Cpl Concordia, la coop rossa diede 10mila euro anche al sindaco Pd di Modena

La cifra è scritta nero su bianco in un documento disponibile sul sito dell’amministrazione comunale: 10mila euro stanziati dalla Cpl Concordia per la campagna elettorale dell’attuale sindaco di Modena, Gian Carlo Muzzarelli. Il contributo più consistente, insieme a quello ricevuto dal colosso delle carni Inalca. Non solo quindi Cécile Kyenge, il senatore Ugo Sposetti, la lista civica Zingaretti o il comitato per Ambrosoli hanno ricevuto finanziamenti dalla coop rossa. Così lo scandalo degli appalti a Ischia, che ha portato in carcere con l’accusa di corruzione il primo cittadino dell’isola, Giosi Ferrandino, e l’ex presidente della Cpl, Roberto Casari (già indagato per concorso esterno in associazione camorristica), arriva fino alle stanze del comune emiliano. A dare il via alla polemica il Movimento 5 stelle locale, che in una nota ricorda come la coop rossa coinvolta nell’inchiesta abbia contribuito a finanziare la campagna per le amministrative del 2014, quelle che consegnarono a Muzzarelli, ex assessore regionale Pd ed ex braccio destro del presidente della Regione Vasco Errani, la fascia tricolore della città della Ghirlandina.

“Non deve sfuggire che la ditta coinvolta in questo nuovo scandalo, la Cpl Concordia, ha finanziato anche la campagna elettorale del Sindaco Muzzarelli, per la cifra di 10.000 euro, come si evince dalla documentazione pubblicata sull’area trasparenza del sito del Comune”. Per questo, scrivono i 5 stelle, “i tempi sono maturi per affrontare un ordine del giorno, sospeso da oltre due mesi” in cui si chiede “l’adesione immediata del comune alla carta di Avviso pubblico, con tutte le conseguenze procedurali e regolamentari del caso”. Ma non basta. Il capogruppo dei 5 stelle, Marco Bortolotti, invita il sindaco a restituire i soldi ricevuti dalla cooperativa finita nella bufera: “Sarebbe un bel gesto”.

Ma il gigante modenese dell’energia non è l’unica cooperativa emiliana che compare nell’elenco dei finanziatori di Muzzarelli. Tra i donatori ci sono anche i nomi di coop edili, agricole, assicurative, di muratori di braccianti. Una rete cooperativa interamente compresa nella provincia di Modena. Basta scorrere il rendiconto pubblicato online sul sito del Comune, così come prevede la legge: la campagna elettorale del candidato sindaco del Pd è costata 75mila e 655 euro, tra primo turno e ballottaggio. I contributi esterni ammontano a 75mila e 738 euro. I più generosi sono la Cpl Concordia e la Inalca di Castelvetro, il società della macellazione del gruppo Cremonini: entrambi aiutano il futuro sindaco di Modena con 10 mila euro. Più sotto s’incontra la Cmb, Cooperativa muratori e braccianti di Carpi, che sborsa per manifesti, comizi e attività pre voto 7500 euro. La seguono il Consorzio stabile modenese, l’Unibon, società modenese di salumifici, l’Assicoop, la cooperativa di servizi Finpro, e il Consorzio stabile modenese, le quali versano 5000 euro ciascuno. Si fermano sulla soglia dei 3000 euro la A&C costruzioni, la Coop muratori di Soliera e la Stradedil. A quota 200 ci sono invece la cooperativa agricola Albalat e la Magni Telescopic Handlers, mentre 1000 euro arrivano dalla Edilterrazzieri, 500 euro dalla Scianti, società modenese attiva nel campo delle costruzioni, e 250 euro dalla Cooperativa muratori di San Felice sul Panaro.

Roberto Casari, arrestato l’ex presidente della coop rossa da mezzo miliardo

“Le nostre radici affondano nel 1899, quando 380 persone più o meno disoccupate si sono messe insieme”. Roberto Casari, classe 1953, arrestato per corruzione nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti a Ischia (e già indagato per concorso esterno in associazione camorristica), ha sempre amato descrivere così la ‘sua’ Cpl Concordia, nata 116 anni fa per dare lavoro attraverso i cantieri di bonifica (Cooperativa Produzione Lavoro è la sua sigla) e diventata negli ultimi 20 anni un colosso industriale dell’energia con 1800 dipendenti e un fatturato di quasi 500 milioni di euro. Quando nel 1976 prende in mano le redini della coop di Concordia sulla Secchia, paese in provincia di Modena sconvolto dal sisma del 2012, il manager ha 22 anni. Nel 1970 prima era stato assunto come perito tecnico. Per lui, giunto dalla vicina Cavezzo (altro paese devastato dal terremoto) la scalata ai vertici Cpl è rapidissima: del resto in una cooperativa rossa allora anche gli ultimi possono arrivare al comando.

“Cpl è cresciuta con me – spiegava qualche settimana fa Casari in una intervista alla Gazzetta di Modena – perché allora eravamo 60-70 persone e siamo arrivati ai livelli importanti di una quindicina di anni fa”. E sì, perché il giovane manager guarda lontano: gli anni Settanta sono quelli dello shock petrolifero e in tutto il mondo la questione dell’energia, del risparmio energetico, del gas, comincia a essere cruciale. Dagli anni Ottanta poi Cpl comincia a interessarsi al Mezzogiorno e al suo bisogno di infrastrutture. Del resto per la metanizzazione ci sono i soldi del governo. La coop diventa inoltre una delle più importanti aziende nei settori del teleriscaldamento, della gestione calore, della cogenerazione e nella “odorizzazione”, ai fini della sicurezza del gas metano.

