Corsi di formazione specifici sul rispetto dei diritti umani per gli appartenenti alle forze dell’ordine. È uno degli impegni che il governo italiano ha sottoscritto per raggiungere un accordo amichevole con sei delle 65 persone che si sono rivolte alla Corte di Strasburgo per vedere riconosciuta la violazione dei loro diritti per quanto subirono nella caserma di Bolzaneto il 21 e 22 luglio 2001, durante il G8 di Genova. Lì dove, come scrivono i giudici della Cassazione, “fu accantonato lo stato di diritto” furono rinchiuse oltre 200 persone in tre giorni. Molte delle quali subirono violenze e abusi fisici e psicologici. L’Italia verserà a sei di loro 45mila euro ciascuno per danni morali e materiali e pagherà le spese processuali.

L’avvocato: “Tutti gli altri aspettano una pronuncia vera”
L’accordo, firmato il 14 marzo, è diventato pubblico solo oggi con una nota della Corte europea che “prende atto della risoluzione amichevole tra le parti” e stabilisce di chiudere questi casi. “Un accordo amichevole, una transazione civilista. Non è un patteggiamento che prevederebbe una ammissione di colpa – spiega al Fattoquotidiano.it l’avvocato Laura Tartarini, difensore di alcune delle vittime -. Persone che in almeno due casi hanno accettato per necessità e comunque con questo accordo non potranno più chiedere il risarcimento a un giudice civile in Italia. Tutti gli altri aspettano una pronuncia vera, una sentenza. Ricordiamo che lo Stato italiano non ha ancora introdotto il reato di tortura. Sulla questione dei corsi siamo tutti felici, ma sappiamo che gli uomini di Canterini (Reparto Mobile) avevano fatto dei corsi per prepararsi al G8″.

A Bolzaneto: “Accantonato lo stato di diritto”
A Bolzaneto furono poliziotti e guardie penitenziarie ad accanirsi sui prigionieri inermi in un delirio di terrore che ha poi condotto molti degli aguzzini di fronte alle corti di giustizia. La prima sentenza era stata emessa il 14 luglio 2008: 15 dei 54 imputati erano stati condannati a pene dai 5 mesi ai 4 anni. I giudici avevano fissato dei risarcimenti, provvisionali immediatamente esecutive. Il processo di appello, il 5 marzo 2010, aveva cancellato sette delle condanne emesse in primo grado per intervenuta prescrizione, ma anche condannato 44 appartenenti alle forze dell’ordine e medici, ai quali potranno essere chiesti ulteriori risarcimenti danni in sede civile. Il 14 giugno 2013 la Cassazione aveva sostanzialmente confermato la sentenza di appello, salvo che per quattro imputati assolti nel merito. I giudici della Suprema corte avevano confermato le provvisionali a carico dei tre ministeri (Interni, Giustizia e Difesa). Nelle motivazioni i giudici scrissero che lì “era stato accantonato lo stato di diritto”.  Un anno dopo quel verdetto l’Italia non aveva ancora risarcito chi aveva diritto. La Corte Europea dei diritti dell’Uomo (sollecitata dagli avvocati di parte civile con un ricorso che riguardava anche l’assenza del reato di tortura nel codice penale italiano) aveva chiesto spiegazioni all’Italia in ordine al reato di tortura, ai provvedimenti disciplinari adottati nei confronti del personale di polizia condannato penalmente e, appunto, ai risarcimenti dovuti alle vittime.

Il governo italiano, che a gennaio aveva proposto l’accordo, il 14 marzo ha quindi raggiunto una “risoluzione amichevole” con solo alcuni di coloro che hanno presentato i ricorsi. Ricorsi in cui si sostiene che lo Stato italiano ha violato il loro diritto a non essere sottoposti a maltrattamenti e tortura e si denuncia l’inefficacia dell’inchiesta penale sui fatti di Bolzaneto. I sei ricorrenti che hanno accettato l’accordo sono Mauro Alfarano, Alessandra Battista, Marco Bistacchia, Anna De Florio, Gabriella Cinzia Grippaudo e Manuela Tangari.

