenti qui saltiamo tutti. E se le aziende chiudono l’Italia come fa?”.

Nozze gay, Giovanardi: “Movimenti Lgbt vogliono acquistare e assemblare bimbi”

È una crociata senza fine quella di Carlo Giovanardi, contro qualunque forma di riconoscimento delle unioni omosessuali. In tema di diritti civili, infatti, il senatore Ncd non ne vuole sapere dei registri per le nozze gay, quelli inaugurati in tutta Italia da Milano a Napoli e finiti nel mirino del ministro Alfano. E così, in una nota, nega l’esistenza di discriminazioni, e spiega la sua personale teoria: “La battaglia dei movimenti lgbt ha come obiettivo la parificazione del matrimonio fra persone dello stesso sesso e l’acquisto di bambini”. Spingendosi poi oltre, fino a parlare di “sfruttamento di esseri umani” e “tentativi di aprire la strada a nuove forme di schiavitù”.

A scatenare la sua ira, questa volta, è stata l’inaugurazione a Modena del registro (senza trascrizione all’anagrafe) per le unioni civili. Dopo il via libera arrivato a fine ottobre sull’esempio della vicina Bologna, giovedì 27 novembre, infatti, il sindaco Gian Carlo Muzzarelli ha trascritto il primo matrimonio, quello tra Alessio e Andrea, con tanto di cerimonia simbolica, fascia tricolore e foto di rito. Passate nemmeno 24 ore, Giovanardi, che a Modena è stato anche candidato sindaco alle scorse amministrative, ha preso carta e penna, puntando il dito su Pd e attivisti lgbt. “Tutti i modenesi – si legge nella nota – devono aver ben chiaro, a cominciare da quella parte del mondo cattolico che ha contribuito alla vittoria di Muzzarelli e del Pd alle comunali, che la battaglia dei movimenti gay non ha come obiettivo quello di rimuovere, peraltro inesistenti, discriminazioni, ma arrivare alla parificazione con il matrimonio fra uomo e donna, per poter adottare bambini o assemblarli attraverso l’acquisto sul mercato di materiale genetico e l’utero in affitto”.

Si tratta, va avanti, “di pratiche di sfruttamento della disperazione e della povertà di chi è costretto, soprattutto nei paesi del terzo mondo, a vendersi per soddisfare i capricci di ricchi signori dei paesi ricchi, privando i bambini del sacrosanto diritto di avere un padre e una madre”. Secondo l’ex sottosegretario, da sempre paladino della cosiddetta famiglia tradizionale, “questa è la realtà che si nasconde dietro alle trascrizioni delle nozze celebrate all’estero e ai vari registri civili- Sono lesivi dei principi della nostra Costituzione laica e repubblicana che riconosce soltanto il matrimonio fra un uomo e una donna”. Per questo, è la sua conlusione, “non soltanto il Nuovo Centro Destra ha votato contro all’istituzione del registro in consiglio comunale a Modena ma, a livello nazionale, sta bloccando ogni tentativo di aprire la strada a nuove forme di schiavitù e di sfruttamento degli esseri umani, con una battaglia che dovrebbe essere condivisa anche dalla sinistra”.

Parole forti, a cui il senatore però non è nuovo. Su gay e lesbiche Giovanardi non ha mai usato il guanto di velluto. Negli anni il senatore ha ingaggiato una personale guerra, combattuta a colpi di dichiarazioni quasi sempre parecchio sopra le righe. Alimentando così l’immagine del conservatore di ferro, e assicurandosi strascichi di polemiche, titoli sui giornali e bufere mediatiche. Solo per citarne alcune. Tre anni fa, su Radio 24, il Giovanardi pensiero trovò piena espressione in una improvvisata lezione di anatomia. “Ci sono organi costruiti per ricevere, e organi per espellere”. E due ragazze che si baciano in stazione che effetto farebbero? “A lei che effetto fa se uno fa pipì? Se lo fa in bagno va bene, ma se uno fa la pipì per strada davanti a lei, può darle fastidio”. E giù proteste. Tempo dopo ci ricascò, e ai microfoni della Zanzara, lanciò la proposta di istituire stanza separate per militari omosessuali. “E’ una questione di buonsenso” si giustificò.

