(foto © Leonello Bertolucci)

Un bel giorno alla grana visibile della pellicola fotografica si è sostituito il rumore: rumore digitale, quella “grana elettronica” particolarmente evidente usando alte sensibilità. E da subito le case costruttrici di fotocamere hanno ingaggiato una lotta al rumore – questo rumore – per cercare di ridurlo quanto più possibile.

Quasi un contrappasso: con amara ironia partiamo da qui per dire quanto oggi il braccio di ferro tra silenzio e rumore è un tema centrale in fotografia, ma non parliamo ovviamente di rumore elettronico bensì del chiasso che si fa attorno e sulla fotografia.
Sia chiaro: io stesso, non essendo parte della soluzione, sono parte del problema. Ma quantomeno mi faccio qualche domanda, con grande gioia dei miei sensi di colpa.
Sarà banale, scontato, contestabile e opinabile, ma io continuo a pensare che la fotografia – per sua natura – si nutra di silenzio e silenzio chieda.

Sento ancora (e forse più che mai) potente la figura del fotografo assimilata da Cartier-Bresson a quella di un tiratore d’arco Zen, che nella concentrazione, nel respiro trattenuto, nella dimenticanza di sé, nella convergenza silenziosa di tutte le sue energie verso il bersaglio cerca la perfezione del gesto fotografico. Poco importa se il rumore circonda il fotografo: non è dentro di lui.
Ma recuperare, oggi, quella dimensione, appare un’impresa ardua o addirittura un’utopia, e oggettivamente anche un po’ un’operazione anacronistica. Perché la fotografia è divenuta terreno di parole (quando va bene) o di scontri (negli altri casi). E meno male, si dirà.
Abita i social, i forum, viene condivisa e giudicata, valutata e vivisezionata, tifata e calunniata. E meno male, si dirà ancora.

Meno male che se ne parli, ci si confronti, la si diffonda, così a tutti è dato crescere, comprendere, allargare la mente e la visione. Certo, non fa una piega, vista così è il trionfo della “democrazia fotografica”, tutto molto politicamente corretto e contemporaneo. Ma la democrazia, per compiersi, richiede libero arbitrio, consapevolezza, umiltà, disponibilità ad accogliere punti di vista differenti. La democrazia che si traduce, viceversa, in un bailamme di urla indistinguibili nel vano tentativo di emergere dal caos che si contribuisce a generare è, in definitiva, la “dittatura del rumore”. La vera democrazia, invece, sussurra e ragiona.
Così, appena proclamata la foto dell’anno al World Press Photo (pochi giorni fa), una foto che peraltro trovo eccezionale come quintessenza del concetto di news, di fotonotizia, di professionalità e d’istinto uniti alla qualità, si scatena il rumore: i due emisferi contrapposti di favorevoli e contrari iniziano a darsele di santa ragione online.

Intendiamoci, disseminate e sepolte sotto il cicaleccio ci sono molte cose interessanti e degne di nota, ma chi le distingue, chi le screma, chi le tira fuori dal mucchio? E’ un fiume in piena, e a furia di scannarsi si dimentica il motivo per cui ci si scanna: la fotografia.
Talmente impegnati a voler dire la nostra sulle foto degli altri da uscire sempre meno a prendere fotografie, le nostre fotografie.
In alcuni festival fotografici a volte sono più gli incontri, i dibattiti e i talk che le mostre proposte.

Tutto questo ovviamente non significa auspicare il bavaglio alle voci che sulla fotografia hanno davvero qualcosa da dire e che ci aiutano ad accrescere la nostra consapevolezza, proponendo letture e visioni altre, spostando un passo avanti l’analisi dei fenomeni estetici, sociali, comunicativi, antropologici legati alla fotografia e alla sua evoluzione. Averne! Un sano dibattito sulla fotografia è essenziale e va alimentato, ma non ha e non deve avere nulla a che fare con i decibel, reali o virtuali che siano.
Qui si parla di rumore, del Bar Sport della fotografia.
Purtroppo chi tace e fotografa, nelle dinamiche attuali, tende spesso a “non esistere” sovrastato dal rumore di fondo, anche quando invece meriterebbe molta attenzione. Poi, per fortuna, assistiamo ad eccezioni che, paradossalmente, proprio i social finiscono per veicolare perché s’innesca il circolo virtuoso del consenso dal basso. Dunque, a ben guardare, la rete non ha alcuna colpa, è neutra, non ha opinioni e da sola non genera nulla: la rete siamo noi, quel che vi accade lo facciamo accadere noi. E’ la scoperta dell’acqua calda, si obbietterà giustamente. La cosa intrigante e per qualche verso imponderabile è come, in mezzo a tutto il rumore che la rete ospita, si generi talvolta (più spesso) un circolo vizioso ma talaltra un circolo virtuoso: se si comincia a urlare tutti urlano, se si comincia a sussurrare tutti cercano di sussurrare.

Esco dal MIA Photo Fair che oggi sono andato a visitare e faccio un mio personalissimo bilancio: stessa questione. Non mancano molte cose interessanti e valide, ma proposte in un contesto dove il rumore (visivo prima che acustico) ha un peso non indifferente, dove il continuo cortocircuito alto-basso penalizza l’alto, martello pneumatico e assolo di violino. Coloro che si stanno avvicinando alla fotografia e fanno la coda per entrare avranno gli strumenti per distinguere e filtrare il rumore?

La mia nuova mirrorless, intanto, col suo otturatore elettronico, permette di scattare senza fare alcun rumore, nemmeno un lieve fruscìo. La fotografia oggi più che mai si genera nel silenzio ma inizia, suo malgrado, a far rumore – tanto rumore – subito dopo.
Il rumore migliore e più sano che la fotografia può generare resta però quello che risuona dentro chi la guarda.

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