Un famoso aforisma hegeliano recita: “Tutto ciò che è razionale è reale; e ciò che è reale è razionale“. Sembra però che negli ultimi giorni l’ex segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi, si sia intensamente impegnato per affossare una volta e per tutte le basi della dialettica del filosofo di Stoccarda. Almeno due eventi di questa settimana politica faranno discutere a lungo, ed entrambi riguardano la bizzarra condotta di Renzi, tutto teso a scindere il campo del reale dal razionale e viceversa.

Il primo episodio viene dal mondo reale: da Genova, per la precisione. Lo scorso martedì alle primarie del Pd per scegliere il candidato sindaco della città ligure, aveva vinto una candidata anti-establishment ed espressione della base, con 362 voti contro i 338 presi dal candidato sostenuto da Renzi. L’ex capo del PD, tuttavia – con un atto unilaterale – ha accusato la vincitrice di essere una democratica “poco ortodossa”, vicina a quei consiglieri regionali della minoranza interna e ha annullato il libero voto, facendolo ripetere, ma stavolta con un solo candidato: il proprio. Ha pure aperto il nuovo voto agli iscritti al partito su base nazionale, e non soltanto agli iscritti della federazione di Genova. L’uomo di Renzi, stavolta, ha vinto agevolmente: i vantaggi del correre da solo. “Questa decisione è irrevocabile. Se qualcuno non capirà questa scelta, vi chiedo di fidarvi di me“, ha intimato Matteo Renzi sul suo blog, dopo aver comunicato “Siamo chiamati a una scelta. Stare con chi crede fermamente nel PD o con chi fino a qualche giorno fa faceva comunella con i voltagabbana che hanno usato il movimento per avere visibilità e creare altre liste”.

Sul web si sono scatenati gli oppositori contro la deriva autoritaria di Matteo Renzi, al grido di “è questa la democrazia diretta?”, ma moltissimi sono i seguaci di Renzi che invece hanno difeso la scelta del capo; un certo Francesco, per esempio, ha commentato su diversi siti di giornali “rassegnatevi: Renzi ci sta bene anche così. Ma davvero pensate di screditarlo perché ha tolto il simbolo alla candidata di Genova?”, a riprova che l’atteggiamento fideistico nei confronti del leader democratico ha ormai raggiunto livelli di guardia, in stile culto della personalità. Ormai Renzi può fare e dire di tutto, anche che la Terra è piatta: c’è comunque una parte non piccola degli italiani super-gonzi che è pronto a sostenerlo a prescindere dalla gravità delle sue azioni.

Il secondo episodio viene invece dal mondo virtuale: dalla blogosfera. Lo scorso 15 marzo gli avvocati di Renzi, nel tentativo di evitare di perdere una pesante causa per diffamazione a mezzo stampa intentatagli dal tesoriere del MoVimento Cinque Stelle, hanno scelto una linea di difesa che appare incredibile: “Matteo Renzi – hanno vergato i suoi legali – non è responsabile, né gestore, né moderatore, né direttore, né provider, né titolare del dominio, del blog, né degli account Twitter, né dei Tweet e non ha alcun potere di direzione né di controllo sul blog, né sugli account Twitter, né sui tweet e tanto meno su ciò che ivi viene postato”.

E ancora: “Non gestisce, non dirige, non controlla né filtra gli scritti o messaggi che vengono pubblicati nel Blog o negli account twitter né i tweet” e infine che “gli account Twitter e i tweet non sono attribuibili a Renzi Matteo”. Come ha giustamente commentato il collega Luciano Capone su Il Foglio “in pratica più che una memoria difensiva si tratta di una denuncia di furto d’identità, visto che il blog è intestato a lui e gli account Facebook e Twitter a suo nome hanno la spunta blu, sono cioè ‘verificati'”.

Matteo Renzi ha così commentato la vicenda: “Il blog.matteorenzi.it è una comunità online di lettori, scrittori e attivisti a cui io ho dato vita e che ospita sia i miei interventi sia quelli di altre persone che gratuitamente offrono contributi per il Blog. Il pezzo oggetto della querela del M5S era un post non firmato, perciò non direttamente riconducibile al sottoscritto. I post di cui io sono direttamente responsabile sono quelli, come questo, che riportano la mia firma in calce” [sic, dal momento che la firma in questione appare in cima, e non in calce al post, nda].

Insomma, come si vede la dialettica hegeliana non può nulla contro questi ragionamenti, che sono sì reali, ma di razionale non hanno nemmeno la punta dei capelli.

(AVVISO AI LETTORI: per un’epidemia da verme disicio di benniana memoria, in questo post il nome di “Matteo Renzi” è stato usato al posto di “Beppe Grillo” sin dal titolo, e lo stesso è accaduto per il nome “PD” al posto di “M5S”. Mi scuso dell’errore con gli interessati e con i miei venticinque lettori, sono sicuro che il grado di indignazione che state provando non sarà comunque cambiato di un nanogrammo).