L’asfalto brucia sulle ginocchia dei bambini, il campetto da pallone con le porte senza reti, l’erba alta dentro cui nascondere l’immaginazione. La domenica un deserto, l’estate calda, i cui colori esplodono nella biancheria e nelle magliette appese ai palazzi. Grandi festoni di un compleanno mai festeggiato. L’idea del mare, dentro una conca di plastica verde. Alti muri, invalicabili, scale lunghe e articolate. Un gruppo di ragazzini gioca a picchiarsi.

Si picchiano per davvero, ma fanno finta di divertirsi. Ci si arrampica su un palo, una ringhiera per le capriole. E bar. Decine di bar e baretti, aggregazione a pagamento, noia e passatempo, le ore che scorrono senza un senso, cumuli di sigarette bruciate come metafora di ciò che sei. Slot machine, blister di psicofarmaci, buste di plastica, bottigliette; qualcuno all’angolo aspetta, piede e schiena al muro. Scuole sovraffollate, maestre in difficoltà, le mense e i suoi panini come soluzione all’inadeguatezza del sistema.

Diseguaglianze. Prepotenze. Porte chiuse dalla paura. Persiane rotte e porte buttate giù con un calcio, così come comanda l’istinto, perché una casa popolare del Comune non può essere lasciata lì a marcire. Porte sigillate con il cemento, nel degrado dell’abbandono. Spaccio. “Oggi il fumo non c’è, ma ho l’eroina”. Stagnola o siringa? La cocaina è venduta già pronta da basare, bottigliette di plastica con una cannuccia improvvisata, l’acqua a un terzo, e la stagnola bucherellata. Un foro dietro, per sfiatare, dello stesso diametro di una sigaretta dai mille usi insospettabili.

Brucia il tempo, bruciano le emozioni, la realtà si siede su un gradino e sembra di poterla schiacciare con qualche tiro. La testa rimbomba. Le orecchie fischiano, la musica non arriva mai fino a lì. Chiudi gli occhi. Il mondo è tuo e lo accartocci tra le dita. Un bel respiro. Tutto passa. Il risveglio che diventa inaccettabile. Il mercato due volte a settimana, pantofole di spugna, mestoli e scolapasta, plastica trasparente senza riflesso; cataste di maglie sgualcite, l’umido, il soppresso, mani che toccano e frugano, lanciano, contrattano. Non è ciò che voglio, ma è ciò che è alla mia portata. Non ho ambizioni, ma fantasie. Non ho bisogno di sognare, ma di soddisfare dei bisogni.

Un balcone al nono piano di un palazzone scrostato. C’è una bambina, guarda giù, la faccia piantata tra le sbarre della ringhiera verde. Gli occhi ci entrano entrambi. La bocca chiusa, tra le guance spinte di lato, sembra sorridere ma è solo un effetto, e pronuncia dentro di sé tutto ciò che ascolta e vede, senza elaborarlo mai. I soldi che mancano, i litigi incomprensibili degli adulti, la battuta sul suo sedere acerbo di qualche giorno prima, il suo seno che crescerà come quello di sua madre. “Presa!“, è solo un gioco, nascondino tra le macchine, il topo tira su la testa dal buco e si rintana. Presa. Le mani stringono il ferro freddo di quella ringhiera, sul viso i segni per non esser riuscita a infilare tutta la testa. Così, per guardare un po’ più in là, capire cosa c’è dietro, dentro, più avanti. Perché.

Le periferie. Queste entità astratte di cui tutti parlano riempiendosi la bocca e l’ego, fulcro fittizio e strumentale di campagne elettorali. Ora, chiunque riesca a restituire un motivo a quella bambina, per fare tutto ciò che si deve, per fare tutto ciò che è giusto, per fare tutto ciò che è bene, e normale. Chiunque abbia il coraggio di parlarci, e chiederle cosa le manca davvero, allora sarà credibile.

“Tutto il resto è noia”, come cantava Franco Califano. È l’inutilità della parola contro la potenza del contatto, dell’esserci, del vivere l’inadeguatezza e il silenzio sulla propria pelle. Il tempo infinito che non sa rivelare lo scorcio del cambiamento. “Produci, consuma, crepa. Sbattiti, fatti, crepa”. Chiunque abbia la capacità di ribaltare questo concetto nella testa di quella bambina, dandole input, strumenti di riscatto, e segnali concreti di speranza, non dovrà fare nient’altro. Ci penserà lei, e questo è ciò che sarebbe davvero necessario.