Nonostante faccia più affari lontano dalla via Emilia, Cpl è un fiore all’occhiello delle coop rosse emiliane aderenti a Legacoop. Una vera big. Quando compie cento anni, nel 1999, per festeggiarla arrivano come invitati addirittura Sergio Zavoli ed Enzo Biagi (solo per citare alcuni dei nomi più importanti). Negli ultimi anni prima di diventare ministro, alle assemblee soci Cpl è spesso presente anche Giuliano Poletti in persona, allora presidente nazionale di Legacoop e della Alleanza delle cooperative. Dal 2000 intanto è iniziata la internazionalizzazione: Romania, Argentina, Cina, Francia. Casari è sempre al timone: “La capacità di restare sempre all’avanguardia dal punto di vista tecnologico, di rinnovarsi, ha consentito a Cpl di stare sul mercato da protagonista e di farsi apprezzare dovunque”, spiega a chi gli chiede il segreto del successo. Il culmine arriva nel 2013 quando Cpl (tramite una sua partecipata statunitense) vince l’appalto per la manutenzione dell’Empire State Buildding di New York.

Nel 2011 il giovane perito industriale diventato manager viene insignito della carica di Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica dal presidente Giorgio Napolitano. Nel 2012, dopo essere stata colpita direttamente anche nei suoi stabilimenti dalle scosse del 20 e 29 maggio, la cooperativa è in prima fila per lavorare alla ricostruzione. Alla fine del 2014 per Casari arriva il momento della pensione: “Per me – spiega annunciando il suo addio alla presidenza – potrebbe prospettarsi un rapporto di collaborazione con l’azienda. Una nostra caratteristica, direi vincente, è stata quella di crescere sempre in casa le risorse umane e anche da questo punto di vista potrei forse continuare a dare un contributo all’azienda da collaboratore”.

Operaio morto schiacciato, famiglia: “La macchina è ancora in commercio”

Per la famiglia Sinopoli è diventata una battaglia perché nessun altro operaio si faccia male. Ora a dare peso alle loro denunce sui presunti difetti di quel macchinario ci sono le relazioni della polizia giudiziaria e poi le parole di un pubblico ministero. Pasquale Sinopoli e sua sorella Teresa dal 6 febbraio 2013, giorno in cui il loro fratello Christian morì, lottano perché la macchina che lo ha ucciso sia ritirata dal commercio o modificata. A lottare c’è anche Ilaria, la compagna con cui Christian ha avuto due figlie, una nata un mese dopo la morte del papà. Il ragazzo, 37 anni, veniva da Formigine, a due passi da Modena, e lavorava dal 2001 per la System Logistics di Fiorano, che esporta in tutto il mondo i suoi magazzini verticali automatici, giganteschi armadi con i cassetti mobili, utilizzati dalle più importanti imprese del mondo. Proprio mentre controllava uno di questi Christian è rimasto con la testa schiacciata da un cassetto. “Quel macchinario ha già causato due morti”, spiega Pasquale Sinopoli. L’azienda, contattata da ilfattoquotidiano.it difende il prodotto: “Per quanto riguarda i magazzini Modula la System Logistics evidenzia che tutti i macchinari prodotti e venduti dall’azienda sono stati ritenuti dallo Spisal e dal Ministero per lo sviluppo economico conformi ai requisiti di sicurezza previsti dalle Direttive della Comunità europea”.

L’incidente risale al 6 febbraio 2013. In un capannone a Vicenza due operai stanno finendo di montare il Modula Sintes1 1.7 (questo è il modello della macchina in questione), ma si accorgono che fa strani rumori. Subito i due (che non sono dipendenti della System) chiamano l’azienda produttrice che manda uno dei suoi migliori tecnici, Christian Sinopoli. Tolto il riparo laterale sinistro della macchina, Sinopoli chiede a uno dei due operai di andare sull’altro lato, dove si trovava la pulsantiera, e di premere il bottone per fermare il test della macchina. Questa, prima di arrestarsi, dovrebbe girare per un po’ fino a riposizionarsi, ma succede una cosa inattesa: dopo pochi istanti si blocca. Avvicinatisi per vedere che cosa sia accaduto i due operai trovano Sinopoli con la testa incastrata nel macchinario.

I due ispettori dello Spisal, ufficio della azienda sanitaria che opera anche come polizia giudiziaria, a quel punto fanno rapporto alla Procura di Vicenza. Con due ipotesi: Christian forse è inciampato mentre si avvicinava, o forse l’altro operaio ha rimesso in moto per sbaglio i cassetti. Secondo gli ispettori tuttavia “la causa dell’infortunio è da individuare nel fatto che il test di collaudo può essere eseguito solo con la macchina in funzionalità automatica cioè senza sicurezza migliorata e soprattutto può funzionare con i ripari laterali aperti”.

C’è poi un fatto importante anche secondo il pubblico ministero Paolo Pecori. A segnalarlo è ancora lo Spisal: un incidente del 2005, “con una dinamica molto simile” e sempre con un macchinario Modula, in cui morì un collega di Christian. Allora le indagini a Modena furono archiviate. Ora il pm vicentino torna sul caso: l’azienda avrebbe ignorato “i segnali di pericolo provenienti da un infortunio mortale avvenuto con analoghe modalità”, si legge nell’avviso di conclusione indagini. La famiglia Sinopoli (difesa dall’avvocato Edoardo Bortolotto) non si dà pace: “Se dopo il primo caso fosse cambiato qualcosa, forse nostro fratello sarebbe ancora vivo”, spiega Pasquale. Nelle memorie difensive presentate in Procura a Vicenza, l’ad della System Luigi Panzetti spiega che dopo quella morte nel 2005 nessuno chiese miglioramenti alla sicurezza del macchinario. Miglioramenti che, sostiene la difesa, furono comunque fatti dall’azienda prima del 2013.

