Sisma Emilia, appello imprese: ‘Ancora emergenza: governo sospenda tasse’

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi li ha definiti “eroi”, ma più che una medaglietta da appuntarsi sul petto per aver ricostruito la propria azienda buttata giù dal terremoto, gli imprenditori emiliani vorrebbero che lo Stato riconoscesse i loro sforzi. “La sospensione per la restituzione delle tasse arretrate concordata dopo i fenomeni sismici del 2012 scadrà il 30 giugno 2015, e le aziende non hanno i soldi per pagare le imposte arretrate – racconta Gianmarco Budri, titolare della Budri Srl di Mirandola, ditta specializzata nella produzione di intarsi di marmo, rasa al suolo a maggio di due anni fa dalle scosse – ciò che chiediamo al governo è molto semplice: un piano di ammortamento di almeno cinque anni a interessi zero. Perché nell’Emilia del terremoto molte realtà produttive sono ripartite con le loro sole forze, riuscendo a mantenere l’occupazione senza gravare sullo Stato, ma le casse sono vuote e i rimborsi pubblici stanziati per la ricostruzione molti di noi non li hanno ancora visti”.

Tra i mille problemi che ingolfano una ricostruzione che ancora procede al rallentatore, infatti, non c’è solo la burocrazia a complicare la vita di chi deve riedificare ciò che i fenomeni sismici hanno distrutto. Dopo i terremoti del 2012 lo Stato aveva siglato un accordo con la Cassa depositi e prestiti e l’Abi per concedere alle imprese una sospensione delle imposte di 14 mesi. Scaduti i termini, quindi, le aziende hanno ricominciato a pagare regolarmente i tributi. “Il problema – spiega Andrea Tosi, responsabile delle politiche economiche del Cna di Modena – è che entro il 30 giugno dovranno iniziare a restituire gli arretrati, cioè quei 14 mesi di tasse non versate, e dovranno farlo in soli due anni, versando due maxi rate all’anno”. Secondo i dati del Cna, però, circa il 70% delle imprese dell’area terremoto non ha ancora visto un solo euro dei contributi pubblici stanziati per la ricostruzione, né li riceverà entro giugno. “Quindi non solo le aziende non hanno soldi in tasca perché hanno dovuto reinvestire tutta la liquidità che avevano per ripartire con le proprie forze, ma oltre a dover pagare, come tutti, tasse superiori al 50% del loro fatturato, dovranno restituire in un anno altri 7 mesi di tributi arretrati, e così nel 2016”. Tra imposte sul reddito, contributi, Irap, Inps, Inail (per titolari e dipendenti), eccetera, si calcola che la pressione fiscale per le imprese terremotate, per i prossimi 2 anni, sarà pari al 120% del fatturato. “Non so come potranno pagare cifre simili – sottolinea Tosi – o lo Stato decide di concedere un altro anno di proroga e un piano di ammortamento quinquennale, invece che biennale, o sarà un disastro”

“Bisogna che a Roma capiscano che non possiamo farcela”, scuote il capo Budri. La sua azienda trova a Mirandola, a pochi metri dalla Bbg, che il 29 maggio di due anni fa crollò sotto i colpi del terremoto seppellendo 3 operai. Prima del sisma era un fabbricato di 4.300 metri quadrati che dava lavoro a 30 persone, poi il terremoto ha raso al suolo tutto e il titolare, per tentare di salvare la ditta, scelse di delocalizzare temporaneamente a Verona. Ad oggi i contributi dello Stato Budri non li ha ancora visti, e tuttavia in due anni ha ricostruito la sede di Mirandola. Ora però le casse sono vuote e il pensiero di dover pagare entro breve 14 mesi di tasse arretrate desta più di qualche preoccupazione.

Il 29 novembre scorso a Mirandola c’è stata l’assemblea della Confederazione nazionale dell’artigianato, ospite il ministro del Lavoro Giuliano Poletti. “Bisogna dilatare nel tempo il pagamento delle imposte – aveva chiesto Mai a nome di tutte le imprese terremotate – molti hanno già utilizzato il denaro a loro disposizione per ricostruire, ma non hanno visto tornare indietro neanche un euro”. Un appello che Poletti aveva raccolto: “Credo che sia una posizione giusta perché credo che chi fa uno sforzo come questo deve essere aiutato”. “Ma alle parole, ora – dicono gli imprenditori – devono seguire i fatti”.

“Non pretendiamo di non pagare le tasse – sottolinea Paolo Preti, titolare della Meta di San Felice sul Panaro, il cui crollo, in seguito al terremoto, costò la vita a 3 operai – però qui siamo ancora in piena emergenza”. Preti il prossimo anno vorrebbe riportare la produzione nella cittadina modenese, dopo che nel 2012 si era trovato costretto a delocalizzare a Bomporto (Mo), salvo subire i danni dell’alluvione del gennaio 2014. “Lo Stato non mi ha ancora rimborsato i costi della ricostruzione e, oltre ai danni, ho diverse spese extra rimborso da sostenere. In più devo anticipare 1 milione di euro di Iva per ricostruire la fabbrica e ricomprare le macchine, quindi devo accendere un mutuo con la banca, perché quel denaro non ce l’ho. Come faccio, a giugno, a pagare 200 mila euro di tasse arretrate, e così per i successivi 2 anni?”. “Renzi ci ha definiti eroi? Io di mestiere faccio l’imprenditore e gli eroi li lascio ai fumetti – commenta Budri – invece di elargire complimenti il governo dovrebbe rispettare le imprese e i lavoratori. Altrimenti qui saltiamo tutti. E se le aziende chiudono l’Italia come fa?”.