Sisma Emilia, chiesta archiviazione per crollo Haemotronic. Morirono 4 operai

Si chiude con una richiesta di archiviazione presentata dalla Procura di Modena l’indagine penale relativa al crollo della Haemotronic di Medolla (Modena), avvenuto durante il terremoto del 29 maggio 2012, in cui morirono quattro operai. Dipendenti che quella mattina di 2 anni fa, attorno alle 9, si trovavano in azienda, sorpresi dalle scosse e poi sepolti dalle macerie del capannone, già colpito dal sisma del 20 maggio, mentre stavano lavorando. Secondo la procura, infatti, non è stato possibile rilevare profili penalmente rilevanti nei confronti degli indagati, 10 tra architetti, ingegneri e geometri, per i quali l’accusa era di omicidio colposo plurimo, poiché “come risulta anche dalle perizie – spiega il procuratore capo Vito Zincani – non sono stati violati principi di sicurezza” nell’edificio. Una risposta che però non soddisfa le famiglie delle vittime, pronte, tramite i propri legali, a opporsi alla richiesta di archiviazione e ad agire in sede civile per ottenere un risarcimento.

L’inchiesta relativa alla Haemotronic, colosso del biomedicale specializzato nella produzione di dispositivi medici come le sacche per la dialisi, era stata aperta nel 2012 dalla procura di Modena dopo che il terremoto del 29 maggio ne aveva causato il crollo, seppellendo 4 operai che si trovavano in fabbrica al momento delle scosse: Matteo Serra, 37 anni, Paolo Siclari, 39 anni, Giordano Visconti, 33 anni e Biagio Santucci, 25 anni. Un’indagine complessa, sia per le condizioni dell’edificio dopo il sisma del 29 maggio, sia perché la fabbrica era già stata danneggiata dal terremoto di qualche giorno prima (20 maggio 2012), che aveva provocato danni alla struttura senza che però quest’ultima fosse dichiarata inagibile. Tanto che è stato necessario un lungo incidente probatorio e l’intervento di un pool di esperti, tra cui la professoressa Gabriella Mulas, che ha condotto un lavoro simile sulla Casa dello studente a L’Aquila, crollata durante il sisma del 2009, per chiarire le dinamiche della tragedia, e le eventuali responsabilità connesse al cedimento dello stabilimento. Tuttavia, si legge sul documento firmato dal pubblico ministero Maria Angela Sighicelli, è difficile accertare responsabilità tra gli imputati.

Le cause della tragedia, piuttosto, sono da attribuirsi a una compartecipazione di fattori, già elencati nelle 476 pagine della perizia firmata dagli esperti del gip Teresa Magno per l’indicente probatorio sul crollo del capannone dell’azienda biomedicale: “Appare con evidenza — scrive il pool — una mancanza di informazioni sulla sequenza sismica in atto, che si è conclusa solo con l’evento del 3 giugno, e un ritardo nell’affrontare il problema costituito dalle valutazioni di agibilità dei capannoni progettati e costruiti senza alcun tipo di protezione antisismica”. Vuoto normativo, insomma, e ritardi nel notificare le regole da rispettare in materia di sopralluoghi per l’agibilità, scattati in tutti gli edifici dell’area cratere subito dopo i terremoti. “L’ordinanza 2 del 2 giugno 2012 del capo della Protezione civile — è il parere degli esperti — emanata dopo la seconda scossa violenta e le morti del 29 maggio, rappresenta la colpevole ammissione di ritardo nell’affrontare un problema delicato che coinvolgeva la sicurezza delle condizioni lavorative di un distretto industriale di vitale importanza per l’economia nazionale”. Ma per quanto riguarda il capannone, secondo i periti era conforme alle norme dell’epoca della costruzione, cioè il 2005, e la causa del crollo sarebbe legata alla mancanza di progettazione antisismica che all’epoca non era prevista dagli standard di costruzione e manutenzione”.

Un risultato, quello delle indagini, che le famiglie dei 4 operai sono pronte a impugnare tramite i loro legali rappresentanti. Che già in queste ore stanno valutando come agire, da un lato per opporsi alla richiesta di archiviazione presentata dalla Procura di Modena, e dall’altro, per ottenere un risarcimento in sede civile. Non solo a Medolla ma in numerosi Comuni della bassa, infatti, gli operai di quegli stabilimenti che un tempo contribuivano a produrre il 2% del Pil italiano erano tornati a lavorare a cavallo tra le scosse del 20 maggio e quelle del 29: per ripulire ciò che era andato distrutto a causa del terremoto, per verificare che i macchinari funzionassero, per riprendere a produrre. E la convinzione delle famiglie delle quattro vittime della Haemotronic è che si sarebbero dovute condurre ulteriori verifiche sulla stabilità del capannone prima di far rientrare gli operai. Specie con una sequenza sismica ancora in atto.