Tuttavia secondo il pm (che ha recentemente chiesto il rinvio a giudizio per Panzetti con l’accusa di omicidio colposo, e del legale rappresentante Franco Stefani per illecito amministrativo) quel macchinario il 6 febbraio 2013 aveva dei difetti: tra questi, si legge nell’avviso di conclusione indagini, l’assenza di un sensore che lo bloccasse all’apertura della paratia laterale e quella di un segnale acustico.

L’azienda System intanto, contattata da ilfattoquotidiano.it, si è limitata a spiegare che il ministero per lo Sviluppo economico e lo Spisal li hanno ritenuti “conformi”. Eppure lo Spisal, pochi mesi dopo la morte di Christian, aveva segnalato al ministero la “presunta non conformità” della macchina. L’azienda, interpellata dal Ministero, si era difesa sostenendo che per l’utente finale, cioè il cliente, il Modula è sicuro. E questo lo dice anche lo Spisal nel suo rapporto.

Ma nello stesso rapporto si segnalano soprattutto i problemi di sicurezza per chi, come Christian, monta, ripara o fa manutenzione della macchina. La difesa dell’azienda di fronte a queste critiche è strettamente giuridica: secondo un decreto legislativo del 2008, durante il collaudo gli ispettori non avrebbero avuto diritto di segnalare all’autorità nazionale di sorveglianza (cioè in questo caso al ministero), le eventuali irregolarità. Potevano farlo solo se la macchina fosse stata in servizio. Ma siccome la macchina che uccise Sinopoli non era in servizio, ma in collaudo, il ministero chiude la pratica e dà ragione all’azienda senza entrare nel merito dei rilievi sulla sicurezza mossi dallo Spisal. E poi, scrive il funzionario ministeriale, il collaudo lo fanno solo gli operai della System Logistics.

Ma Pasquale Sinopoli non ci sta: “Christian era uno dei migliori operai della System, era formato sulla sicurezza, eppure è morto lo stesso”. I familiari chiamano in causa la Direttiva macchine, la legge europea sui macchinari, che sancisce come questi debbano funzionare in sicurezza dalla fase di montaggio sino alla rottamazione. E ora sperano nel processo. Spiegano di non avere voluto accettare una trattativa per avere un risarcimento prima. In cambio avrebbero dovuto rinunciare a costituirsi parte civile: “A noi interessa che chi ha sbagliato paghi e che vengano messe a norma le macchine”, spiega Pasquale. L’azienda dal canto suo dice di attendere gli esiti del procedimento penale e “ritiene che in tale sede saranno accertati i fatti”.

Imu su case inagibili per il terremoto, torna la tassa con la legge di stabilità

Imu sulle case distrutte dai terremoti del 2012 a partire da luglio 2015. Arriva sotto forma di emendamento alla legge di Stabilità la reintroduzione, per gli emiliano romagnoli colpiti dai fenomeni sismici di quasi tre anni fa, dell’obbligo di pagare l’imposta municipale unica, al 50 per cento, anche sugli edifici inagibili: abitazioni in macerie, spesso da demolire e poi ricostruire daccapo. Un provvedimento che i sindaci, le associazioni di categoria e i cittadini della bassa definiscono “inaccettabile” e per il quale annunciano battaglia contro il governo di Matteo Renzi. “È ora di smetterla di tacciare questa gente di incompetenza, come se questa fosse una colpa veniale e, in qualche modo, giustificabile – attacca il comitato di terremotati Sisma.12 – in questi anni, a far affari illeciti, promuovere grandi opere sulle quali intascare tangenti, sollecitare o, semplicemente, accettare favori e regali quantomeno equivoci, magari a propria insaputa, si sono dimostrati bravissimi”.

“E’ una cosa impensabile – sottolinea anche Luisa Turci, primo cittadino di Novi di Modena, Comune dell’area ribattezzata, dopo i terremoti, il cratere – in un paese normale un concetto simile sarebbe elementare: se un bene non lo possiedi, se non puoi goderne, le tasse su quel bene non le paghi. Invece un anno dopo aver chiesto al governo di sospendere l’Imu sulle case inagibili ecco che quell’obbligo ritorna. Ovviamente siamo già pronti a dare battaglia, perché è inaccettabile”. Una posizione condivisa anche dagli altri Comuni dell’Emilia terremotata, da Camposanto, a San Felice sul Panaro, a Cento, e sottoscritta dall’assessore regionale alla Ricostruzione Palma Costi: “Siamo già al lavoro per chiedere al governo di prorogare la scadenza del pagamento dell’Imu sugli immobili inagibili. Pensiamo che a luglio non vi siano le condizioni per dare corso al pagamento di questa imposta, anche se al 50%. Prosegue quindi il nostro impegno per venire incontro alle giuste richieste dei cittadini e dei sindaci”.

Viale Aldo Moro, sede della Regione Emilia Romagna, ha già avviato un monitoraggio per quantificare quante siano, ancora, le case inagibili a quasi tre anni dai fenomeni sismici del maggio 2012. Migliaia comunque, secondo gli ultimi dati forniti dalla struttura commissariale. Se le scosse, infatti, avevano reso inservibili 33.000 unità abitative, 18.250 quelle con danni di tipo B e C, poco meno di 15.000 quelle con danni E, la tipologia più grave, che corrisponde all’inagibilità effettiva dell’edificio per rischio strutturale, il 17 marzo scorso ammontavano a 4.825 le ordinanze di concessione del contributo pubblico per la ricostruzione emesse dai Comuni per la riparazione delle abitazioni. Le unità abitative coinvolte nelle pratiche già accettate (in lavorazione da parte di comuni e tecnici) erano 15.614, cioè meno della metà di quelle colpite dai fenomeni sismici, mentre le domande in iter per accedere al contributo presso i Comuni ammontavano complessivamente a 7.060, 3.789 delle quali relative a edifici con danni di tipo B e C erano, e 3.271 con danno E (di cui però solo 1.813 a cambiale emessa).