Nozze gay, Giovanardi: “Movimenti Lgbt vogliono acquistare e assemblare bimbi”

È una crociata senza fine quella di Carlo Giovanardi, contro qualunque forma di riconoscimento delle unioni omosessuali. In tema di diritti civili, infatti, il senatore Ncd non ne vuole sapere dei registri per le nozze gay, quelli inaugurati in tutta Italia da Milano a Napoli e finiti nel mirino del ministro Alfano. E così, in una nota, nega l’esistenza di discriminazioni, e spiega la sua personale teoria: “La battaglia dei movimenti lgbt ha come obiettivo la parificazione del matrimonio fra persone dello stesso sesso e l’acquisto di bambini”. Spingendosi poi oltre, fino a parlare di “sfruttamento di esseri umani” e “tentativi di aprire la strada a nuove forme di schiavitù”.

A scatenare la sua ira, questa volta, è stata l’inaugurazione a Modena del registro (senza trascrizione all’anagrafe) per le unioni civili. Dopo il via libera arrivato a fine ottobre sull’esempio della vicina Bologna, giovedì 27 novembre, infatti, il sindaco Gian Carlo Muzzarelli ha trascritto il primo matrimonio, quello tra Alessio e Andrea, con tanto di cerimonia simbolica, fascia tricolore e foto di rito. Passate nemmeno 24 ore, Giovanardi, che a Modena è stato anche candidato sindaco alle scorse amministrative, ha preso carta e penna, puntando il dito su Pd e attivisti lgbt. “Tutti i modenesi – si legge nella nota – devono aver ben chiaro, a cominciare da quella parte del mondo cattolico che ha contribuito alla vittoria di Muzzarelli e del Pd alle comunali, che la battaglia dei movimenti gay non ha come obiettivo quello di rimuovere, peraltro inesistenti, discriminazioni, ma arrivare alla parificazione con il matrimonio fra uomo e donna, per poter adottare bambini o assemblarli attraverso l’acquisto sul mercato di materiale genetico e l’utero in affitto”.

Si tratta, va avanti, “di pratiche di sfruttamento della disperazione e della povertà di chi è costretto, soprattutto nei paesi del terzo mondo, a vendersi per soddisfare i capricci di ricchi signori dei paesi ricchi, privando i bambini del sacrosanto diritto di avere un padre e una madre”. Secondo l’ex sottosegretario, da sempre paladino della cosiddetta famiglia tradizionale, “questa è la realtà che si nasconde dietro alle trascrizioni delle nozze celebrate all’estero e ai vari registri civili- Sono lesivi dei principi della nostra Costituzione laica e repubblicana che riconosce soltanto il matrimonio fra un uomo e una donna”. Per questo, è la sua conlusione, “non soltanto il Nuovo Centro Destra ha votato contro all’istituzione del registro in consiglio comunale a Modena ma, a livello nazionale, sta bloccando ogni tentativo di aprire la strada a nuove forme di schiavitù e di sfruttamento degli esseri umani, con una battaglia che dovrebbe essere condivisa anche dalla sinistra”.

Parole forti, a cui il senatore però non è nuovo. Su gay e lesbiche Giovanardi non ha mai usato il guanto di velluto. Negli anni il senatore ha ingaggiato una personale guerra, combattuta a colpi di dichiarazioni quasi sempre parecchio sopra le righe. Alimentando così l’immagine del conservatore di ferro, e assicurandosi strascichi di polemiche, titoli sui giornali e bufere mediatiche. Solo per citarne alcune. Tre anni fa, su Radio 24, il Giovanardi pensiero trovò piena espressione in una improvvisata lezione di anatomia. “Ci sono organi costruiti per ricevere, e organi per espellere”. E due ragazze che si baciano in stazione che effetto farebbero? “A lei che effetto fa se uno fa pipì? Se lo fa in bagno va bene, ma se uno fa la pipì per strada davanti a lei, può darle fastidio”. E giù proteste. Tempo dopo ci ricascò, e ai microfoni della Zanzara, lanciò la proposta di istituire stanza separate per militari omosessuali. “E’ una questione di buonsenso” si giustificò.

Sisma Emilia, chiesta archiviazione per crollo Haemotronic. Morirono 4 operai

Si chiude con una richiesta di archiviazione presentata dalla Procura di Modena l’indagine penale relativa al crollo della Haemotronic di Medolla (Modena), avvenuto durante il terremoto del 29 maggio 2012, in cui morirono quattro operai. Dipendenti che quella mattina di 2 anni fa, attorno alle 9, si trovavano in azienda, sorpresi dalle scosse e poi sepolti dalle macerie del capannone, già colpito dal sisma del 20 maggio, mentre stavano lavorando. Secondo la procura, infatti, non è stato possibile rilevare profili penalmente rilevanti nei confronti degli indagati, 10 tra architetti, ingegneri e geometri, per i quali l’accusa era di omicidio colposo plurimo, poiché “come risulta anche dalle perizie – spiega il procuratore capo Vito Zincani – non sono stati violati principi di sicurezza” nell’edificio. Una risposta che però non soddisfa le famiglie delle vittime, pronte, tramite i propri legali, a opporsi alla richiesta di archiviazione e ad agire in sede civile per ottenere un risarcimento.

