Virgilio non è solo l’autore del principale poema epico in lingua latina giuntoci dall’età classica attraverso le intemperie dei secoli. La sua figura, nel Medioevo come nel Rinascimento, ha ispirato grandissimi autori (oltre, ovviamente, a Dante, anche Petrarca, Ariosto e Tasso) come modello letterario, ma più profondamente è stata il riferimento di una lunga tradizione di ricerca sapienziale: nelle sue opere, infatti, sono celati gli alti ideali della visione neopitagorica, intessuti di antiche rivelazioni.

A Virgilio sono legate numerose leggende esoteriche, come quella di Castel dell’Ovo a Napoli, secondo la quale il poeta “mago” avrebbe nascosto un uovo (metafora dell’alchemico athanator) tra le fondamenta del castello a protezione della città.

Non è certo peregrina la scelta di Dante, il poeta iniziato per antonomasia, di sceglierlo come proprio “magister” e “auctor” (da “augeo”, colui che aumenta la consapevolezza di chi lo legge), guida sicura del viaggio nell’aldilà. Un poeta sapiente, illuminato, dunque, le cui opere sono portali di rivelazione.

Nulla di questo troverete nello spettacolo Il Viaggio di Enea, in scena al Teatro Argentina di Roma fino al 7 maggio, per la regia di Emanuela Giordano. Spettacolo nato da uno spunto dolente quanto potenzialmente illuminante: l’autore Olivier Kemeid ha riconosciuto nel racconto virgiliano esattamente la straziante vicenda umana del padre, migrante in fuga dalla guerra attraverso innumerevoli peripezie e umiliazioni, dall’Egitto al Canada.

Da qui l’intuizione drammaturgica: sovrapporre ed intrecciare al racconto autobiografico il racconto epico dell’Eneide, dacché, come recita il testo introduttivo, “non analizzare la ‘correlazione oggettiva’ con il presente, non approfondirla, sarebbe un’omissione. Il confronto con il mito diventa così anche strumento per cogliere temi essenziali del vivere contemporaneo”.

Diciamolo subito: lo spettacolo affronta un tema delicato con nobili intenti, una regia scarna ma non povera, una recitazione a tratti convincente nonostante a volte sia troppo “urlata”; non facile, del resto, gestire la tensione in una messa in scena fondata sul trauma della violenza, gli orrori della guerra, il disperante sradicamento dell’esilio forzato, l’umiliazione reiterata fino a divenire condizione esistenziale di persone senza patria, né passato.

In alcuni momenti, la vicenda, tragicamente reale, scuote, emoziona, colpisce.

Fatalmente, però, lo slancio alto della rappresentazione s’infrange sugli ostacoli connaturati al teatro ideologico: un eccesso di ansia didascalica (il rovesciamento tra attori di colore che interpretano gli occidentali razzisti nei confronti dei migranti interpretati da bianchi), un ricorso troppo evidente allo straniamento brechtiano, con accorgimenti resi di pubblico dominio da Pirandello nel 1921 (il momento in cui gli attori interrompono una scena per discuterne l’efficacia), una retorica “progressista” che inesorabilmente appesantisce la rappresentazione (le continue domande rivolte dagli attori al pubblico: “E se fosse capitato a te?”, “E tu cos’avresti fatto?”).

Qual è il grande limite dello spettacolo? Ridurre lo spessore archetipico del mito alla tragica coincidenza esistenziale. Dunque, rimane solo l’orrore degli eventi, si smarrisce il potere profondo della luce simbolica. Pasolini, uno dei pensatori ed artisti più sensibili ai temi autenticamente “di sinistra” (tra cui proprio le tragiche migrazioni dal cosiddetto Terzo Mondo, da lui, come molti aspetti della contemporaneità, infallibilmente previste), sancì memorabilmente: “Io sono sempre più scandalizzato dalla mancanza di senso del sacro nei miei contemporanei”.

Affrontare l’attualità dell’Eneide ignorando il valore universalmente sacro del racconto epico equivale ad evocare La Divina Commedia per raccontare la storia di un uomo che si perde in un bosco e viene assalito da tre animali selvaggi.

D’altro canto, in un mondo in cui Trump è l’uomo più potente del mondo, Marine Le Pen è al ballottaggio per governare la Francia e da noi la principale forza d’opposizione se la prende con le ong cavalcando gli aspetti più deleteri del populismo salviniano, non ce la sentiamo di condannare integralmente un tentativo del genere. Per cui, portate i ragazzi a vedere lo spettacolo per comprendere alcuni aspetti cruciali della società in cui vivono. Dopo, però, fategli vedere Carmelo Bene ed Eduardo per mostrargli cos’è il teatro.