Ci vorrà tempo, quindi, perché ciò che è stato distrutto venga riedificato, “almeno 4 o 5 anni perché si arrivi al 90% del lavoro fatto” precisa Rudi Accorsi, sindaco di San Possidonio, altro Comune dell’Emilia terremotata. Complice la burocrazia, che intrica l’iter per ottenere i fondi stanziati per la ricostruzione. “Io nel bilancio previsionale del mio Comune ho già preventivato l’esenzione dell’Imu per tutti gli immobili inagibili – sottolinea anche Piero Lodi, sindaco di Cento, in provincia di Ferrara – perché come si fa a chiedere ai cittadini di pagare una tassa su una cosa che non c’è? Ma è fastidioso dover di nuovo combattere questa battaglia con il governo, a colpi di piccole proroghe che tengono con il fiato sospeso noi terremotati. Cosa pensano, a Roma, che sia possibile ricostruire migliaia di case distrutte da qui a giugno? Solo a Cento ne abbiamo 1.300, di abitazioni inagibili. Non ci stiamo facendo una bella figura. Il governo pretende che lavoriamo velocemente, cosa che noi vogliamo fare per i nostri cittadini, ma non ci riconosce gli strumenti per riuscire, e se non si cambia registro, se non si inizia a lavorare ragionando su agevolazioni della durata di due o tre anni, non so quando potremo lasciarci il capitolo terremoto alle spalle”.

“Marco Biagi infame”, scritta offensiva a Modena a 13 anni dall’omicidio

“Infame responsabile della crisi”. Una scritta contro il giuslavorista Marco Biagi è comparsa nella notte a Modena sui muri della Fondazione a lui intitolata, dove si sta tenendo un convegno in sua memoria a 13 anni dall’assassinio ad opera delle nuove Br a Bologna. La frase è stata subito cancellata. “Un gesto ignobile e vergognoso – ha commentato il sindaco di Modena Gian Carlo Muzzarelli – la memoria di Marco Biagi non verrà certo offuscata da chi, in modo vigliacco, scrive sui muri. Continueremo a ricordarlo con gratitudine”. Il primo cittadino di Modena ha parlato di “eredità preziosa lasciata da Biagi, come dimostra il convegno di oggi con la partecipazione di qualificati docenti ed esperti di diritto del lavoro e di relazioni industriali. La Modena democratica condanna senza appello ogni forma di terrorismo, non saranno né la violenza fisica né la violenza verbale a impedire il corso delle idee e il libero confronto. Infami sono coloro che non hanno il coraggio del confronto e della libertà”.

Solo poche ore prima il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti era intervenuto a margine della Cerimonia di conferimento del nono premio Marco Biagi per la solidarietà sociale nella sede del Resto del Carlino, a Bologna. “E’ il momento giusto per ricordare il giuslavorista. Poche settimane fa abbiamo approvato in via definitiva il provvedimento sul mercato del lavoro. E credo che ne sarebbe stato contento. Lui aveva cominciato molto prima ad elaborare una norma che andava in questo senso, cioè nel parificare i diritti tra chi le tutele le aveva già e chi invece entrava nel mondo del lavoro”.

Sassuolo, finanza scopre bilanci falsi della società del Comune: danno di 40 milioni

Perdite di esercizio “artificiosamente occultate” per ottenere finanziamenti dalle banche nonostante i conti in rosso, e un danno erariale da 40 milioni di euro. Si chiudono con una segnalazione alla Procura regionale della Corte dei Conti e tre denunce le indagini coordinate dal pubblico ministero modenese Katia Marino sulla Sgp Srl, la Società Gestioni Patrimoniali di Sassuolo, in provincia di Modena, che, a totale partecipazione pubblica, dal 2005 gestisce il patrimonio del Comune “e tutti i servizi connessi”. Nei guai, un dirigente del Municipio, accusato di abuso d’ufficio per aver firmato, secondo gli inquirenti, lettere di patronage a garanzia dei mutui contratti da Sgp con diversi istituti di credito, emesse senza previa deliberazione del consiglio comunale, così come previsto dal Testo unico sugli Enti Locali, e due amministratori pro tempore della Sgp, per i quali, invece, l’ipotesi di reato è falso in bilancio.

Al centro dell’inchiesta, condotta dalla Procura di Modena in collaborazione con le Fiamme Gialle, i bilanci della società, che secondo gli inquirenti sarebbero stati manomessi proprio per via dei debiti milionari accumulati negli anni da Sgp, e culminati, nel 2013, con una perdita di oltre 23 milioni di euro. La vicenda della Società Gestioni, infatti, inizia nel 2005, quando la Srl venne fondata con il Comune di Sassuolo come unico socio. Alla nuova partecipata, quindi, nel tempo furono trasferiti, in proprietà o in gestione, con l’obiettivo di ottimizzarne la redditività, beni appartenenti all’ente locale per un valore complessivo di circa 400 milioni di euro, nonché l’amministrazione dei servizi pubblici locali, e la manutenzione di strade, parchi, aree verdi, cimiteri, scuole, energia, case popolari, gas, ciclo idrico integrato, uffici pubblici e parcheggi. Tra il 2005 e il 2009, ricostruisce il Pd di Sassuolo, oggi alla guida della città con il sindaco Claudio Pistoni, dopo un quinquennio di governo di centrodestra con l’ex primo cittadino Luca Caselli, “oltre alla normale gestione, vennero inoltre effettuati circa 60 milioni di euro di investimenti”.