L’inchiesta relativa alla Haemotronic, colosso del biomedicale specializzato nella produzione di dispositivi medici come le sacche per la dialisi, era stata aperta nel 2012 dalla procura di Modena dopo che il terremoto del 29 maggio ne aveva causato il crollo, seppellendo 4 operai che si trovavano in fabbrica al momento delle scosse: Matteo Serra, 37 anni, Paolo Siclari, 39 anni, Giordano Visconti, 33 anni e Biagio Santucci, 25 anni. Un’indagine complessa, sia per le condizioni dell’edificio dopo il sisma del 29 maggio, sia perché la fabbrica era già stata danneggiata dal terremoto di qualche giorno prima (20 maggio 2012), che aveva provocato danni alla struttura senza che però quest’ultima fosse dichiarata inagibile. Tanto che è stato necessario un lungo incidente probatorio e l’intervento di un pool di esperti, tra cui la professoressa Gabriella Mulas, che ha condotto un lavoro simile sulla Casa dello studente a L’Aquila, crollata durante il sisma del 2009, per chiarire le dinamiche della tragedia, e le eventuali responsabilità connesse al cedimento dello stabilimento. Tuttavia, si legge sul documento firmato dal pubblico ministero Maria Angela Sighicelli, è difficile accertare responsabilità tra gli imputati.

Le cause della tragedia, piuttosto, sono da attribuirsi a una compartecipazione di fattori, già elencati nelle 476 pagine della perizia firmata dagli esperti del gip Teresa Magno per l’indicente probatorio sul crollo del capannone dell’azienda biomedicale: “Appare con evidenza — scrive il pool — una mancanza di informazioni sulla sequenza sismica in atto, che si è conclusa solo con l’evento del 3 giugno, e un ritardo nell’affrontare il problema costituito dalle valutazioni di agibilità dei capannoni progettati e costruiti senza alcun tipo di protezione antisismica”. Vuoto normativo, insomma, e ritardi nel notificare le regole da rispettare in materia di sopralluoghi per l’agibilità, scattati in tutti gli edifici dell’area cratere subito dopo i terremoti. “L’ordinanza 2 del 2 giugno 2012 del capo della Protezione civile — è il parere degli esperti — emanata dopo la seconda scossa violenta e le morti del 29 maggio, rappresenta la colpevole ammissione di ritardo nell’affrontare un problema delicato che coinvolgeva la sicurezza delle condizioni lavorative di un distretto industriale di vitale importanza per l’economia nazionale”. Ma per quanto riguarda il capannone, secondo i periti era conforme alle norme dell’epoca della costruzione, cioè il 2005, e la causa del crollo sarebbe legata alla mancanza di progettazione antisismica che all’epoca non era prevista dagli standard di costruzione e manutenzione”.

Un risultato, quello delle indagini, che le famiglie dei 4 operai sono pronte a impugnare tramite i loro legali rappresentanti. Che già in queste ore stanno valutando come agire, da un lato per opporsi alla richiesta di archiviazione presentata dalla Procura di Modena, e dall’altro, per ottenere un risarcimento in sede civile. Non solo a Medolla ma in numerosi Comuni della bassa, infatti, gli operai di quegli stabilimenti che un tempo contribuivano a produrre il 2% del Pil italiano erano tornati a lavorare a cavallo tra le scosse del 20 maggio e quelle del 29: per ripulire ciò che era andato distrutto a causa del terremoto, per verificare che i macchinari funzionassero, per riprendere a produrre. E la convinzione delle famiglie delle quattro vittime della Haemotronic è che si sarebbero dovute condurre ulteriori verifiche sulla stabilità del capannone prima di far rientrare gli operai. Specie con una sequenza sismica ancora in atto.

Serie B, Carpi in vetta con il Bologna: la città terremotata che sfida le grandi

Trecentomila abitanti contro 69mila, uno stadio da 38mila posti e uno da 4100, sette scudetti da una parte e 78 partecipazioni tra serie D e C su 85 campionati dall’altra. Eppure Bologna e Carpi, nemmeno 50 chilometri in linea d’aria, anno di nascita per entrambe le squadre il 1909, hanno gli stessi 21 punti in cima alla classifica di serie B. Sei vittorie, tre pareggi e due sconfitte, uno scontro diretto tra nemmeno otto giorni al Dall’Ara, Bologna e Carpi vivono il primato con un approccio agli antipodi. I rossoblù vogliono sbrigarsi in fretta della serie cadetta. Complice il treno veloce Joe Tacopina, con ai motori Joey Saputo, l’imperativo è salire di categoria e in un anno diventare tra le prime sette di A. I biancorossi di Fabrizio Castori girano il cannocchiale dalla parte opposta e nel guardare lontano preferiscono il motto del paron Nereo Rocco “palla lunga e pedalare”. “Sei anni fa facevamo ancora il campionato di Eccellenza, diciamo che questi 21 punti sono fieno in cascina per il freddo e lungo inverno”, spiega il direttore sportivo del Carpi, Cristiano Giuntoli, “davvero non ce l’aspettavamo, siamo andati oltre le più rosee aspettative, ma ripeto ricordiamoci che nell’ottobre 2009 eravamo a fondo classifica del campionato Interregionale”.

La sorpresa Carpi però sembra essere tale solo per chi osserva da latitudini non emiliane. Qui ci si lamenta poco, sia che si salga o che si scenda di categoria. La conquista della B, due anni fa, è frutto di una cavalcata lunga un secolo. Interrotto oltretutto da quella mazzata terribile del terremoto del maggio 2012. Via Carlo Marx, dove hanno sede gli uffici del terzetto della rinascita Bonacini-Caliumi-Marani, è sul bordo del cosiddetto cratere, circonferenza prima di paura, poi di macerie, infine di ricostruzione del post sisma. A pochi chilometri dallo stadio Sandro Cabassi ci sono Novi, Concordia, Mirandola, Cavezzo. In quel metà maggio di due anni e mezzo fa il Carpi stava correndo verso la B. Zero a zero contro il Pro Vercelli, poi la batosta (3 a 1) in “casa” anche se al Braglia di Modena, per via dell’inagibilità post sisma dello stadio: “Andammo 21 giorni in ritiro a Novara”, continua Giuntoli, “ma la nostra testa era piena di pensieri per quello che stava accadendo a casa. No nl’ho mai usato come alibi per la sconfitta, il terremoto fu una tragedia immane a confronto del quale il calcio scompare. Certo che però l’anno dopo questa ferita, probabilmente, è stata anche una spinta in più per risorgere e centrare la B”.

