Pd e M5s, i dominatori della scena politica, che arretrano. Il Partito democratico che perde quasi 3 punti in 5 mesi e il referendum c’entra fino a un certo punto. I Cinquestelle ne perdono la bellezza di quasi 6 punti in 7 mesi e anche qui la Raggi c’entra fino a un certo punto. Il ritorno del centrodestra, con tutti i partiti che hanno ripreso ossigeno. Ma non solo: non è vero che gli italiani vogliono andare alle elezioni anticipate a qualsiasi costo. E nel frattempo che Matteo Renzi, crollato negli indici di gradimento sui leader, al centro del fuoco incrociato dei suoi avversari interni, sarebbe in ogni caso confermato come il leader incontrastato del Pd, sia in un nuovo congresso sia alle primarie per il candidato premier. Infine, l’unico dato certo: non esiste alcuna ipotesi che qualcuno superi il 40 per cento, la soglia grazie alla quale si può contare sul premio di maggioranza in Parlamento. E’ in sintesi il quadro consegnato da due sondaggi pubblicati da Demos&Pi e Ipsos per Repubblica e Corriere della Sera e una terza rilevazione di Winpool per l’Huffington Post che ha elaborato alcuni scenari con o senza le liste di D’Alema e Pisapia (non così forti come si è pensato).

“Il post-renzismo al tempo di Renzi”
A caratterizzare una situazione politica Siamo in una fase che Ilvo Diamanti su Repubblica definisce di “post-renzismo al tempo di Renzi” perché il leader democratico è fuori dalla scena politica, ma è ancora segretario del Pd e comunque è l’ombra del governo Gentiloni. E quindi è una situazione frutto di un clima incerto, prosegue Diamanti, “liquido”. Ci sono segnali di mutamento rispetto agli ultimi 4 anni, cioè dall’inizio della legislatura. Il primo è appunto l’indebolimento di Pd e Cinquestelle, finora quasi protagonisti esclusivi della scena politica. Per entrambi l’avvertenza è che l’indagine si stava concludendo mentre cominciava a gonfiarsi da una parte il tutto contro tutti nel Pd e dall’altra il caso-polizza per la Raggi.

Pd sotto al 30 per cento, persi quasi 3 punti da settembre
I democratici ormai da tempo non sentono più neanche l’odore del 40,8 per cento delle Europee del 2014, ma ora – per la prima volta nelle rilevazioni mensili di Demos – finiscono sotto la soglia psicologica del 30, al 29,5 per cento. Si tratta di un calo del 2,6 per cento rispetto a settembre, inizio della campagna elettorale per il referendum costituzionale. Siccome il traguardo per tutti è il 40 per cento vale la pena dire subito di Sinistra Italiana che avanza oltre la soglia del 5 per cento (pare l’unica forza stabile da oltre un anno). Tuttavia l’alleanza Pd-Si non andrebbe oltre il 35 per cento.

M5s, giù di due punti in due mesi (e di quasi 6 da giugno)
I Cinquestelle sono al 26,6: rispetto a dicembre la flessione è di quasi 2 punti, ma rispetto a giugno è del 5,7 per cento. E’ vero che giugno è il primo mese in cui si è insediata Virginia Raggi come sindaca di Roma e si potrebbe pensare che ci possa essere un collegamento, ma tutti i sondaggi dicono che i casi giudiziari (o presunti tali) che riguardano gli amministratori Cinquestelle incidono sempre poco sulla “fedeltà” degli elettori del Movimento. Quindi è verosimile che il calo abbia (anche) altre ragioni.

Il ritorno del centrodestra, tutto unito è primo
Chi beneficia della diminuzione dei consensi dei due partiti principali? Apparentemente il centrodestra. La Lega Nord torna stabilmente sopra al 13 per cento (13,4) in linea con novembre e dicembre e riprendendo fiato da settembre (più 3,2) quando il Carroccio – sceso al 10 – aveva subito il sorpasso di Forza Italia. Gli azzurri oggi sono dati al 13,2 e anche loro in ripresa (più 2,2). Sempre nel campo del centrodestra in 7 mesi raddoppiano il proprio consenso, secondo Demos, i Fratelli d’Italia che sfondano il tetto del 5 per cento (5,2) dal 2,7 da settembre. Per inciso, anche se scientificamente non è il massimo della correttezza, la coalizione Lega-Fi-Fratelli d’Italia metterebbe insieme un 31,8 per cento dei voti, quindi in piena corsa con Pd e M5s, anzi si piazzerebbe davanti a entrambi. Rimane come al solito isolato il Nuovo Centrodestra che è dato al 3,5 per cento, in aumento rispetto a giugno ma in calo di un punto rispetto a novembre.