Finché, negli ultimi cinque anni, per la Sgp sono iniziati i guai finanziari. “La società – scrivono i Democratici in una nota pubblicata su Facebook – non ha avuto una sua sostenibilità economica, e dal 2009 al 2013 (ai tempi del governo Caselli) il Comune si è sottratto completamente al pagamento dei servizi essenziali, al punto che Sgp ha iniziato a perdere risorse di anno in anno, accumulando debiti anche nei confronti dei fornitori”. In tutto, 86,2 milioni di euro, con 23 milioni persi solo nel 2013. “Tanto da indurre – scrive la Guardia di Finanza – gli organi societari a presentare (il 23 dicembre 2013) al Tribunale di Modena la richiesta di ammissione alla procedura di concordato preventivo in continuità, ai sensi dell’art. 160 e seguenti della legge fallimentare”.

Ed è proprio alle vicende che hanno portato la Sgp a uno stato d’insolvenza che sono collegate, spiegano gli inquirenti, le ipotesi di reato contestate al dirigente comunale e ai due amministratori della società. Per gestire il patrimonio immobiliare, infatti, dovevano essere effettuati diversi interventi, sia relativi alla costruzione di nuovi impianti, sia di manutenzione, per i quali però Sgp non aveva le risorse. Così erano stati accesi finanziamenti con diversi istituti di credito, per importi superiori ai 50 milioni euro. Secondo gli investigatori, però, “al fine di agevolare l’ottenimento dei necessari finanziamenti, i manager di Sgp Srl avrebbero artificiosamente occultato, a partire dall’anno 2006, le perdite d’esercizio conseguite dalla società che, in assenza di adeguate risorse in entrata, avrebbero già dovuto naturalmente emergere dai bilanci societari, fin dai primi anni di gestione del patrimonio comunale”.

Una falsa rappresentazione contabile, insomma, che sopravvalutava il valore delle immobilizzazioni nascondendo, al contempo, le perdite conseguite in ogni singolo esercizio, così che i conti in rosso della società non impedissero a Sgp di ricorrere, in maniera abusiva, al credito. Ottenuto anche attraverso alcune lettere di patronage, scrive in una nota la Finanza, “assimilabili a vere e proprie garanzie fideiussorie, emesse a firma del dirigente pro tempore dei servizi finanziari del Comune di Sassuolo senza che fosse intervenuta alcuna preventiva delibera da parte del Consiglio Comunale, così come previsto dall’art. 207 del Testo Unico sugli Enti Locali, esponendo quindi l’ente locale garante al rischio di escussione in caso di insolvenza della società debitrice”. A chiusura delle indagini, inoltre, sempre la Guardia di Finanza di Modena ha anche provveduto ad inviare, a carico dei soggetti denunciati, una segnalazione alla Procura regionale della Corte dei Conti, “ravvisando un potenziale danno erariale per un valore superiore ai 40 milioni di euro in detrimento del Comune di Sassuolo”, pari al residuo dei debiti contratti da Sgp nei confronti degli istituti di credito finanziatori.

Carpi, bar evade 95 centesimi: chiuso per tre giorni e multa da 2400 euro

Tre giorni di chiusura forzata per un’evasione fiscale da 95 centesimi di euro. Sarà costretto a tenere la serranda abbassata dal 25 al 27 febbraio Paolo Brofferio, titolare del Romeo cafè restaurant di Carpi, in provincia di Modena, colpevole, secondo l’Agenzia delle Entrate, di aver commesso un’evasione fiscale da 95 centesimi. Secondo quanto racconta Brofferio al Resto del Carlino, infatti, il provvedimento è arrivato pochi giorni fa, dopo che la Guardia di Finanza aveva segnalato al fisco la mancata emissione, da parte dell’attività, di 4 scontrini fiscali, tra il 2007 e il 2012. E siccome, secondo la normativa vigente, 4 irregolarità in cinque anni corrispondono a uno stop forzato, con sospensione della licenza e dell’autorizzazione a esercitare, per un periodo di tempo che va da un minimo di 3 giorni, a un massimo di 6 mesi, Brofferio dovrà tenere chiuso, con tanto di sigilli alla porta, fino al 27 febbraio prossimo. E inoltre pagare una sanzione pari a 2.400 euro: circa 600 euro a scontrino.

“Io  ho sempre rispettato le regole – sottolinea Brofferio a ilfattoquotidiano.it – non ho mai commesso irregolarità in 23 anni di attività. Ora invece mi trattano come fossi Al Capone, o una di quelle persone che nascondono chissà quali capitali in un paradiso fiscale. Capisco la lotta all’evasione fiscale e sono d’accordo, ma chiudere un locale per tre giorni con tanto di sigilli alla porta che precludono l’ingresso anche per lo staff è una pena troppo alta rispetto a quello che è successo. Se avessi voluto veramente evadere le tasse avrei fatto ben altro, non mi sarei certo messo in difficoltà per pochi centesimi su qualche colazione”.

Brofferio, con il verbale della Guardia di Finanza tra mani, aveva provato a fare ricorso per quegli scontrini. “Un paio erano di clienti che li avevano lasciati sul bancone, un altro di un cliente uscito a fumare durante la consumazione, ma l’ho perso. Perché, secondo la legge, il cliente deve sempre prendere scontrino quando lascia un locale, e conservarlo finché non si allontana di diversi metri dall’attività. Altrimenti, se si verifica un controllo, e ne viene trovato sprovvisto, la responsabilità è del titolare, anche se lo ha regolarmente emesso. Quindi è la normativa a essere sbagliata, perché impone sanzioni spropositate, e non c’è modo di spiegare le proprie ragioni”. E infatti, così, come previsto dalla legge, per Brofferio sono scattati sia la multa, sia la chiusura forzata. “E’ una situazione assurda, specie quando sui giornali si parla di milioni di euro di evasione fiscale trasferiti in Svizzera”.

