Quando fu trapiantato nel petto di Andrea Mongiardo, 15 anni, il cuore di Nicholas Green, 7, ci impiegò un solo minuto a riprendere a pulsare; 160 battiti al minuto. “Un’accelerazione che all’inizio mi mise paura” raccontava in una intervista all’Ansa Andrea, cui fu donato l’organo e che è morto a 37 anni a causa di un linfoma. Quell’organo così prezioso per la sua vita gli fu donato dopo l’omicidio di un bambino. Il piccolo americano fu colpito il 29 settembre del 1994 perché l’auto su cui viaggiava sulla Salerno-Reggio Calabria, vicino all’uscita di Vibo Valentia, fu crivellata di colpi: due rapinatori la scambiarono per quella di un gioielliere. A bordo c’erano Nicholas e la sua famiglia compresa la sorellina Eleanor di 4 anni. Dopo due giorni di agonia il piccolo morì, ma i suoi genitori decisero di donare gli organi. “Oggi vivo una vita normale grazie a Nicholas” diceva Andrea un anno fa. Una testimonianza importante la sua e un gesto fondamentale per i trapianti quello di Reginald e Margareth, i genitori del bimbo. A quattro adolescenti e un adulto vennero impiantati fegato, pancreas, reni e cornee. L’intervento di Andrea fu eseguito all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. Il fegato andò a Maria Pia che ora ha un bambino che si chiama Nicholas.

L’anno scorso nel trentennale dei primi trapianti di cuore su bambini in Italia è stato ancora una volta ricordato quel gesto rivoluzionario. “Si facevano all’epoca 400 donazioni all’anno, oggi quasi 1400 – spiegava Alessandro Nanni Costa, direttore del Centro nazionale trapianti – Oggi sono 40mila pazienti trapiantati e sicuramente questo episodio ha portato a una maggiore consapevolezza dell’importanza di un gesto di cui all’epoca a malapena si era a conoscenza”. L’esempio di Reginald e Maggie Green provocò un’ondata di commozione e le donazioni crebbero da 6,2 per milione di abitanti a 23,1. Una storia che ispirò anche un film, Il dono di Nicholas di Robert Markowitz, con Jamie Lee Curtis e Alan Bates.

Andrea, che quando arrivò il cuore di Nicholas pesava appena 27 chili, era nato con una malformazione congenita e aveva subito tre interventi chirurgici: ma l’unica cosa che lo avrebbe potuto salvare era un organo nuovo. Due volte a settimana andava in ospedale per fare infusioni di calcio e albumina. “Come tutti gli italiani avevo sentito al telegiornale la notizia della morte di Nicholas – aveva ricordato Andrea – e della decisione di donare gli organi, sperai di essere io il destinatario di quel cuore“. Un anno fa durante un convegno a Roma Reginald Green, ancora impegnato nella diffusione dell’importanza della donazione, aveva detto: “Scegliere di donare gli organi di Nicholas ci ha aiutato ad affrontare l’enorme dolore di averlo perso. Non ce ne siamo mai pentiti”.

Per il delitto di Nicholas Green la Cassazione aveva confermato il 13 aprile 1999 la sentenza con la quale la Corte d’ assise d’appello di Catanzaro aveva condannato Michele Iannello e Francesco Mesiano rispettivamente all’ergastolo ed a 20 anni. I due imputati si sono sempre dichiarati innocenti.