Serie B, Carpi in vetta con il Bologna: la città terremotata che sfida le grandi

Trecentomila abitanti contro 69mila, uno stadio da 38mila posti e uno da 4100, sette scudetti da una parte e 78 partecipazioni tra serie D e C su 85 campionati dall’altra. Eppure Bologna e Carpi, nemmeno 50 chilometri in linea d’aria, anno di nascita per entrambe le squadre il 1909, hanno gli stessi 21 punti in cima alla classifica di serie B. Sei vittorie, tre pareggi e due sconfitte, uno scontro diretto tra nemmeno otto giorni al Dall’Ara, Bologna e Carpi vivono il primato con un approccio agli antipodi. I rossoblù vogliono sbrigarsi in fretta della serie cadetta. Complice il treno veloce Joe Tacopina, con ai motori Joey Saputo, l’imperativo è salire di categoria e in un anno diventare tra le prime sette di A. I biancorossi di Fabrizio Castori girano il cannocchiale dalla parte opposta e nel guardare lontano preferiscono il motto del paron Nereo Rocco “palla lunga e pedalare”. “Sei anni fa facevamo ancora il campionato di Eccellenza, diciamo che questi 21 punti sono fieno in cascina per il freddo e lungo inverno”, spiega il direttore sportivo del Carpi, Cristiano Giuntoli, “davvero non ce l’aspettavamo, siamo andati oltre le più rosee aspettative, ma ripeto ricordiamoci che nell’ottobre 2009 eravamo a fondo classifica del campionato Interregionale”.

La sorpresa Carpi però sembra essere tale solo per chi osserva da latitudini non emiliane. Qui ci si lamenta poco, sia che si salga o che si scenda di categoria. La conquista della B, due anni fa, è frutto di una cavalcata lunga un secolo. Interrotto oltretutto da quella mazzata terribile del terremoto del maggio 2012. Via Carlo Marx, dove hanno sede gli uffici del terzetto della rinascita Bonacini-Caliumi-Marani, è sul bordo del cosiddetto cratere, circonferenza prima di paura, poi di macerie, infine di ricostruzione del post sisma. A pochi chilometri dallo stadio Sandro Cabassi ci sono Novi, Concordia, Mirandola, Cavezzo. In quel metà maggio di due anni e mezzo fa il Carpi stava correndo verso la B. Zero a zero contro il Pro Vercelli, poi la batosta (3 a 1) in “casa” anche se al Braglia di Modena, per via dell’inagibilità post sisma dello stadio: “Andammo 21 giorni in ritiro a Novara”, continua Giuntoli, “ma la nostra testa era piena di pensieri per quello che stava accadendo a casa. No nl’ho mai usato come alibi per la sconfitta, il terremoto fu una tragedia immane a confronto del quale il calcio scompare. Certo che però l’anno dopo questa ferita, probabilmente, è stata anche una spinta in più per risorgere e centrare la B”.

Un monte ingaggio attorno ai 2 milioni e 300mila euro per il parco giocatori, 3 milioni con la dirigenza e l’amministrazione, calciatori tutti provenienti dalle categorie inferiori e un’età media per la squadra di 22/23 anni: “Abbiamo un progetto serio, ma siamo anche stati fortunati. Il 22enne nigeriano Jerry Uche Mbakogu, ora capocannoniere della B con sette reti, l’abbiamo rilevato dal Padova perché i veneti non si sono iscritti al campionato”. Così è curioso pensare che il piccolo Cabassi verrà ampliato di 1000 posti l’anno, per due anni, per rimanere almeno dentro i parametri della B, mentre a Bologna si è perfino chiamato l’architetto americano Dan Meis, un signore che progetta palazzi a Dubai, che ha ridisegnato lo stadio della Roma, e che a Bologna arriverà proprio nei giorni della sfida col Carpi, uno che sa già che forma prenderà il Dall’Ara: “Lo stadio dovrà incutere timore agli avversari, li dovrà intimidire”. Le proporzioni si capovolgono nuovamente quando c’è chi ricorda Alino Diamanti prima ancora di finire non più di otto mesi fa finire in Cina nella squadra di Lippi, arrivare allo stadio in Lamborghini o qualche collega in Porsche: “Qui a Carpi l’atmosfera è genuina. – chiude Giuntoli – I ragazzi vengono all’allenamento in bicicletta. Tutti ti conoscono. E questo ha i suoi vantaggi: quando i risultati non arrivano lo stress è minimo, quando vai bene sei avvolto da un calore familiare”. Ma uno sgambetto alla “grande” Bologna degli americani nemmeno lo sogna? “Guardi, per farle capire non faccio nemmeno il paragone Davide contro Golia, ma le dico semplicemente che il sogno per noi è già essere arrivati in serie B dopo 100 anni di vita”.