Stamane sul giornale racconto la storia di Gagliano Aterno, il paese dei balocchi. E’ una storia triste e paradossale, di come si può morire sotterrati dal danaro. Di come i soldi, se buttati alla rinfusa nel falò dell’emergenza, rischiano di far morire invece che vivere.

Il paese dei balocchi, ferito dal terremoto del 2009 che distrusse L’Aquila, ha presentato un piano di ricostruzione, vidimato dagli uffici competenti, secondo il quale ci sarà bisogno di 52 milioni di euro per restituire quello che si è perso. Nel paese dei balocchi ci vivono 254 persone, molte delle quali anziane. I soldi, questi benedetti 52 milioni di euro, serviranno a ricostruire case che rimarranno disabitate, a erigere muri al vuoto, tetti che coprono solo ricordi. Quando la ricostruzione terminerà, tra molti e molti anni, il paese sarà scomparso.

E’ questo il paradosso di una legislazione che ottusamente ricopre d’oro proprietà figurative e nulla, proprio nulla, se non un misero quattro 4% per cento dei fondi, per sostenere lo sviluppo, rimettere il grano nei campi, le mucche al pascolo, ridare fiducia e speranza ai giovani, finanziare le start up, l’innovazione, i talenti.

La ricostruzione dell’Aquila, 6 miliardi di euro (conto parziale) ci dice che senza idee i soldi non servono a niente, senza progetti i soldi sono buoni solo a essere bruciati in un falò, a entrare nelle tasche dei veri brokers della ricostruzione: i tecnici, soprattutto locali, e le imprese che inietteranno cemento a un territorio che ha bisogno di creatività e competenze.

La storia del paese dei balocchi è un monito a chi pensa che i soldi possano far sopravvivere. Invece fanno morire.

Nell’Italia degli affamati, dei cinque milioni di poveri che restano sempre più indietro, dei giovani, sono ormai milioni, che sono chiamati al lavoro – quando va bene – per qualche spicciolo, sotterriamo sotto un flusso di danaro vallate meravigliose, paesi incantevoli che non hanno corpi a cui dare speranza ma solo loculi a cui dare inquilini.

Amatrice e gli altri paesi colpiti dall’ultima ondata sismica prendano nota e cambino subito i criteri di finanziamento. Si deve dare una casa a chi la abitava, il cento per cento del costo, agli effettivi residenti. Ma le seconde, le terze case devono godere di un contributo inferiore. Il 70 per cento del valore della ricostruzione è un aiuto pubblico degno e consistente. Il restante 30 per cento dovrà essere destinato a progetti di sviluppo, a dare un futuro a chi in quelle case dovrà pur viverci e potrà farlo solo se avrà un’occupazione a cui badare. Senza lavoro non c’è un futuro possibile. Le case ricostruite ma vuote saranno tra un decennio già cadenti. E l’Italia avrà perso di nuovo l’occasione di rispondere a una tragedia con il coraggio di una scelta che premia chi ha la vita davanti.