“L’Agenzia delle Entrate – spiega il direttore regionale Antonino Di Geronimo – è tenuta ad applicare quanto prevede la legge, e in questo caso ha adottato la sanzione minima. Sulla vicenda, poi, è intervenuta anche la Commissione tributaria provinciale di Bologna che, nel caso della sanzione relativa alla prima violazione, l’unica contro la quale il contribuente ha presentato ricorso, ha approvato in pieno l’operato dell’Agenzia. La nostra azione è volta a tutelare la collettività, e non certo a bloccare le imprese e tutti gli operatori economici, verso i quali rinnoviamo la nostra disponibilità al dialogo”.

Quello del Romeo Cafè, del resto, non è l’unico caso di sanzioni simili scattate per la mancata emissione di qualche scontrino. Carlo Mazzoli, barbiere modenese con 40 anni di attività alle spalle, appena due mesi fa, ad esempio, si era visto apporre i sigilli al negozio sempre per non aver emesso 4 ricevute fiscali. “Un errore, lo ammetto – dice – e non contesto la multa, però arrivare a mettere i sigilli alle porte mi sembra esagerato, sono stato trattato come un disgraziato nel vero senso della parola”. E sempre di questi giorni è la vicenda capitata all’artigiano di Riccione Emilio Ravagli, idraulico, a cui era stato negato il Durc, il documento unico di regolarità contributiva, fondamentale per poter lavorare in cantiere, a causa di un problema fiscale. “Quando c’è da pagare, pago”, spiega Ravagli, e infatti dal 2012 al 2014 di guai con l’Inps non ne aveva mai avuti. Finché, il 12 febbraio scorso, l’Istituto gli ha negato il Durc per non aver versato, in tutto, 37 centesimi di contributi. Che sommati ai 18 centesimi evasi dal suo socio, che si era trovato nella medesima situazione, fanno 55 centesimi non pagati. La multa, 29,30 euro, Ravagli l’ha pagata subito, per poter ottenere il documento il prima possibile. “Alla fine ho avuto il Durc, quindi è finita bene – spiega Ravagli a ilfattoquotidiano.it – ciò che da fastidio è essere trattato come chi evade decine di migliaia di euro, e tutto questo per mezzo euro”.

Ferrari, elezioni sindacali. Fiom: “Minacce dai capireparto ai lavoratori per il voto”

“Qualcuno è stato invitato a votare, altri hanno subito pressioni, minacce, e c’è chi, perfino, è stato accompagnato fisicamente alle urne”. Parla “di un clima di forte tensione” e accusa l’azienda “di ingerenza nelle operazioni di voto”, la Fiom Cgil, nei giorni in cui, alla Ferrari Auto Spa, sia nello stabilimento di Maranello, sia nello stabilimento di Modena (Scaglietti), si scelgono i nuovi rappresentanti sindacali aziendali. Il 16 e il 17 febbraio, infatti, in fabbrica si è votato per eleggere le rsa di Cisl, Fismic e Uil, firmatarie del contratto Fiat che invece la Fiom scelse di non siglare, al prezzo dell’espulsione da tutti gli stabilimenti del Gruppo, fino al reintegro imposto da una sentenza della Cassazione. “Siccome l’affluenza è bassa, perché molti lavoratori non vogliono votare né per la Cisl, né per la Uil, né per Fismic – spiega Paolo Ventrella, delegato Fiom e operaio Ferrari – l’azienda ha iniziato a fare pressioni sui suoi dipendenti, per cercare di cambiare la situazione”.

Un quadro, quello descritto dalla Fiom, che però Cisl e Uil smentiscono categoricamente. “Io non intendo prendere le distanze – replica Claudio Mattiello, segretario della Fim di Modena – perché non siamo all’asilo. Nessuno è stato accompagnato a votare, ma, come sempre è successo, l’azienda, tramite i propri preposti, cioè i dipendenti i più vicino alla linea sindacale, ha invitato i lavoratori a votare capendo l’importanza del voto. Ma questo accadeva anche prima del nuovo accordo sulla rappresentanza sindacale, firmato peraltro anche da Cgil. Era normale. La Fiom non ha accettato le regole, è un problema loro. Ciò che dicono è falso e tendenzioso, e per di più la partecipazione al voto è in linea con gli ultimi anni”. “I lavoratori Ferrari sono adulti e vaccinati che non sentono assolutamente pressione – è la risposta anche di Alberto Zanetti, segretario della Uilm di Modena – dipingerli come automi al comando dell’azienda è una responsabilità che si assume la Fiom. Io non seguo queste illazioni. Che nei reparti si discuta delle elezioni è probabile, ma non c’è stata nessuna forzatura”.

Da quando le tute blu rifiutarono di sottoscrivere il contratto Fiat, siglato invece da Cisl e Uil, secondo la Fiom “la situazione in tutti gli stabilimenti del Gruppo è tesa”: motivo per cui i tre sindacati non eleggeranno le loro rsa lo stesso giorno. Per Fim, Fismic e Uilm si è votato il 16 e il 17 febbraio, per la Fiom il 19 e il 20 febbraio. “A operazioni di voto iniziate, però – continua Ventrella – le prime proiezioni preannunciavano una bassa affluenza per i sindacati firmatari dell’accordo, così l’azienda ha mandato in giro per lo stabilimento i suoi capireparto affinché sollecitassero i lavoratori, in orario di lavoro, ad abbandonare le loro postazioni per recarsi a votare”. Il risultato, attaccano le tute blu, “è che qualcuno è semplicemente stato invitato ad andare alle urne, altri hanno subito pressioni, minacce, con i capireparto che tornavano ogni cinque minuti a verificare che avessero votato, e c’è chi è stato addirittura accompagnato fisicamente al seggio. E’ più di un’ingerenza, tanto che stiamo valutando, con i lavoratori che hanno subito queste pressioni, di presentare denuncia”. La Fiom il 19 e il 20 febbraio, quando i lavoratori saranno chiamati a scegliere le rsa tra le tute blu, ha detto che posizionerà un’urna all’interno della fabbrica e una all’esterno, davanti ai cancelli, così che tutti si sentano liberi di votare in tranquillità. “La nostra preoccupazione, tuttavia, è che l’azienda in quel caso tenti di indurre gli operai a non votare, per cercare di indebolirci”.

