Si sa che la cruda quotidianità rappresenta sempre il più severo banco di prova delle passioni vere e la cronaca dei nostri giorni sembra tutt’altro che ospitale per i cultori di quella sorta di sport estremo in cui sembra essersi ormai trasformata la frequentazione dei libri. Leggi, compulsi, ricerchi, sottolinei, glossi, assapori volumi diversi (cartacei o elettronici) in base a una consolidata e gustosa pratica che non avvertiresti alcun bisogno di giustificare, se non fosse che coi tempi che corrono potresti perfino rischiare di sentirti una bestia rara.

Apologeti dell’università in “formato Ikea” (per carità, si studi solo ciò che “serve”), librerie storiche e teatri prestigiosi che chiudono, un pubblico di lettori ridotto a percentuali nazionali in caduta libera, titoli e competenze da curriculum clamorosamente sminuiti da un inqualificabile ministro del Lavoro in favore del solito e stantio “pappa e ciccia” da calcetto, esempi di (cosiddetto) intrattenimento televisivo da regressione neanderthaliana: tutto congiura per far apparire quanto mai negletto e squalificato il ruolo dei libri o di quella “cultura” che da sempre essi veicolano.

In un simile contesto, alcuni interrogativi solo apparentemente ingenui circa il valore della lettura o delle biblioteche, la loro specifica utilità o le funzioni alle quali esse assolvono riacquistano tutta la loro poderosa densità rivoluzionaria, soprattutto se a porre la questione è uno degli autori più trascinanti e irresistibili della storia della letteratura, come Federico Garcia Lorca, gigante della poesia e del teatro europeo, fucilato a soli 38 anni dai sicari franchisti.

Nel recentissimo saggio intitolato E poi libri, e ancora libri (Lindau, Torino 2017), Lucilio Santoni traduce il discorso inedito pronunciato dal poeta spagnolo per l’inaugurazione della biblioteca del villaggio natale di Fuente Vaqueros, affiancando ad esso una propria stimolante riflessione circa i risvolti sociali, esistenziali ed emotivi del nostro rapporto con i libri. Più esattamente, Santoni delinea, attraverso un gioco di fluide associazioni e rapsodici rimandi, una sorta di galleria di presenze letterarie che costituiscono la sua personale biblioteca d’elezione, popolata di tutti quegli autori con cui ciascun lettore, sulla base delle sue preferenze ed assonanze individuali, intrattiene silenziosi dialoghi che talvolta durano una vita.

Il discorso pronunciato in occasione di una cerimonia pubblica in un paesino andaluso avrebbe potuto limitarsi a uno di quei tanti retorici discorsetti di prammatica che anche oggi può capitarci di ascoltare ad un qualsiasi taglio di nastro. Invece, la voce palpitante di Lorca riesce, da par suo, a solleticare le papille dell’immaginazione, a levarsi aerea oltre ogni plumbea pretesa di ammaestramento e a tratteggiare con pochi sapienti tocchi tutto l’incanto delle pagine scritte, fatte di folgorazioni, scoperte, novità, provocazioni, dove l’oggetto-libro è descritto come un vero e proprio genere di prima necessità, nonché come una “pietra lanciata in uno stagno immobile”.

Il libro appare insomma come un moltiplicatore portatile della fantasia, uno strumento che ci trasmette informazioni – spesso anche sconvenienti o poco note– sul mondo esterno, ma al tempo stesso ci consente di forgiare o ipotizzare universi alternativi, realtà futuribili che mettano in discussione il presente. Altrimenti perché mai così puntualmente attraverso i secoli, il potere costituito, sia politico che religioso, si sarebbe dato così tanta pena di proibire o bruciare cumuli enormi di “pericolosi” volumi? E poi penso alla sintesi folgorante di Auden: “A real book is not one that we read, but one that reads us”, poiché un libro è innanzitutto ed essenzialmente un antico ma efficacissimo dispositivo che agevola la conoscenza di sé e l’elaborazione delle proprie emozioni (meglio ancora se torbide, inconfessate o disturbanti: Nabokov docet).

E mentre leggo Lorca, colui che riuscì a dotare di vesti immaginifiche perfino la dittatura, personificandola nella figura femminile arcigna e spietata di Bernarda Alba (strepitosa pièce teatrale rappresentata anche lo scorso anno a Parigi in un interessante allestimento della comédie française per la regia di Lilo Baur), mi ritrovo a sorprendermi di come attraverso la sua scrittura anche la storia trita e ritrita dei libri e delle biblioteche, dalle tavole ai papiri, fino ai caratteri mobili di Gutenberg, riesca quasi a trasudare brividi di feticistica sensualità, a restituire il senso di un gusto autentico, viscerale, del pensare ed immaginare liberamente attraverso la carta.

E allora non posso fare a meno di ricordare con empatia, tutti quei diciottenni allergici alla lettura che recentemente si sono rivenduti via internet il bonus governativo erogato per l’acquisto dei libri, e mi chiedo come le cosiddette istituzioni potessero illudersi di “turlupinarli” con un’ipocrisia simile, quando è ormai noto anche al meno sveglio degli adolescenti che il livello di istruzione richiesto per la più anonima e mal pagata delle posizioni impiegatizie è, con la sua trafila di lauree, master e lingue straniere, sproporzionatamente superiore a quello di una classe politica nazionale il cui standard medio di competenza e cursus accademico appare (tra ministri non laureati, senatori parodiati per manifesto analfabetismo e così via) uno dei più scadenti d’Europa.

Chiunque abbia la fortuna di interagire con bimbi o ragazzi di giovane età sa bene che obblighi o discorsetti edificanti esercitano una persuasione mille volte inferiore a quella degli esempi concreti, della condivisione emotiva o della diretta visione della realtà. La molla più potente e infallibile per motivare gli esseri viventi ad un determinato comportamento è di solito quella di cui l’evoluzione stessa ci ha dotati, ovvero il piacere, la gioia o la gratificazione: mi chiedo allora se, forse, una breve esposizione intensiva a quelle pagine di Lorca possa magari arrivare a smuovere qualcosa in qualcuno dei diciottenni di cui sopra.

E magari potremmo provare a guardare affettuosamente negli occhi uno di loro e a domandargli: con quale consapevolezza di te stesso arderai di amore o ti consumerai di passione se non ti sei mai confrontato con Shakespeare, Catullo, Baudelaire e simili? Come cercherai di orientarti tra le movenze viscide e subdole dei tanti poteri che ti sovrastano senza aver mai letto Nietzsche, Marx, Foucault, Freud, Beaumarchais, Machiavelli e infiniti altri?

Forse irrobustendo la qualità dei tuoi pensieri, il pungolo delle tue curiosità, l’ampiezza del tuo sguardo sul mondo, non sarai più disposto ad accontentarti di una scadentissima pseudoretorica politica a base di penose metafore calcistiche e giubbotti (veri o virtuali) di Fonzie. E non temere che i libri possano estraniarti dalla vita reale, perché al contrario potrà spesso accaderti che attraverso quelle pagine tu intraveda in anticipo vicende e sentimenti che soltanto dopo ti capiterà di sperimentare in prima persona: “la vie m’a éclairci les livres” (la vita mi ha chiarito i libri), ha scritto Marguerite Yourcenar. E, credimi, aveva dannatamente ragione.