L’Italia ha riconosciuto l’assenza di leggi adeguate
Con l’accordo il governo afferma di aver “riconosciuto i casi di maltrattamenti simili a quelli subiti dagli interessati a Bolzaneto come anche l‘assenza di leggi adeguate. E si impegna a adottare tutte le misure necessarie a garantire in futuro il rispetto di quanto stabilito dalla Convenzione europea dei diritti umani, compreso l’obbligo di condurre un’indagine efficace e l’esistenza di sanzioni penali per punire i maltrattamenti e gli atti di tortura”. Inoltre, nell’accordo il governo si impegna anche “a predisporre corsi di formazione specifici sul rispetto dei diritti umani per gli appartenenti alle forze dell’ordine”. In cambio i ricorrenti che hanno accettato “rinunciano a ogni altra rivendicazione nei confronti dell’Italia per i fatti all’origine del loro ricorso”.

Il pm Vittorio Ranieri: “Lavorare per legge su tortura”
“Non possiamo che essere soddisfatti per quanto deciso dalla Corte Europea dei diritti umani, ma adesso bisognerebbe lavorare per fare una legge sul reato di tortura – commenta il procuratore aggiunto Vittorio Ranieri Miniati che condusse l’inchiesta sulle violenze alla caserma di Bolzaneto, con la collega Patrizia Petruzziello – Manca però una legge sul reato di tortura e quello è sicuramente un motivo di disappunto. Nel nostro ordinamento non c’è un reato che abbracci tutti insieme i singoli comportamenti qualificabili come tortura. Oggi il pm può solo contestare singole condotte, deve parcellizzare i reati che però non danno l’idea di cosa sia la tortura”. Duro il commento di Enrico Zucca, l’ex pm di Genova, che coordinò le indagini sui pestaggi alla scuola Diaz a Genova e a Bolzaneto intervistato da Radio 24. “Se questo patteggiamento significa che il Parlamento cambia la rotta, oggi è un giorno positivo. Se invece sentiremo parlare dell’approvazione della legge allora mi permetto di dire, con le parole della Corte, che questa è una provocazione e nella sostanza una menzogna”. Se “bisogna giudicare da quello che hanno fatto i vari Governi italiani, lo Stato italiano sembra andare nella direzione contraria da quella indicata dalla Corte”, ha detto Zucca secondo cui i “disegni di legge in discussione si discostano dalla nozione di tortura accettata dalle convenzioni. Anche se approvati oggi, i testi non rispettano le indicazioni della corte europea”.

Antigone: “A Bolzaneto fu tortura”
“È sicuramente importante, anche se dopo 16 anni dai fatti, che l’Italia abbia riconosciuto che a Bolzaneto si è trattato di tortura” dichiara Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone che si batte per i diritti nelle carceri. “Di fronte alla Corte europea dei diritti umani il nostro Paese – aggiunge – ha anche ammesso che riguardo a questo tipo di reati l’Italia è carente e al momento non ha rimedi. Ciò significa – sostiene Gonnella – che non sono assicurati i diritti e le adeguate garanzie, previsti dalla Convenzione europea dei diritti umani, alle vittime di tortura”. “Più volte gli organismi internazionali hanno sollecitato il nostro paese a dotarsi di una legge che punisse questo crimine contro l’umanità, per ultimo il Comitato Diritti Umani delle Nazioni Unite riunitosi a Ginevra lo scorso mese di marzo. Ora, a 30 anni dalla convenzione Onu dei diritti dell’uomo che lo impone, il governo si è impegnato ad introdurre il reato di tortura: si rispetti questo impegno e si approvi subito la legge“.

La mamma di Carlo Giuliani: “Giustizia quando Italia riconoscerà violenze”
“Il giorno in cui l’Italia arriverà a riconoscere che, oltre alla Diaz e a Bolzaneto, ha compiuto violenze contro liberi cittadini sia italiani che stranieri anche nelle strade e nelle piazze, sarà finalmente un vero atto di giustizia. Se poi riuscisse persino a concedere un processo per Carlo Giuliani, che non lo ha mai avuto per l’archiviazione decisa da un giudice, allora sarebbe davvero una rivoluzione per la giustizia – dice all’AdnKronos Haidi Giuliani, la madre di Carlo Giuliani morto in piazza Alimonda a Genova -. Mio figlio era giunto in via Tolemaide dopo aver assistito a precedenti violenze di piazza contro cittadini inermi, per lo più giovani e assolutamente pacifici. Ma tutto questo non fece scalpore, come al contrario quanto accadde alla Diaz e a Bolzaneto grazie alla stampa, alla tv e al cinema. Ma è triste dover dipendere da un reportage giornalistico o da un film-inchiesta per ottenere giustizia. Se poi fossimo un Paese civile – conclude la madre di Carlo Giuliani – avremmo già una legge sulla tortura”.