‘Ndrangheta Emilia, “Via il sindaco”. Gip: “Rapporto clientelare su appalti”

Nonostante i cartelli con la scritta “dimissioni” e le proteste dei cittadini, il sindaco Fernando Ferioli di lasciare la carica non vuole proprio saperne. E anche se l’inchiesta ha travolto la sua cittadina come un secondo terremoto, non arretra: “Che cosa ho fatto per dovermi dimettere, oltre a essermi fatto un ‘mazzo’ così per la ricostruzione?” Il primo cittadino di area Pd di Finale Emilia, uno dei comuni simbolo del sisma del 2012, ha affrontato mercoledì 4 febbraio il primo consiglio comunale dopo che Giulio Gerrini, il responsabile dei lavori pubblici del comune, è finito ai domiciliari perché coinvolto nell’indagine sulla ‘ndrangheta della procura di Bologna, che ha portato all’arresto di 117 persone. Vincendo l’ora tarda e il freddo, un centinaio di cittadini, molti dei quali rimasti fuori dall’aula piena, hanno voluto sentire la versione di Ferioli, che – va precisato – non è tra i 200 indagati nella maxi-inchiesta. Il tutto mentre l’opposizione e alcuni attivisti del Movimento 5 stelle chiedevano apertamente le sue dimissioni anche con slogan urlati ad alta voce. Alcuni manifestanti sono stati allontanati dalla polizia municipale.

Il funzionario Gerrini è accusato dal procuratore Roberto Alfonso e dal sostituto Marco Mescolini di abuso d’ufficio perché avrebbe favorito, nonostante fosse al corrente dei rapporti della ditta con le ‘ndrine, la Bianchini Costruzioni. Il padrone dell’azienda di San Felice sul Panaro, Augusto Bianchini è ora in carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Le carte dell’inchiesta per il resto parlano chiaro: il rapporto tra l’amministrazione finalese e Bianchini, si legge nell’ordinanza di arresto del gip Bruno Ziroldi, si era “saldamente incardinato su categorie di tipo clientelare”.

Al dibattito infuocato in consiglio comunale hanno preso la parola i consiglieri della Lega nord Maurizio Boetti, Lorenzo Biagi e Maurizio Poletti del centrodestra, che hanno ricordato di avere chiesto invano fin dal 2012, quando nelle scuole di Finale dove aveva lavorato Bianchini era comparso l’amianto, di escludere la ditta dalla ricostruzione. E quando Poletti durante il consiglio comunale cita un passaggio delle carte dell’inchiesta, in aula scende il gelo. Il punto è quello di una intercettazione ambientale avvenuta sull’auto di Augusto Bianchini. A dicembre 2012, nel pieno della ricostruzione, l’imprenditore fa salire sulla sua auto l’allora assessore ai lavori pubblici della giunta Ferioli, Angelo D’Aiello (anche lui non indagato). Bianchini teme che Ferioli possa “mettersi di traverso” nell’assegnazione di lavori alla sua ditta. L’assessore fa presente che, in linea con il proprio profilo, Ferioli aveva evitato di prendere impegni a riguardo: “Lui impegni non se ne prende con nessuno”. Ma poi D’Aiello rassicura Bianchini: “No!… di traverso non si mette nessuno… perché… nessuno mette il naso in quelle faccende lì… anche perché poi… eh… sono sempre andate bene… eh… quindi… quindi secondo me adesso… il punto… è che voi troviate un equilibrio insomma… senza spaccare il mondo… capito?”. Ma Ferioli non ci sta a passare per uno che favoriva alcune aziende e davanti ai suoi concittadini in consiglio difende a spada tratta il suo operato: “Io non sono mai entrato personalmente nelle gare per l’affidamento dei lavori”.

Durante l’assemblea il primo cittadino ha voluto esporre anche la portata dei lavori affidati alla famiglia Bianchini: “Parliamo di una minima parte degli appalti per la ricostruzione. Per esempio in quella parte dei lavori nota come Allegati 3 – ha spiegato Ferioli – parliamo, per la Bianchini Costruzioni, dell’1,48% degli appalti, per l’altra ditta, la Ios di Alessandro Bianchini, di appena il 2%”. Poi Ferioli spiega: “La cosa che mi spaventa è che tutto il lavoro della ricostruzione venga fermato”.

Eppure, per l’amministrazione il quadro delineato dall’inchiesta dei magistrati è complicato. Secondo il gip Ziroldi, la Bianchini Costruzioni “non soltanto ha intrattenuto consapevolmente stretti rapporti con affiliati della cellula criminale ‘ndranghetista, ma gode di ottime relazioni con l’amministrazione finalese, in prima persona con il sindaco Ferioli”. “Come facevo a sapere che Augusto Bianchini, come sembra, si fosse venduto l’anima alle ‘ndrine?”, ribatte Ferioli intervistato da ilfattoquotidiano.it a margine del consiglio. “Bianchini per 40 anni aveva lavorato per i comuni della zona ed era di San Felice, a pochi chilometri da qui. Io avevo lui davanti, non il boss di Cutro”.

