Ieri, a Otto e mezzo, Don Vittorio Zucconi ha detto ai fedeli che Di Maio si ispira a Berlinguer, Almirante e la Dc. Accidenti, ho pensato: Di Maio si è fumato il cervello. Solo un demente potrebbe dire una cosa così. Ho cercato in rete. Tutti confermavano quanto dispensato dal reverendo Zucconi. Repubblica arrivava a sintetizzare: “Noi gli eredi di Berlinguer, Almirante e i democristiani”. Altrove trovavo sintesi analoghe di quanto detto da Di Maio a Porta a porta (la puntata si registra sempre al pomeriggio): i 5 Stelle si “ispirano” a Berlinguer e Almirante, anzi sono i “portatori delle loro idee”, anzi ne sono persino gli “eredi”. Sticazzi.

In realtà, Di Maio non ha detto questo, ma una frase molto più banale e (purtroppo o per fortuna non so dirvi) inattaccabile: dentro il M5S c’è chi porta avanti i valori di Berlinguer, chi quelli di Almirante e chi quelli della Dc. Per carità: magari è persino peggio, messa così. Ma è quel che ha detto, giustamente incalzato da Bruno Vespa, che se volesse – ma vuole solo con alcuni – saprebbe fare benissimo le interviste. Mettere in bocca al politico sgradito quel che mai ha detto, per esporlo al pubblico ludibrio e magari far passare per contrasto Renzi come “unica soluzione”, è ormai un vezzo antico. In Italia funziona spesso così.

Resta, però, il tema di fondo: si può, nella stessa forza politica, portare avanti i valori di Berlinguer e di Almirante? Sarebbe come dire al cameriere: “Sono vegetariano, mi dia una bistecca, grazie”. Oppure essere musicisti e ispirarsi a Jimi Hendrix, Beethoven e Wilma Goich. Come minimo ti ricovererebbero alla neuro. Giustamente. I 5 Stelle, da sempre, cercano di pescare tanto di qua e di là. Ed è vero che raccolgono tanto gli ex comunisti quanto gli ex fascisti (molto meno gli ex democristiani). È legittimo voler essere trasversali e post-ideologici. Magari porta pure più voti, alla breve e media distanza.

Ci sono però tre rischi. Il primo è quello della coperta corta: ti copri da una parte, ma ti scopri dall’altra. Il secondo è quello di creare la labirintite negli elettori, smarriti tra i “sì” a testamento biologico e stepchild adoption e i “no” a Ius soli e Ius culturae. Il terzo è di fare la fine dell’asino di Buridano. Per chi non lo conosce: è il cosiddetto paradosso dell’asino, attribuito a Giovanni Buridano anche se con ogni probabilità non è suo. Funziona così: un asino affamato e assetato è accovacciato esattamente tra due mucchi di fieno e due secchi d’acqua, ma non c’è niente che lo determini ad andare da una parte piuttosto che dall’altra. Perciò, l’asino resta fermo. E muore.