Un monte ingaggio attorno ai 2 milioni e 300mila euro per il parco giocatori, 3 milioni con la dirigenza e l’amministrazione, calciatori tutti provenienti dalle categorie inferiori e un’età media per la squadra di 22/23 anni: “Abbiamo un progetto serio, ma siamo anche stati fortunati. Il 22enne nigeriano Jerry Uche Mbakogu, ora capocannoniere della B con sette reti, l’abbiamo rilevato dal Padova perché i veneti non si sono iscritti al campionato”. Così è curioso pensare che il piccolo Cabassi verrà ampliato di 1000 posti l’anno, per due anni, per rimanere almeno dentro i parametri della B, mentre a Bologna si è perfino chiamato l’architetto americano Dan Meis, un signore che progetta palazzi a Dubai, che ha ridisegnato lo stadio della Roma, e che a Bologna arriverà proprio nei giorni della sfida col Carpi, uno che sa già che forma prenderà il Dall’Ara: “Lo stadio dovrà incutere timore agli avversari, li dovrà intimidire”. Le proporzioni si capovolgono nuovamente quando c’è chi ricorda Alino Diamanti prima ancora di finire non più di otto mesi fa finire in Cina nella squadra di Lippi, arrivare allo stadio in Lamborghini o qualche collega in Porsche: “Qui a Carpi l’atmosfera è genuina. – chiude Giuntoli – I ragazzi vengono all’allenamento in bicicletta. Tutti ti conoscono. E questo ha i suoi vantaggi: quando i risultati non arrivano lo stress è minimo, quando vai bene sei avvolto da un calore familiare”. Ma uno sgambetto alla “grande” Bologna degli americani nemmeno lo sogna? “Guardi, per farle capire non faccio nemmeno il paragone Davide contro Golia, ma le dico semplicemente che il sogno per noi è già essere arrivati in serie B dopo 100 anni di vita”.

Sisma Emilia, ancora centinaia di famiglie nei container. Comune sgombera abusivi

Per la legge erano abusivi, perché occupavano i moduli abitativi provvisori allestiti nella bassa dell’Emilia Romagna dopo il terremoto del maggio 2012 senza averne diritto. Così a Mirandola, città della provincia di Modena duramente colpita dai fenomeni sismici di due anni fa, quattro famiglie originarie del Marocco e della Tunisia sono state sgomberate dalle forze dell’ordine, dopo una trattativa durata mesi, e le proteste di chi si era stabilito all’interno dei container in maniera irregolare. Secondo la normativa, infatti, ad avere diritto al modulo abitativo, o map, sono le famiglie che in seguito alle scosse hanno perso la propria casa o l’abitazione occupata in affitto, purché il proprietario abbia manifestato la volontà di ricostruirla e ripristinare il contratto di locazione. Chi ad esempio aveva ricevuto lo sfratto prima del terremoto al map non ha diritto. Quindi a Mirandola sono arrivati i primi sgomberi, e altri potrebbero scattare nei prossimi mesi. Ma anche a Novi di Modena, spiega il sindaco Luisa Turci, “si sono verificati episodi simili. Non parliamo solo di cittadini di origine straniera, però, ma anche di italiani che magari hanno perso il lavoro, e piuttosto che andare in affitto hanno deciso di rimanere nei container, che non saranno la soluzione abitativa ideale ma sono gratuiti, eccezione fatta per le bollette di luce e gas”. O ancora di casi in cui alla famiglia il proprietario dell’abitazione ha deciso di non rinnovare il contratto di locazione dopo il terremoto, con conseguente perdita del diritto al container. “Non possiamo, quindi, parlare solo di furbetti – sottolinea Turci – perché in Emilia il terremoto ci ha lasciato in eredità una crisi economica e occupazionale fortissima”.

In due anni le gru installate nel cratere terremotato sono aumentate, “ma ci vorranno almeno 4 o 5 anni perché si arrivi al 90% del lavoro fatto” precisa Rudi Accorsi, sindaco di San Possidonio. E anche per questo inverno più della metà delle famiglie che risiedono nei container dall’autunno del 2012 non avranno una casa. Complice una burocrazia che intrica le procedure necessarie a ottenere i fondi stanziati per la ricostruzione, a Novi di Modena, su 125 container abitativi installati dopo il terremoto, sono solo 30 quelli lasciati liberi da famiglie già rientrate nelle proprie case, e 7 quelli in corso di smantellamento. “Stiamo cercando soluzioni abitative alternative – precisa Turci – ma la strada della ricostruzione è lunga: da tutta l’area del cratere sono giunte 7.300 domande di rimborso relative ad altrettanti edifici, case o aziende, da ricostruire, 500 solo in questo Comune. Non sono interventi che si concludono in un anno”.

Se a Mirandola, invece, si procede a ritmo più sostenuto, su 260 moduli installati nel dopo sisma, 148 sono quelli ancora occupati, “ed entro gennaio 2015 prevediamo di smantellarne altri”, spiega il sindaco Maino Benatti, a San Possidonio il bilancio è simile a quello di Novi. I map occupati, soprattutto da famiglie italiane, secondo i dati del Comune, sono ancora 50, mentre a 15 ammonta il numero dei container liberati. “Noi ci siamo dati come scadenza giugno del 2015 per smantellare i due quartieri abitativi provvisori – spiega Accorsi – e se non riusciremo a ricostruire tutte le case per quella data, faremo in modo di spostare le famiglie in appartamenti del Comune. Vivere nei container alla lunga diventa molto difficile, specie per le persone anziane o malate”.