Secondo il gip, già quando nel 2013 la Bianchini era stata esclusa dalla White list (l’elenco delle ditte ritenute dalla prefettura non infiltrate dalle mafie), nel provvedimento di esclusione era riportata anche la presenza nei cantieri delle scuole di Finale di operai assoldati dal ’ndranghetista Michele Bolognino. Ferioli spiega però di non avere mai saputo di queste infiltrazioni: “Sinceramente no”. Poi il primo cittadino precisa: “La White list non è una condanna penale e neanche adesso c’è una condanna penale, c’è un’inchiesta”. Il gip Ziroldi nella sua ordinanza di arresto cita anche alcuni pagamenti a favore alla Bianchini Costruzioni autorizzati da Ferioli nel luglio 2013, quando già la ditta era stata esclusa dalla White list: “Il sindaco Ferioli – scrive il Gip – decise ugualmente di liquidare la somma in favore della Bianchini Costruzioni, ignorando di fatto le irregolarità evidenziate e avallando l’operato del geometra Gerrini”. Ma Ferioli sul punto si difende: “A me non interessava pagare Bianchini, mi interessava pagare le ditte perché avevano dei dipendenti”.

di David Marceddu e Giulia Zaccariello

Sisma, casa demolita anche se intatta. Ex sindaco e vigili verso il processo

“Palazzo Paltrinieri non avrebbe dovuto essere demolito”. Si conclude con quattro avvisi di fine indagine per altrettanti indagati, l’ex sindaco di Cavezzo in quota Pd, Stefano Draghetti e i vigili del fuoco Massimo Bortot, caposquadra esperto e coordinatore del Gruppo operativo speciale di Belluno, Michele De Vincentis, comandante del Comando operativo avanzato di San Prospero, e Giovanni Nanni, direttore generale e Comandante del Cratere, l’inchiesta condotta dalla Procura di Modena sulla demolizione di casa Paltrinieri, abbattuta dalle ruspe a giugno del 2012 mentre la famiglia si trovava sfollata in seguito ai terremoti del maggio di quell’anno. I quattro, per i quali sono in arrivo anche le richieste di rinvio a giudizio, sono accusati di falso e di rifiuto d’atti d’ufficio, “non solo – spiega al fattoquotidiano.it Nicoletta Tietto, legale della famiglia Paltrinieri – per aver prodotto e firmato atti falsi utili a postdatare la demolizione dell’edificio di 24 ore rispetto alla data in cui le ruspe hanno effettivamente iniziato ad abbattere il palazzo, ma per aver non dato risposta adeguata alla richiesta di documentazione da noi avanzata”.

Un’indagine “lunga e complessa” quella condotta dal sostituto procuratore Luca Guerzoni, e partita proprio da un esposto presentato dalla famiglia Paltrinieri, che sin da subito presentò una perizia tecnica per dimostrare che il palazzetto antico, di quelli che fanno la storia di un piccolo paese come Cavezzo, collocato nella piazza centrale del comune, in un’area transennata e quindi chiusa alla popolazione, “non avrebbe dovuto essere demolito”.

A maggio del 2012, del resto, nemmeno il terremoto, che tutto intorno aveva accartocciato case, negozi e chiese, era riuscito a buttarlo giù. Dopo le due scosse infatti la casa non presentava crepe strutturali e le perizie ordinate dalla famiglia dimostravano che con opportuni interventi la struttura avrebbe potuto tornare agibile. “Il materiale con cui la casa era stata costruita nel 1912 era eccellente e grazie alle catene perimetrali avrebbe resistito anche a scosse di intensità superiore”. Eppure l’8 giugno l’allora sindaco di Cavezzo, Stefano Draghetti, decise di apporre la sua firma a un’ordinanza di demolizione e autorizzò una squadra dei vigili del fuoco a buttare giù l’edificio. Il via alle ruspe venne dato però all’insaputa dei proprietari, che lo scoprirono guardando le immagini di un servizio televisivo. Ma non solo: un video pubblicato su You Reporter, datato 7 giugno, riprendeva le ruspe al lavoro, 24 ore prima, quindi, della data iscritta nell’ordinanza firmata da Draghetti. “Le foto e le riprese dei giornali sono state fondamentali per le indagini – spiega Tietto – perché collocano la demolizione un giorno prima degli atti amministrativi. A quel punto, il Comune aveva due scelte: dichiarare che era stato commesso un errore, o produrre un apparato documentale per dire che era stato tutto legittimo. Hanno scelto la seconda strada, e ora si andrà a processo. Per prima cosa vedremo se ci sarà la possibilità di avviare una trattativa per un risarcimento”.

Anche perché ai proprietari di Palazzo Paltrinieri, quattro piani di edificio capaci di resistere a due guerre e a quasi un secolo di storia, che hanno visto l’alternarsi di almeno quattro generazioni, i rimborsi pubblici, quelli stanziati dallo Stato per chi aveva subito danni in seguito al terremoto, sono stati negati. “Visto che la demolizione è avvenuta senza alcun verbale – spiega la famiglia – ma solo con il prospetto riepilogativo d’intervento che si rifà alla proprietà a fianco, e che la casa l’hanno demolita le ruspe senza che fossimo avvertiti, non possiamo nemmeno accedere agli aiuti”.

Insomma, una beffa nella tragedia, che toglie il sonno ai proprietari. Da qui la battaglia, combattuta su più fronti. Non solo quella legale. La famiglia, infatti, decise di scrivere anche all’allora presidente della Regione e commissario straordinario, Vasco Errani, per chiedere di far luce sulla vicenda. E, allo stesso tempo, inaugurò un blog, dove la storia in questi anni è stata aggiornato passo dopo passo. Fino all’ultima svolta di questi giorni. “E’ chiaro che i Paltrinieri hanno perso tutto – sottolinea l’avvocato Tietto – a partire dalla memoria storica familiare, e purtroppo nessuno potrà mai restituire loro ciò che è stato distrutto. La casa non doveva essere demolita, invece è successo, speriamo però che ora sia fatta giustizia”.

di Annalisa Dall’Oca e Giulia Zaccariello