Nel lontano 1986, l’allora vignettista principe Giorgio Forattini schizzò su La Repubblica il presidente Usa Ronald Reagan, in vena di gag muscolari, come un incartapecorito reduce dalla guerriglia vietnamita alla Sylvester Stallone, intitolando la vignetta “Rimba”.

Trent’anni dopo sono gli avvocati difensori del Padre fondatore dei Cinquestelle, nel processo per diffamazione intentatogli dalle “vergini dai candidi manti del Pd”, a gratificarlo indirettamente dell’identico epiteto, dichiarando nella memoria difensiva che «Beppe Grillo non è responsabile, quindi non è autore, né gestore, né moderatore, né direttore, né provider, né titolare del dominio, del blog né degli account Twitter e Facebook, non ha alcun potere di direzione né di controllo su tutto ciò che viene postato». Insomma, qualcosa tra l’ologramma ululante e lo speaker inconsapevole; un po’ come lo era il caro Ronnie, fungendo da megafono delle argomentazioni e delle battute predispostegli dai think tanks della Destra oltranzista NeoCon/NeoLib.

Una considerazione che giro a tutti i “tagliatori di teste” grillini (i cosiddetti “thugs”, di salgariana memoria) che da tempo mi bersagliano di insulti quando esercito attitudini critiche nei confronti della cabina di comando pentastellare; il sancta santorum laddove si determina inflessibilmente il pensiero pensabile del Movimento; l’ortodossia che diventa verità indiscutibile per fedeli fortemente esposti al rischio incombente del settarismo.

Forse qualcuno (se in buonafede) dovrebbe scusarsi della sua aggressiva dabbenaggine, tradotta in insulto da stadio nei confronti dell’osservatore distaccato. Ossia chi analizza le sorti del soggetto politico che intercetta in Italia l’area dell’indignazione; considerandolo – al tempo stesso – l’unica speranza di alternativa alla collusione mucillaginosa dell’attuale corporazione di partito.

Dunque, Grillo è certificato dai suoi stessi legali come una maschera vuota. Rivelazione che non sorprende chi conosce per contiguità territoriale questo invecchiato giovanotto; che di suo non è mai riuscito a concepire un pensiero che non gli fosse suggerito dal ghost writer di turno.

Un ragazzo di periferia che – come ha raccontato nel suo ultimo one-man-show – aveva già allora nei confronti dell’informazione un singolare rapporto: arrampicarsi sugli alberi ad alto fusto della genovese piazza Martinez e da lì provare a centrare la “X” nella testata del quotidiano Il Secolo XIX steso sul selciato, defecando dai rami. Del resto, in quanto a qualità dell’analisi politica, da allora non sembra avere fatto molta strada. Sempre dipendendo dall’autore di turno dello script. Per cui è passato dalla distruzione in scena dei computer al fondamentalismo internet inoculatogli da Casaleggio sr. Dunque un guinzaglio strettissimo, ora nelle mani di Casaleggio jr., che presidia in penombra le sorti aziendali; in una logica business oriented ai cui i giovani colonnelli romani si sono immediatamente allineati. Con risultati piuttosto infelici: subendo lo stallo romano (con la Virginia Raggi che lucra della rendita posizionale per restare abbarbicata alla poltrona di sindaco), inducendo secessioni, come a Parma e Liguria.

Tutto questo a scapito di un potenziale di rinnovamento politico reso sostanzialmente inerte in quanto impigliato nelle teatralizzazioni. Che si traduce in episodi – non si sa ancora quanto destinati a riprodursi – come nelle prossime amministrative genovesi. Dove emergono atteggiamenti più critici nei riguardi del vertice. Qui lo staff della Casaleggio & Associati non ha supportato la candidatura ortodossa di Luca Pirondini, sponsorizzata da Alice Salvatore. Come stavolta non si segnalano manine informatiche all’opera per aggiustare la consultazione interna a danno della candidatura di Marika Cassimatis. A differenza di episodi anche del recente passato.