Si fa presto a dire Watergate e impeachment, ma questa storia non è (ancora) quella del 1973 e l’impeachment è cosa lunga (e pure estremamente improbabile). A mettere in ricerca su Google ‘Trump’, le due parole saltano fuori subito, accanto al nome del 45° presidente degli Stati Uniti. Ma i paragoni con il Watergate sono approssimativi e la strada per l’impeachment non è tracciata.

E, del resto, nella storia americana, non è mai stata percorsa fino in fondo, per un presidente: nel 1868, ci andò a un passo, anzi a un voto, il repubblicano Andrew Johnson, che era il vice di Abramo Lincoln e che ne prese il posto nel 1865 dopo il suo assassinio; e nel 1999, ne fu assolto Bill Clinton. Johnson finì sotto processo per motivi politici: era in polemica con il Congresso sull’atteggiamento da adottare verso gli Stati del Sud, sconfitti nella Guerra Civile; Clinton per lo scandalo Lewinski: era stato reticente nel rivelare i rapporti avuti con una stagista della Casa Bianca.

Invece, Richard Nixon, il presidente del Watergate, non fu mai sottoposto alla procedura, perché si dimise nel 1974 prima che essa scattasse – esattamente come aveva fatto l’anno prima il suo vice Spiro Agnew. E, nel caso di Nixon, le dimissioni arrivarono a oltre due anni dall’episodio chiave, l’effrazione al Watergate, e dopo un anno e mezzo di campagna di stampa aggressiva e insistita.

Il caso Trump non è (ancora) il caso Nixon, pur se il capo d’accusa potrebbe essere lo stesso – ostruzione alla giustizia – e l’epilogo potrebbe essere analogo. Qui, c’è un presidente di cui, almeno a conoscenza dei media e, quindi, del pubblico, non è ancora provato che abbia commesso reati. Gli si contano a iosa gaffe, errori, contraddizioni, decisioni impulsive, atteggiamenti provocatori, ma non è questo il punto. Contro di lui, c’è una sorta di mozione di sfiducia preventiva della stampa, dell’intelligence e di parte della politica: lo si cerca di fermare prima che compia errori irreparabili, per la sicurezza dell’America e del Mondo – con l’attacco a sorpresa alla Siria, c’è già andato vicino.

Nel 1973, invece, W. Mark Felt, la gola profonda di Bob Woodward e Carl Bernstein, numero due dell’Fbi, agì magari anche per rancori personali, perché non era stato fatto direttore, ma si mosse quando Nixon e la sua gang avevano abbondantemente violato la legge e c’era il rischio che restassero impuniti. Felt conservò l’anonimato per oltre trent’anni: Woodward e Bernstein lo coprirono fin quando non venne volontariamente allo scoperto nel 2005, ormai vecchio e malato – morì nel 2008, dopo avere pubblicato un libro di memorie che gli rese più agiati gli ultimi anni.

La Casa Bianca ha ancora molte mosse a disposizione per stornare i sospetti, evitare le accuse, stemperare le polemiche (anche se Trump è più bravo ad attizzarle). Qui, le questioni cardine sono due: il Russiagate, cioè le presunte collusioni in campagna elettorale tra consiglieri di Trump ed emissari del Cremlino; e l’ostruzione alla giustizia, se sarà provato che il presidente cercò d’indurre il direttore dell’Fbi James Comey, poi licenziato, a insabbiare le indagini. Il resto non è magari fuffa, ma non c’entra.

A fronte dell’intreccio di inchieste, dei media, dell’intelligence, del Congresso, l’Amministrazione ha fatto, poche ore or sono, una mossa difensiva: ha nominato un commissario speciale, l’ex capo dell’Fbi Robert Mueller, un uomo di fiducia di George W. Bush, per sovrintendere alle indagini. Sarebbe stato il compito del segretario alla Giustizia, Jeff Sessions, che s’è però ricusato, essendo egli stesso sfiorato da sospetti e accuse.

Sulla via del ‘simil Watergate’ e dell’impeachment, il Congresso e la stampa hanno ora un ostacolo in più d’aggirare o da scavalcare o da rimuovere.