Stesso discorso a Concordia sulla Secchia, 14 alloggi liberati su 94 totali, a cui si sommano le 8 famiglie che lasceranno i map entro la fine dell’anno, “l’obiettivo – spiega il sindaco Luca Prandini – è dismettere i container entro il 2015”, e a San Felice sul Panaro, dove dopo le scosse erano stati installati 80 container a uso abitativo, 58 dei quali ad oggi risultano ancora occupati. “La situazione è complessa – racconta il sindaco Alberto Silvestri – sia perché ripristinare le case sta richiedendo più tempo del previsto, sia perché c’è crisi. 10 – 15 nuclei che vivono nei container ancora oggi hanno situazioni precarie, e servirà l’aiuto della Regione per trovare una soluzione, tuttavia contiamo, entro i primi mesi del 2015, di liberare altri map”. Anche Cento e a Cavezzo più della metà degli sfollati che nel 2012 avevano scelto di abitare nei container non ha ancora una casa: nel Comune del ferrarese sono 60 su 85 i moduli provvisori tuttora occupati, mentre nella cittadina del modenese il bilancio è di 45 container abitati sui 60 totali. “Abbiamo intenzione di aprire un bando per trovare degli appartamenti dove collocare queste famiglie – spiega il sindaco Lisa Luppi – perché la vita nei map non è tollerabile a lungo, e parliamo di persone che vivono in quelle strutture provvisorie già da due anni”.

“Nel cratere abbiamo sofferto lo stop che si è verificato in seguito alle dimissioni del presidente dell’Emilia Romagna Vasco Errani, e alle conseguenti elezioni – racconta Accorsi – perché ci sono una serie di necessità da risolvere, come l’attivazione di una zona franca urbana per rivitalizzare i centri storici terremotati, e la proroga dei finanziamenti europei per le aziende agricole”. “Procediamo più velocemente che possiamo – allarga le braccia Silvestri – ma ricordiamo che manca ancora 1 miliardo per le opere pubbliche, e che senza una legge nazionale sulle emergenze i tempi sono destinati ad allungarsi: è incredibile che nel 2014, dopo tutto ciò che è capitato in Italia, manchi ancora un quadro normativo nazionale di riferimento”.

Modena, M5S: “Tonnellate di amianto a cielo aperto”. Sindaco: “E’ sotto controllo”

“Stiamo cercando di ridurre il rischio amianto e portarlo a zero”. E’ il sindaco di San Felice sul Panaro, Alberto Silvestri, ad intervenire a seguito dell’esposto dei consiglieri comunali del Movimento 5 Stelle depositato alla Procura di Modena, dove viene denunciata la presenza di migliaia di tonnellate di amianto lasciate incustodite in un deposito a cielo aperto a nemmeno un chilometro dal centro del paese. Il testo depositato in Procura lo firmano i consiglieri 5 stelle di san Felice Massimiliano Fortini e Matteo Casari, il consigliere grillino di Campogalliano Francesco Masotina, il coordinatore di Ona Onlus Carpi Andrea Rossi e un cittaddino di Finale Emilia Carlo Valmori. La vicenda ha origine a fine 2012 e ha per protagonista la Bianchini Costruzioni s.r.l. di Augusto Bianchini con sede a S. Felice sul Panaro (Modena).

L’azienda, oggi in liquidazione, il 17 giugno 2013 è stata sottoposta a misura interdittiva antimafia dalla Prefettura di Modena con esclusione dalla “White List” delle società che possono operare nell’ambito dei cantieri post-sisma in Emilia-Romagna. Bianchini s.r.l. svolgeva attività di movimento terra, costruzioni stradali, sistemazioni idrauliche, trasporto e recupero rifiuti da costruzione-demolizione in procedura semplificata nel proprio deposito a San Felice. A fine 2012 Arpa ha stoppato l’attività post-terremoto di recupero e spostamento macerie della Bianchini provvedendo a porre sotto sequestro due aree di deposito dell’azienda nelle quali risultava ammucchiato e lavorato anche eternit. I materiali della prima area, come scritto nell’esposto “sono finiti un po’ ovunque: sotto scuole, campi sportivi e della protezione civile, aziende, centri commerciali”, ed è aperta un’inchiesta per accertare la responsabilità dei fatti; mentre i rifiuti restanti sono oggetto dell’attuale esposto dove si richiama l’attenzione della Procura sulla mancata messa in sicurezza dell’area. “Le foto parlano chiaro”, spiega Andrea Rossi al fattoquotidiano.it, “migliaia di tonnellate di eternit macinato, o miscelato con inerti edili, giacciono scoperte, soggette alle intemperie, con ruscellamento delle fibre nell’acqua di falda ma soprattutto liberano il pericolosissimo polverino di amianto nell’aria, disperdendolo a chilometri di distanza. E poiché non c’è una soglia al di sotto della quale il rischio amianto si annulla, in quanto possono essere sufficienti poche fibre per dar vita a processi cancerogeni che anche a distanza di 40 anni possono portare all’insorgenza di gravi patologie, è opportuno e doveroso un intervento di messa in sicurezza per la salute pubblica”.

