Ci sono due maniere di reagire a una batosta. La prima è far tesoro degli errori, trarne insegnamento e ripartire. La seconda è far finta di nulla. La prima è la strada giusta, la seconda quella più facile. Matteo Renzi, il “politico” più sopravvalutato degli ultimi 214 anni, ha ovviamente scelto la seconda strada.

Le cronache renziane degli ultimi giorni sono esilaranti. Lo descrivono come un uomo che ha perso (definitivamente) il senno e il sonno: alle 5 del mattino è già lì che smessaggia ordini a caso. Fabrizio D’Esposito, ieri sul Fatto, ha ben raccontato la “sindrome da bunker” di questo pesce smisuratamente piccolo (nelle qualità), frainteso da molti (da me no) per fenomeno.
Pare che molti, nel Pd, parlino ora di lui chiamandolo “pazzo”. “Che dice il pazzo?”, “Che fa il pazzo?”. Lo prendono in giro tutti e vien quasi da difenderlo. Lui stesso è passato in dieci giorni da frasi come “Legge elettorale in dieci giorni o subito al voto” alla brusca frenata delle ultime ore. Prima non voleva concedere il Congresso, adesso sì. Prima voleva votare subito, ora si può aspettare. Prima comandava solo lui, e se avesse vinto il “sì” non ce lo saremmo levato di torno per vent’anni, ora piagnucola che non può più gestire da solo il Pd. Non si è arreso, e mai lo farà, ma vacilla e scalcia a caso. E tutto questo è divertente parecchio.

Doveva ritirarsi per sempre se avesse vinto il “no”, ma chiaramente non è stato di parola. Così, dopo il discorso strappalacrime del 4 dicembre (lo ha scritto Baricco?), ha detto che se ne sarebbe stato a Pontassieve a fare triathlon. Magari per perdere qualche chilo e il mento al cubo. Non gli è riuscito neanche quello. I colleghi di partito, raccontava sempre ieri D’Esposito, lo guardano e ridono sadici: “Hai visto il Pazzo come è ingrassato?”. Davvero: vien voglia di difenderlo. A Rimini, per il suo (pietoso) rientro, ha pure ordinato quattro panini in due ore. Fame di potere, ma anche fame e basta. Fame nervosa e compulsiva.

I renziani della prima ora sono imbarazzati, quelli della seconda – e terza, e quarta – già provano a scendere. Mattarella e Napolitano lo stanno scaricando. Gentiloni è già più amato di lui dagli italiani. In tre anni ha dilapidato tanto (purtroppo non tutto. Siate vigili, sempre). Ieri Cuperlo lo ha zimbellato con agio. Enrico Rossi e Michele Emiliano lo mazzolano di continuo. Bersani ha ritrovato pigolo. D’Alema, quando parla di lui, sembra Garrincha sulla fascia destra ai Mondiali del ’58. Sette italiani su dieci sono (giustamente) contrari ad andare al voto subito. Il Pd è sceso sotto il 30% (cala anche il M5S, e come qui previsto a trarre vantaggio dal clima generale è il centrodestra). Le sue smargiassate pre-referendum hanno portato alla reazione di Bruxelles, che ovviamente pagheremo noi. Persino Padoan, adesso, lo critica. Lui finge che vada tutto bene, come faceva suo padre Berlusconi quando si chiudeva dentro Palazzo Grazioli immaginandosi Napoleone.

Quello di Renzi è un calvario certo fantozziano e mediamente esilarante. E’ in difficoltà totale, ma può ancora rialzarsi. E se si rialza, poi non fa prigionieri: sarebbe il disastro. La minoranza (minoranza?) deve sconfiggerlo una volta per tutte, oppure andarsene dal Pd. M5S e centrodestra non devono dargli tregua. Colpite, infierire, abbattete (politicamente, eh). Lasciate Renzi al suo delirio di presunta onnipotenza. Lasciatelo col suo cavallo frainteso per regno, come il Riccardo III di Shakespeare. Fategli guidare un Partito Renzi pieno di nulla. E riconsegnatelo all’unico ruolo politico che merita: la più assoluta insignificanza. E’ stato già imbarazzante, per questo paese, vederlo segretario Pd e Presidente del Consiglio, oscenamente riverito da troppi cortigiani dichiarati o mascherati: adesso basta. Basta. C’è un limite anche al ridicolo. Cioè a Renzi.