Gentiloni, il più amato dagli italiani
Le vere sorprese del sondaggio Demos sono altre. La prima: il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni (“per quanto impopulista” come dice Diamanti) è il leader più popolare, nel senso di indice di gradimento. Raccoglie il 47 per cento ne dà un giudizio positivo, peraltro in  aumento rispetto all’inizio del suo mandato da capo del governo. Dietro a lui c’è Giorgia Meloni e terzo proprio Matteo Renzi che in poco più di un mese ha perso 8 punti nelle statistiche di gradimento. Perdono terreno anche Matteo Salvini e Beppe Grillo (4-5 punti in meno) perché gli antagonisti perdono appeal esattamente come il loro principale (e comune) avversario.

Gli italiani vogliono elezioni, sì, ma prima regole certe
La seconda sorpresa è che non è vero che gli italiani vogliono andare al voto il prima possibile in qualsiasi condizione. Solo il 26 per cento degli intervistati risponde così, mentre 7 su 10 vogliono prima una legge elettorale omogenea per Camera e Senato (così come ha chiesto il presidente Sergio Mattarella). Cioè regole certe per evitare di nuovo pantani, rallentamenti, confusione. E queste due cose (la popolarità di Gentiloni e la cautela sul ricorso alle urne) si tengono insieme: “Lo stile ‘impersonale’ del premier – spiega Ilvo Diamanti – asseconda una stanchezza diffusa del Paese”. “Molti elettori – aggiunge – sono stanchi di miracoli annunciati e di guerre – politiche – praticate”. Gli elettori insomma quasi temono il voto perché sanno che nessuna alleanza avrebbe la maggioranza certa dei consensi. Solo tra gli elettori di Cinquestelle e Lega Nord coloro che rispondono “al voto subito” aumentano: leggermente, ma non troppo. Tra i grillini solo metà vuole elezioni in qualsiasi caso, mentre tra i leghisti la quota è del 45 per cento.

Le possibili alleanze: gli elettori Pd preferiscono Fi a M5s
Zoom sulle possibili alleanze. La più fantasiosa – quella degli “anti-sistema” M5s, Lega, Fdi – sarebbe gradita soprattutto dagli elettori leghisti (il 61 per cento si dice favorevole), mentre è respinta in maggioranza tra chi dice di votare M5s. La più realistica – quella “istituzionale” Pd, Ncd, Fi – sarebbe desiderata in particolare dagli elettori berlusconiani e (in maggioranza ma non troppo) da quelli alfaniani, mentre è favorevole solo il 39 per cento della base elettorale democratica. Infine, l’alleanza “indicibile”Pd e M5s – che a sorpresa sarebbe voluta più dagli elettori grillini che non da quelli del Pd (48 per cento contro 27, meno, quindi, di quelli che approvano un patto di govenro con Berlusconi).

Dentro al Pd Renzi (stra)vincerebbe ancora
Tutto questo è reso ancora più “liquido” dalla confusione che regna dentro al Partito democratico. E Ipsos ha cercato di fotografare i rapporti di forza all’interno del partito. In questo senso la sorpresa è che Renzi resta praticamente lì dov’è: il suo consenso è un po’ logorato rispetto alle primarie vinte tre anni e mezzo fa, ma non è per niente in discussione. A oggi il segretario raccoglierebbe nel partito il 67 per cento dei consensi: gli altri sono tutti lontani e non avrebbero nessuna speranza neanche mettendosi insieme. Michele Emiliano raccoglierebbe il 10 per cento, Enrico Rossi l’8, Roberto Speranza solo il 2. Si ribalterebbe tutto tra quelli che Ipsos indica come “elettori di sinistra” (Speranza trionferebbe). E D’Alema? Una sua lista sarebbe meno forte di quello che si pensa: tra l’8 e il 9 dice Nando Pagnoncelli sul Corriere, portando via il 3 per cento al Pd. La curiosità è che il 30 per cento dei voti per D’Alema arriverebbe dal non voto e dagli incerti, mentre il 15 sarebbe di attuali elettori M5s.

40% irraggiungibile anche per un listone di centrosinistra 
Che una lista prodotto di una scissione dal Pd non sia così influente lo conferma anche una rilevazione Winpool per l’HuffPost che dà un movimento eventuale guidato da D’Alema poco sotto al 6 per cento (5,8). Il “Campo progressista” di Giuliano Pisapia sarebbe al 4,3. Il ragionamento che fa l’Huffington è che una (anch’essa fantasiosa) alleanza Pd, D’Alema, Pisapia, Alfano non raggiungerebbe comunque il 40 per cento. Anche per questo sondaggio, comunque, Pd e M5s sarebbero sotto il 30 per cento e la quota del 40 sarebbe lontana per tutti, partiti e coalizioni.