I 5 Stelle chiamano in causa direttamente il sindaco di San Felice (“non ha preso alcun provvedimento, ma è il primo responsabile della salute pubblica”); il primo cittadino Silvestri a sua volta puntualizza: “La procedura per la rimozione del materiale contenente amianto è già stata avviata: chiunque può intervenire nei 60 giorni di deposito della documentazione con osservazioni. Al momento i termini sono sospesi avendo la Provincia, soggetto competente, richiesto integrazioni”. Silvestri si riferisce alla richiesta della Bianchini Costruzioni risalente alla primavera 2014 di costruire un deposito permanente alto 10 metri per stoccare il materiale incriminato nell’area di via Dell’Industria che, dopo la cessione dell’esecuzione del lavoro alla Dueaenne s.a.s., attende il pronunciamento della Provincia di Modena sulla Valutazione di Impatto Ambientale (Via) della richiesta. “La società Dueaenne di Braga Bruna & C”, sostengono i 5 Stelle nell’esposto, “ha come socio accomandatario con il 95 per cento di quote la signora Bruna Braga, moglie del Bianchini titolare della Bianchini Costruzioni s.r.l., mentre il socio accomandante col 5 per cento era originariamente il medesimo Augusto Bianchini, il quale ha poi venduto le quote al figlio Nicola”. “Se volete fare un giro da queste parti”, conclude il sindaco di San Felice, “vi accorgereste che l’amianto è stato usato in decine di costruzioni, come per le tubature. E’ un rischio latente che tra terremoto e trombe d’aria si acuisce seriamente. E’ complicato porvi rimedio, ma assicuro tutti che stiamo cercando di tenere monitorata la situazione per ridurre il rischio a zero”.

“Celebrity”, figurine dei famosi in mostra. Ma ci sono anche Hitler e Mussolini

Mussolini con mascella volitiva ed elmetto tra Fausto Coppi e Michael Jackson; un Hitler corrucciato in camicia bruna tra Mick Jagger e Pelé. Questi gli accostamenti iconici tra alcune dei 350 personaggi storici presenti sul manifesto, e all’interno, della mostra “Celebrity” – in corso al Museo della Figurina di Modena – che hanno fatto andare su tutte le furie un professore di matematica in pensione, Giuseppe Marmo, che prima ha scritto una lettera al sindaco di Modena Giancarlo Muzzarelli e poi si è presentato a Palazzo Santa Margherita, in corso Canalgrande, affiggendo una foto di Anna Frank a fianco della locandina di Celebrity con su scritto: “Dunque i miei assassini non sono più la vergogna del mondo?”.

“Ma vi sembra sensato che con soldi pubblici si faccia una mostra fotografica dove dittatori che hanno ucciso milioni di persone diventano celebrità che hanno lasciato un segno positivo nella storia?”, racconta Marmo al fattoquotidiano.it, “figure di questo genere hanno conquistato la ‘celebrità’ e sono ‘celebrati’ perché sono dei boia, per questo chiedo che vengano mostrati per quello che realmente erano, per i motivi reali per cui sono diventati tristemente celebri, quello di aver massacrato persone innocenti”.

“La mostra “Celebrity” è dedicata al concetto di celebrità, inteso in accordo con il festival filosofia come versione contemporanea del concetto di gloria”, spiega invece la curatrice Paola Basile, “Celebrità e notorietà non hanno necessariamente connotazione positiva. Il concetto viene illustrato attraverso una serie di figure che hanno raggiunto la fama grazie alla diffusione della loro immagine tramite i mass media. Oltre alla sezione su politici e dittatori ce ne sono altre con sportivi, divi del cinema, rock e pop star, ma di nessuno si fa una descrizione storica o biografia, così come degli attori non si racconta la filmografia, né dei cantanti la discografia, né degli sportivi i titoli conseguiti. Oggetto della mostra è come si siano usate anche le figurine per renderli celebri”.

Una spiegazione respinta però dal professor Marmo: “Non reputo ci sia malafede, ma solo leggerezza nell’impostare la mostra in questo modo. Dobbiamo metterci nei panni delle scolaresche che visiteranno la mostra. Accostare fisicamente Hitler a Pelé, ad esempio, quest’ultima un’icona positiva, crea un pasticcio infinito dove un personaggio non si distingue dall’altro. In una società ampiamente basata sull’immagine, dove chi o ciò che non si vede non esiste, qualsiasi rappresentazione non opportunamente ponderata rischia di essere un falso”. Dello stesso avviso il direttore dell’Istituto Storico di Modena, Claudio Silingardi, “Una scelta che lascia basiti, non può che significare che siamo diventati tutti un po’ più stupidi. Siamo di fronte alla rappresentazione di una realtà in cui si è persa la differenza dei valori e la percezione stessa di queste differenze. Forse, visto l’aria che tira anche in Europa e non solo in Italia, è ora di recuperare un po’ di sano antifascismo”. “Tra gli obiettivi della mostra c’è quello di evidenziare e decostruire i meccanismi della propaganda dei dittatori”, risponde la curatrice Basile, “cosa che accade anche attraverso laboratori con le scuole, condotti in questo caso da educatori che lavorano anche a Monte Sole, dove avvenne uno dei più tragici massacri nazisti. Le scolaresche che visitano la mostra sono accompagnate sempre da insegnanti e da operatori del museo che forniscono le adeguate spiegazioni e inquadrano i temi”.

La mostra “Celebrity. Icone in figurina” è costata al Comune di Modena all’incirca 11mila euro e proseguirà fino a febbraio 2015, anche se le polemiche per ora non sembrano essersi esaurite: “Fatemi specificare una cosa”, conclude Marmo che in quanto frequentatore della biblioteca al primo piano di Palazzo Santa Margherita ha scoperto casualmente mostra e manifesto, “quando era ancora vivo Alcide Cervi, una figura osannata dai cittadini, ci insegnò con chiarezza e senza rimpianti che la memoria storica va conservata bene. Ogni tanto è meglio ricordarlo”.

