Il nuovo memorandum sui migranti firmato a febbraio tra il governo Gentiloni e l’esecutivo di riconciliazione nazionale della Libia guidato da Fayez Mustafa Serraj? Per il ricercatore Antonio Maria Morone, docente di Storia dell’Africa a Pavia, non è molto diverso dall’accordo che fu stipulato tra Berlusconi e Gheddafi, quando i rifugiati finivano poi per essere torturati nelle carceri di Ganfusa. “L’Italia non ha interesse nel tutelare i diritti dei migranti, ma solo a contenerli e, di fatto, deportarli in altri Paesi, come quelli d’origine. Un giorno saremo chiamati a renderne conto”, ha replicato ai microfoni de ilfattoquotidiano.it il professore, ospite della rassegna “Mediterraneo al Cinema” organizzata dall’Unimed (leggi il programma), in collaborazione con la libreria Fahrenheit 451, la casa editrice Castelvecchi e il Fatto Quotidiano in qualità di media partner. Morone ha poi rivendicato come debbano essere escluse ipotesi militari in Libia: “Già la missione cosiddetta”umanitaria” , la presenza di militari italiani e l’ospedale da campo sono stati percepiti da molti libici come una nuova occupazione da parte del nostro Paese, un ritorno al passato. Quindi, serve attenzione, bisogna fare i conti con la storia”