“Non ce n’è uno di voi in questa stanza che riconoscerebbe l’amore neanche se si alzasse e ve lo mettesse nel cu**”.

Alla fine ho ceduto, sono andato a vedere La La Land. Non averlo fatto stava diventando qualcosa di naïf, e io odio essere naïf. Oggi ancora di più, perché per non essere naïf mi sono sottoposto a oltre due ore di musical, e solo Dio sa quanto io odi i musical, e per di più di musical totalmente sbagliato.

Andiamo con ordine.
La La Land, si è detto in tutti i modi, in tutti i luoghi, in tutti i laghi, è un musical contemporaneo che affronta in maniera romantica il tema della solitudine e del tentativo di due solitudini di raggiungere i propri sogni e della difficoltà di realizzarli, demolendo il postmoderno e riportando il romanticismo al centro della narrazione e dell’estetica. Un film che affrontando la matrice del musical sposta l’accento dalla coralità tipica del genere ponendo tutta l’attenzione su due soli personaggi, quelli portati nello schermo da Ryan Gosling e Emma Stone, e soprattutto sulla Los Angeles, L.A., evocata nel titolo.

Tutte cazzate.
La La Land è un musical contemporaneo, sì, ma questa cosa non va letta come un complimento, perché della contemporaneità ha preso solo i difetti, evitando invece di far i conti con le variazioni semantiche che l’oggi impone. Mi spiego meglio. Ormai una vita fa Baz Luhrmann “poppizzò il genere” con Moulin Rouge. In quel caso, con spirito che venne descritto più da videomaker (nel senso da regista di videoclip) che da regista cinematografico, almeno da chi intendeva stigmatizzare l’opera, Luhrmann giocava sui registri, sulle citazioni, sul massimalismo, come il postmordernismo, il cosiddetto avant-pop sembrava pretendere.

Oggi il trentaduenne Damien Chazelle, forte di un ottimo Whiplash, decide di tornare alla vecchia grammatica, negando l’essenza OGM del postmoderno, e riportando le tante citazioni al mero uso didascalico. Il tutto, quindi, con un tocco classico modernizzato o contemporaneizzato dalla quotidianità affrontata dai due protagonisti, Mia, aspirante attrice, e Sebastiano, aspirante jazzista, l’una impegnata come cameriera, l’altro come pianista da pianobar o da party. Il tutto condito da una sottotraccia di femminismo, con Mia che dovrebbe essere profilata come un personaggio di donna che affronta la vita e anche l’amore, deluso e deludente, con la testa alta.

Tutto molto bello, sulla carta. Ma Chazelle incappa nella maniera, nell’estetica fine a se stessa (il piano sequenza iniziale, che sembra non si possa non citare in un articolo su La La Land, è perfetto, ma non sorprendente come poteva essere il piano sequenza iniziale di Omicidio in diretta di De Palma, o quello, più pertinente per tematica, di I protagonisti di Robert Altman, per dire). In questo, in effetti, La La Land è un perfetto film contemporaneo, laddove la caratteristica che prevale è quella dell’anaffettività. Tanto in Whiplash si sentiva il sudore e il sangue, quanto qui manca tutto: il cuore, le lacrime, la vita.

Bidimensionalità, come in certe scenografie dei vecchi western. Il citazionismo non reinterpretato diventa fine a se stesso, per altro tradendo clamorosamente il jazz, che sulla personalizzazione dei canoni è basato. Ecco, questa incapacità di commuovere è la sola nota positiva di questo film, anche se del tutto involontaria. Stiamo ovviamente parlando a livello teorico, perché poi uno è ovviamente libero di empatizzare anche con una scatola di piselli surgelati, se lo ritiene giusto o necessario o, più semplicemente, se gli va. Ma gridare al miracolo per questo film è imbarazzante. Anche perché sugli stessi temi si sono viste altre opere, quelle sì, entrate nel novero dei capolavori.

Gira in rete, in queste ore, fabbricato dal regista Jon Tomlinson, un simpatico video che ci mostra come sarebbe stato La La Land se a dirigerlo fosse stato David Lynch. Simpatico, eh, da vedere. Ma David Lynch ha seriamente scritto il film definitivo sui temi affrontati in La La Land, e forse sarebbe più il caso di vedersi direttamente quello, o al limite rivederselo. Parlo ovviamente del must Mullholand Drive, che in qualche modo si è fatto canone sia per quel che riguarda la solitudine, sia le aspettative che, soprattutto, Los Angeles, protagonista assoluta del film di Chazelle.

Pensare a un musical di David Lynch, in effetti, mette le vertigini. Pure ipotizzare che il postmoderno vada rivisto, in effetti, se si tiene come base la sua filmografia.
La La Land è un film carino. Anche se a vederlo sembra bello, perfetto, come certe reginette della classe di certi film americani, quelli per cui in genere i giovani protagonisti perdono la testa, salvo poi trovare l’amore con la ragazza con gli occhiali e l’apparecchio del banco di fianco. Questione di sangue e sudore.