Modena, bambino di 11 anni travolto in bicicletta e ucciso da un auto

Un bambino di 11 anni, J.R., è morto investito da un’auto a Massa Finalese, frazione di Finale Emilia nel Modenese. L’incidente si è verificato intorno alle 19 in via per Modena Ovest, a un centinaio di metri dall’abitazione dove viveva il piccolo. Per cause da accertare il ragazzino, in bicicletta, è stato travolto da una Renault Scenic guidata da un 50enne. Dalle prime ricostruzioni parrebbe che la bici che la vettura procedessero nella stessa direzione. Il corpo del piccolo è stato trascinato per diversi metri prima di finire nel fosso a lato della carreggiata. Il bambino, figlio di un immigrato magrebino e di una donna italiana, è deceduto sul colpo. Sono intervenuti 118, carabinieri, polizia municipale e vigili del fuoco.

Formigine, comune record anti-evasione. Sindaco: “Il denaro resti al territorio”

Il messaggio è rivolto direttamente al governo di Matteo Renzi: “Bisogna rinnovare la legge 148, che restituisce ai Comuni il denaro recuperato dalla lotta all’evasione fiscale, ormai in scadenza”. Parte da Formigine, in provincia di Modena, ma riguarda tutta l’Italia, l’appello del sindaco democratico Maria Costi, primo cittadino di una delle realtà più virtuose d’Italia in termini di lotta all’evasione. Una città con poco più di 34.000 abitanti nel cuore del distretto ceramico emiliano romagnolo, che però nel 2012 è riuscita a classificarsi al terzo posto, dopo Milano e Bergamo, e prima di Genova e Bologna, tra i Comuni italiani per le risorse recuperate dal contrasto alla frode tributaria. Più di 858.000 euro provenienti da 500 segnalazioni, circa 24 euro ad abitante (contro i 0,79 euro pro capite riscattati da Milano, ad esempio). “Questi risultati – spiega Costi – li abbiamo ottenuti investendo nella lotta alla frode fiscale professionalità e competenze, vagliando i documenti in nostro possesso e segnalando i casi sospetti. In questo modo abbiamo individuato anche evasori totali, il che ci ha permesso di recuperare la maggior parte di quell’importo, che poi abbiamo reinvestito per la collettività, come un fondo per le famiglie in difficoltà. Oggi però la legge che restituisce ai Comuni il denaro recuperato grazie alle loro segnalazioni è in scadenza, è va rinnovata: è giusto che quelle risorse vadano ai cittadini”.

Attualmente, infatti, la legge 248 del 2005, “Misure di contrasto all’evasione fiscale”, al fine di potenziare il contrasto alla frode tributaria coinvolgendo maggiormente gli enti locali, prevede l’attribuzione ai Comuni di una “quota di partecipazione all’accertamento fiscale” pari al 30% delle somme riscosse, che poi, tramite la legge 148 del 2011, è stata innalzata al 100% per il triennio 2012 – 2014. Un incentivo a vigilare per le singole amministrazioni, che in tempo di tagli e patto di stabilità hanno la possibilità di recuperare il denaro proveniente dalla lotta alla frode fiscale per reinvestirlo. Ma quella disposizione è in scadenza al 31 dicembre di quest’anno e del rinnovo, ad oggi, a Roma non si è ancora parlato.

“La legge costituisce uno strumento importante – spiega Costi – perché avvicina i Comuni, che conoscono il territorio, all’ente nazionale di controllo, cioè l’Agenzia delle Entrate, in un sistema virtuoso che vuole favorire la legalità, un valore per tutti”. Il che, precisa il sindaco, “non significa che noi amministratori siamo controllori, o che incoraggiamo un atteggiamento persecutorio: la normativa tende a favorire l’individuazione di gravi violazioni, o addirittura realtà economiche totalmente sconosciute al fisco”. In pratica funziona così: quando il Comune, dai documenti circostanziati in suo possesso, riscontra irregolarità, le segnala per via telematica all’Agenzia delle Entrate e alla Guardia di Finanza, che valutano caso per caso se approfondire con accertamenti o meno. “Quindi non parliamo di scontrini che mancano o d’indicazioni anonime – precisa Costi, che di ‘sindaco controllore’ non vuol sentir parlare – ma solo di fatti documentati puntualmente”. Le cosiddette segnalazioni qualificate, “intendendosi per tali – spiega l’Agenzia delle Entrate – le posizioni soggettive in relazione alle quali sono rilevati e segnalati atti, fatti e negozi che evidenziano, senza ulteriori elaborazioni logiche, comportamenti evasivi ed elusivi”.

Da qui anche la ragione per cui Formigine si è guadagnata il terzo posto nella classifica nazionale delle città che hanno recuperato più risorse dalla lotta all’evasione fiscale: “Abbiamo scoperto qualche caso di proprietari di beni di lusso che dichiaravano importi irrisori”, spiega il sindaco. “Io credo che sopra una certa percentuale le imposte diventino ingiuste nei confronti di chi lavora, e che, dal momento che siamo in Europa, occorra allinearsi agli standard internazionali in materia di tributi – continua Costi – ma quando un’azienda, per esempio, evade le tasse, concorre slealmente contro gli imprenditori onesti e questo non è giusto”.

I dati relativi agli importi effettivamente recuperati nel 2013 non sono ancora stati pubblicati dall’Agenzia delle Entrate, e tuttavia in base alle indagini della Guardia di Finanza l’evasione fiscale italiana dell’anno scorso ha sfiorato i 60 miliardi di euro. Per questo, prosegue Costi, “la legge 148 va rinnovata: spesso è anche nell’irregolarità fiscale che si annida l’illegalità più pericolosa per ogni territorio, cioè quella mafiosa”. Tuttavia, precisa il sindaco di Formigine, servirebbe qualche modifica: Ad esempio, regione per regione le singole Agenzie territoriali non sempre inseriscono tra i propri obiettivi quello di dare la precedenza alle segnalazioni che provengono dai Comuni, il che rallenta le indagini. “Poi l’Agenzia deve essere più partecipe nel monitoraggio del territorio, e legislazione fiscale è ancora troppo tortuosa, va aggiornata. Essere in Europa – conclude Costi – non significa solo condividere con altri paesi la moneta, ma anche le buone prassi”.

Modena, scuole d’infanzia cedute a una fondazione. Le maestre: “Salari tagliati”

“Pronti a manifestare in difesa della scuola pubblica”. Comincia con una dichiarazione di guerra dei sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil nei confronti del Comune di Modena, l’anno scolastico all’ombra della Ghirlandina. Casus belli, la Fondazione Cresci@amo, nata per volontà dell’ex giunta guidata dal sindaco Pd Giorgio Pighi, e portata avanti dall’attuale primo cittadino Gian Carlo Muzzarelli, democratico a sua volta, con lo scopo di inglobare, anno dopo anno, sempre più scuole dell’infanzia cittadine, prima gestite direttamente dall’amministrazione, e oggi nelle mani dell’ente, al 100% di proprietà del Comune di Modena. “In pratica – protesta Maurizio Guidotto, della Fc Cgil provinciale – stanno dismettendo la scuola dell’infanzia pubblica”. La vicenda, ricostruisce il sindacato, è iniziata due anni fa quando, in seguito al blocco delle assunzioni imposto da Roma alle singole amministrazioni, la precedente giunta decise di istituire una fondazione per gestire i servizi dell’infanzia, cioè il comparto formativo che riguarda i bambini da 0 a 6 anni. “A livello teorico – racconta Guidotto – il nuovo ente doveva consentire al Comune di stabilizzare gli insegnanti precari, che sarebbero stati assunti dalla Fondazione Cresci@mo. A livello pratico, alle maestre che finiscono nella nuova istituzione scolastica viene imposto un contratto che le costringe a lavorare due ore in più a settimana, a fronte di un taglio in busta paga pari a 4.000 euro l’anno”.

Le maestre assunte nella fondazione, spiegano infatti i sindacati, perdono il contratto enti locali, da dipendenti comunali, insomma, e con esso perdono anche una significativa fetta di stipendio. “Una maestra guadagna circa 1.300 euro al mese – fa i conti la Cgil – e con la nuova retribuzione si vedrebbe sottrarre dalla busta paga più di 300 euro al mese”. Ma non è solo per ottenere un adeguamento delle buste paga tra assunti dalla fondazione e dipendenti pubblici che i sindacati sono pronti a manifestare contro la giunta Muzzarelli. “A Bologna come a Modena le amministrazioni stanno cercando di cedere la gestione del comparto infanzia, un fiore all’occhiello della regione Emilia Romagna, a enti terzi – precisa Guidotto – che per ora sono di proprietà pubblica, ma che un domani potrebbero passare nelle mani dei privati. Ora, infatti, la fondazione Cresci@mo è del Comune, ma non si esclude la possibilità in futuro possano subentrare altri soggetti nella gestione del servizio, il che inevitabilmente cambierebbe la logica sulla quale si fonda l’offerta pedagogica. Di fatto, si stanno gettando le basi per esternalizzare. Oggi si punta all’accessibilità e alla qualità, ma se la scuola non fosse più pubblica che ne sarebbe della didattica?”.

Anche a Bologna, infatti, dal primo settembre è partita l’Istituzione Scuola, un organismo pubblico ma ad autonomia organizzativa, gestionale e di bilancio che sostituirà l’amministrazione al timone dei servizi educativi e della scuola dell’infanzia. E anche a Bologna l’opposizione delle dade e delle maestre, che con i bimbi di un’età compresa tra gli 0 e i 6 anni ci lavorano, è dovuta al timore che il progetto si possa rivelare un tentativo di privatizzare, “una svendita della scuola pubblica, fino ad oggi a gestione diretta del Comune”, spiega Alessandra Cenerini, presidente dell’Adi, l’Associazione docenti italiani. Nella Dotta, in realtà, Cgil, Cisl e Uil avevano accolto con tiepida soddisfazione le assunzioni promesse dalla giunta guidata dal sindaco Pd Virginio Merola come risposta al precariato, anche se oggi lamentano ritardi sulle nomine per le supplenze di educatori dei nidi e insegnanti alle materne, e pure nella consegna del materiale didattico, come pennarelli o giocattoli.

A Modena, invece, il “no” è sempre stato deciso: “In tre anni sono 7 su 22 le scuole dell’infanzia entrate nella fondazione, 4 nel 2012, 1 nel 2013 e 2 nel 2014, per un totale di 50 insegnanti su 400 – fa i conti Guidotto – Restano fuori i nidi, 19 in città, il cui futuro è ancora incerto. In pratica, anno dopo anno la scuola dell’infanzia pubblica di Modena sta morendo lentamente a causa delle scelte del Pd locale, e cioè della giunta Pighi, prima, e da quella di Muzzarelli, poi”. Un processo che però i sindacati non intendono guardare affacciati alla finestra. “Noi abbiamo cercato il dialogo con il Comune, e quando questo si è rivelato infruttuoso abbiamo dichiarato lo stato di agitazione. L’amministrazione sappia che siamo pronti a manifestare, e che ci opporremo con ogni mezzo alla dismissione dei servizi educativi comunali. La scuola deve rimanere pubblica”.